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Non sono solo influencer e il rapporto con le piattaforme su cui operano è molto diverso da quello dei rider. I creatori di contenuti digitali vogliono essere riconosciuti come categoria professionale. E chiedono tutele. La versione completa di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di febbraio 2022.

IMMAGINATE DI AVERE un’attività all’interno di un centro commerciale e che il proprietario della struttura imponga, dal giorno alla notte, la chiusura del vostro negozio senza darvi spiegazioni. Ora, supponete di riuscire a scoprire poco dopo che la decisione sia stata presa perché all’improvviso sono state cambiate le regole e, per esempio, l’insegna, che fino al giorno prima era perfettamente a norma, non le rispetta più. Sembra impossibile. In effetti, è difficile che nel mondo reale possa accadere qualcosa di simile. Invece succede – e anche spesso – nel mondo della cosiddetta creator economy, ossia quella dei creatori di contenuti digitali che portano avanti la loro attività sulle ben note piattaforme.

Che si tratti di YouTube o Instagram, di Tiktok o Twitch, comincia a essere un problema serio e, soprattutto, pone un interrogativo: come tutelare questi ‘nuovi’ lavoratori? Fino a qualche anno fa una domanda come questa avrebbe scatenato ironie perché era diffusa l’idea che si stesse parlando soltanto di influencer che avevano fatto fortuna con qualche selfie. Ma se ciò non era vero quando questa economia si è messa in moto, agli inizi degli anni Duemila, lo è ancora meno adesso.

Prima di tutto perché sono gli stessi creator italiani a chiedere una legge che li tuteli. Anche il Parlamento si è posto il problema di aprire una porta verso i lavoratori digitali e, su iniziativa della deputata Valentina Barzotti, ha avviato una indagine conoscitiva che, attraverso un ciclo di audizioni, ha cercato di capire se ci fosse la necessità di un intervento normativo che garantisse una maggiore tutela. “Esiste una vera e propria creator economy – dice la parlamentare – di cui si parla poco. Si tratta di un ecosistema di creatori di contenuti e di comunità che non solo investono nella loro passione ma costruiscono un seguito e alla fine monetizzano”.

C’è però una domanda alla quale bisogna rispondere prima di tutte le altre.

Chi sono i creator?

Fanno parte della cosiddetta Gig economy, quella in cui rientrano anche i rider, ma il loro lavoro e il rapporto con la piattaforme, come vedremo, è molto diverso. Ci sono gli influencer, ma non soltanto. Può essere utile la definizione che ne dà l’Inps secondo cui il digital creator “è una persona fisica che crea una vera opera intellettiva e dell’ingegno, dotata di propria originalità e capace di attirare un certo pubblico” facendone “un vero e proprio lavoro” nel senso che a essa dedica “la maggior parte del proprio tempo e che da tale attività, svolta per il tramite di una piattaforma digitale, trae un guadagno”. Ma non esistono soltanto i creator professionali, ci sono quelli amatoriali e altre figure che possono essere considerate intermedie tra l’una e l’altra: basta pensare per esempio a quegli avvocati o commercialisti che diffondono contenuti digitali relativi alla loro professione come secondo lavoro. E il problema delle tutele, magari in misura diversa, riguarda anche loro. Ancora più difficile è rispondere alla domanda su quanti siano. Le survey e le indagini a disposizione non consentono di avere una stima precisa dell’estensione della platea della Gig economy in generale (vedi pezzo di Alessandro Pulcini a pag. 64) e dunque neanche di quella dei creatori di contenuti digitali. Per la stessa ragione è complesso calcolarne il giro d’affari, ma secondo un report di Statista la dimensione di questo mercato in tutto il mondo “è più che raddoppiata dal 2019” e “nel 2021 ha raggiunto la cifra record di 13,8 mld di dollari”.

Lavoro autonomo o subordinato?

Se per i rider esiste anche una legislazione che di fatto li colloca nella categoria del lavoro subordinato, per i digital content creator il modus operandi si avvicina di più a quello del lavoro autonomo. Anche in questo caso, però, non è possibile incasellare tutti in un’unica categoria.

Per Cosmano Lombardo, ideatore del Web marketing festival, ”se volessimo operare una classificazione delle tipologie dei rapporti tra i creator e le piattaforme, dal punto di vista economico” si potrebbe dire che “alcuni dipendono direttamente” da esse, altri percepiscono una percentuale del guadagno pubblicitario della piattaforma che li ospita oppure una remunerazione in base al seguito di utenti che riescono a ottenere”, mentre “in un numero minore di casi, ci sono accordi privati diretti con la piattaforma” oppure è previsto il pagamento al creator da parte dei propri follower mentre la piattaforma svolge in pratica un ruolo di intermediazione. Annarosa Pesole, consigliera economica del ministro del Lavoro e presidente del gruppo di studio sulla governance algoritmica e sul futuro del lavoro istituito presso il ministero, è convinta che la questione vada vista da un’altra prospettiva.

La versione completa di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di febbraio 2022. Ci si può abbonare al magazine di Fortune Italia a questo link: potrete scegliere tra la versione cartacea, quella digitale oppure entrambe. Qui invece si possono acquistare i singoli numeri della rivista in versione digitale.

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