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Ucraina, morire per soldi. Tra armi e energia

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“Le forniture energetiche e militari non sono le uniche nei business futuri che si possono fare grazie alla situazione Ucraina. Ma, in termini di volumi unitari, sono sicuramente le più rilevanti”.

 

“Noi pochi, noi felici pochi, noi fratelli in armi.

Poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello: e per quanto sarà di umili origini, in questo giorno si farà nobile la sua condizione. E i gentiluomini che ora, in Inghilterra, si trovano a letto, si danneranno l’anima per non esserci stati…”

Se si deve parlare di guerra citare Shakespeare è obbligatorio. Certo Enrico V probabilmente non era cosi ardito, ma è provato che stava in prima linea con i suoi uomini, durante la missione per pacificare la Normandia. Certo aveva anche i suoi interessi economici, non era li per la sola gloria e i gateau breton.

Soldi o grandi visioni?

I leader dovrebbero essere onesti con le persone che guidano. L’onestà passa prima di tutto dallo spiegare, in modo semplice, diretto, senza mezze misure, per quale ragione un cittadino o un soldato deve sacrificarsi per la sua nazione. Purtroppo di rado l’onestà è diffusa tra i leader politici.

Cesare portò la pace nelle Gallie per la gloria dell’impero e per l’oro dei Celti. Il Commonwealth britannico “civilizzò” l’India con le ferrovie e rubò trilioni di sterline grazie alla logistica ferroviaria.

Delle missioni di pace americane in Iraq ed Afghanistan e gli 8 trillioni di dollari di profitti, fatti grazie alle tasse dei cittadini americani, ne ho già parlato su queste pagine.

In passato al popolo si chiedeva di morire per l’onore del re, la gloria dell’impero; poi giunsero le democrazie e si cominciò a soffrire e morire in terre lontane che necessitavano di democrazia e pace.

Parlando dell’Ucraina sarebbe opportuno parlare di quel che muove l’animo degli umani: i soldi.

I soldi sono spesso la prima ragione che spinge i pochi (leader supportati da interessi economici) a scagliare in battaglia i molti (soldati e civili). Al popolo, tuttavia, non si può chiedere di soffrire o morire per soldi; si deve trovare una ragione più aulica.

Quanti reduci di Iraq e Afghanistan tornati a casa, lacerati nell’anima, nel corpo, ha scoperto con lieve disappunto che erano in battaglia per far guadagnare pochi, rimasti comodamente seduti in patria? Quanti elettori apprezzeranno avere la prossima bolletta del gas, o la prossima pizza, più costose… perché pochi leader politici, e le aziende che li sostengono, devono fare più profitti?

Concediamoci quindi di essere onesti e parliamo di soldi.

Shale-gas, shale-oil e indipendenza energetica

Il fracking è un sistema per estrarre gas e petrolio da siti difficili. È una soluzione voluta dalla lobby dell’energia americana, per spremere fino in fondo vecchi pozzi petroliferi e micro sacche di gas.

C’è da tenere presente che il fracking è una soluzione estrattiva costosa, sostenibile solo se il prezzo di petrolio e gas rimane alto.

Obama è stato un grande sostenitore di questa strategia energetica; grazie ai suoi sforzi gli Usa sono divenuti esportatori netti di gas e petrolio. Ora Biden (vice ai tempi di Obama) può guidare una nazione che è capace di vendere petrolio e gas come un secolo fa.

Gli Usa sono esportatori ma servono i clienti. Semplificando per blocchi facciamo i conti. L’America Latina è potenzialmente indipendente. L’Africa è povera. La Cina è un cliente ideale, ma sta sviluppando un modello di crescita economica in competizione con quello americano, quindi non va bene.

Medio oriente, Centro Asia e Russia sono esportatori netti di gas a prezzi mediamente più bassi rispetto agli Usa, dato che usano metodi estrattivi convenzionali. L’India e gli altri stati asiatici non sono male ma hanno un potere di acquisto ancora in crescita: bene ma non benissimo.

Resta un solo soggetto serio, economicamente stabile, educato e ricco: l’Europa.

Gli stati dell’Ue sono in maggioranza dipendenti dal gas. Nelle ultime settimane è stata approvata la tassonomia per la transizione ecologica. Nel documento s’identifica il gas “sostenibile”, per supportare il passaggio a fonti 100% sostenibili.

La Ue si approvvigiona tramite condutture da pochi primari fornitori: la Russia (43% area stabile, ma con passaggio del 60% circa via Polonia, Bielorussia e Ucraina), Norvegia (20%), Algeria (12%). Un 5% oggi arriva anche dagli Usa.

Il resto arriva da differenti fornitori minori che, in caso di riduzione della quota Russa, non potrebbero compensare.

Nel caso di un blocco di forniture di gas russo chi ci guadagnerà aumentando le sue quote? Solo due attuali, tra i fornitori maggiori, potrebbero compensare, pur a fatica, il vuoto russo: Qatar e Usa (in passato poco apprezzata per il suo gas).

Gas, Ucraina e Usa

Con il Nord Stream 1, divenuto operativo ad agosto 2011, la Russia esporta direttamente il gas bypassando Polonia, Bielorussia e Ucraina. Forte di questo successo il gasdotto gemello Nord Stream 2 è stato completato nel 2021. La capacità dei due gasdotti può sostituire, o ridurre sensibilmente, il flusso di gas che passa dall’Ucraina.

Una soluzione che permetterebbe ai clienti europei di evitare la tassa di passaggio che Polonia e Ucraina applicano. Nel solo caso ucraino si parla di circa 1,2 miliardi di dollari all’anno.

Se il Nord Stream 2 divenisse operativo gli ucraini perderebbero un’entrata importante. Così dal 2018 hanno schierato un esercito di lobbysti a Washington. A colpi di milioni di dollari hanno strutturato una campagna media per ostacolare i progetti del Nord Stream 2. Il progetto ucraino ha trovato una sponda importante nelle strategie di vendite di gas americano di cui sopra.

Gli Usa non vedono di buon occhio una Russia che può divenire il maggiore fornitore di gas europeo. Agli ucraini sono bastati alcuni milioni di investimento in agenzie di lobby per persuadere i politici americani, le think tank e i giornali che, se il nord Stream 2 divenisse operativo, sarebbe un danno per tutti (tranne forse per gli europei).

Allo stato attuale Putin ha promesso che non ridurrà le esportazioni di gas, pur se il Nord Stream 2 è stato bloccato. Se le tensioni dovessero aumentare e con esse le sanzioni, non è dato di sapere se la Russia continuerà a fornire gas.

In uno scenario di sanzioni estreme la Russia perde un cliente (ma può compensare con la Cina), gli Usa guadagnano un cliente (Europa), l’Ucraina può provare ad esportare il suo gas nazionale (a noi europei), il Qatar potrà aumentare la sua presenza sul mercato Eu. Ci perde l’Europa che non potrà trovare gas a prezzi bassi. Un danno ancor più violento per le nazioni fortemente manufatturiere come l’Italia, che già oggi vede molte imprese soffocate dalla bolletta energetica.

Difesa e business in crescita

Da sempre la guerra costa. Per chi vende armi è un grande affare. In vero il miglior scenario per una crescita profittevole dei produttori di armi è una situazione di tensione continua. La guerra fredda tra Usa e Urss vide il Pil americano dedicato agli armamenti raggiungere l’8%. Per gli standard attuali corrisponde ad oltre mille miliardi di dollari.

Una cifra elevata ma, già oggi, l’ultimo budget del pentagono approvato da Biden si aggira intorno ai 750 miliardi.

Con la crisi Ucraina differenti esperti (tra cui i pensatori di Istituti conservatori come l’Hudson Institute, che organizza conferenze con gli amici delle lobby del Gas Ucraino) si cominciano a domandare se il budget del Pentagono non debba tornare ai tempi della guerra fredda. Per dirla in soldoni l’industria della difesa vuole vendere di più.

È ovvio che l’industria della guerra (pardon difesa) americana ha, come primo cliente, gli Stati Uniti. Lo stesso dicasi per la Russia con la sua industria. Ma se osserviamo i budget che le principali nazioni dedicano agli armamenti notiamo che le cifre sono molto differenti. In totale nel mondo le spese per armamenti, nel 2020, hanno superato i duemila miliardi di dollari.

Le spese degli Stati Uniti sono di 780 miliardi (39% delle spese mondiali). Non è un caso se l’industria bellica a stelle strisce sia cresciuta cosi tanto. Secondo posto ai cinesi con circa 250 miliardi, 1/3 delle spese americane. Cumulate le spese di tutti i membri NATO si posizionano bene e, cosa più importante, sono in crescita, raggiungendo nel 2020 il 2% del Pil di ogni nazione. La Russia ha speso circa 61 miliardi. Circa 12 volte meno degli Stati Uniti.

Se le industrie della difesa di ogni nazione del G20 fanno già soldi “giocando in casa” non dimentichiamoci che l’export di armi è un business in continua crescita. Negli Stati uniti la vendita di armamenti complessi è integrata nelle strategie di politica estera.

Facciamo due conti sui soldi che si sono fatti di recente.

Gli Stati uniti sono il primo esportatore mondiale di armamenti (37%) con una quota di mercato in crescita dalla fine della guerra fredda. Al contrario il secondo esportatore, la Russia, si assesta ad un 20%, con quote di mercato in decrescita. In totale dal 1992 ad oggi le industrie militari americane han venduto al totale dei partner NATO circa 34 miliardi (i migliori clienti in assoluto delle aziende della difesa usa).

Se osserviamo le vendite, spacchettando i membri NATO storici da quelli ex Urss, notiamo che i benefici economici degli esportatori di armi americane, rispetto a quelli russi, sono andati aumentando via via che le nazioni dell’ex blocco sovietico entravano nella NATO.

Se osserviamo i dati SIPRI possiamo notare che dal 1992 al 2020 i volumi di vendite a ex nazioni Urss si attestano a 16 miliardi circa. Le cifre ufficiali pur se dettagliate, non sempre tracciano i servizi di post vendita, formazione e parti di ricambio (che negli anni fanno almeno 30% del valore vendita).

Le vendite di maggior interesse sono per armamenti offensivi (veicoli corazzati, aerei, artiglieria) a cui si aggiungono servizi post vendita, formazione di truppe, mezzi non offensivi di logistica, supporto etc..

Il “campione” ex sovietico è la Polonia. Da quando è entrata nella NATO lo shopping di armamenti è stato in continua crescita.

Le industrie della difesa Usa hanno venduto merci e servizi militari per un totale di circa 8 miliardi. L’ultima acquisizione, per circa 6 miliardi, sono i carri armati pesanti Abrams. Il vecchio parco mezzi della difesa polacca era made in Russia. Ovviamente, come membro della NATO, ci si deve aggiornare. L’Ucraina, se divenisse membro NATO, potrebbe diventare una nuova Polonia, in termini di acquisti americani? Dal 2014 ad oggi già 2 miliardi sono stati spesi per armi in Ucraina. Considerando la crescente attività di acquisti di armamenti americani, da parte delle nazioni ex Urss entrate nella NATO, è molto probabile che l’Ucraina possa diventare un ottimo cliente.

Le forniture energetiche e militari non sono le uniche nei business futuri che si possono fare grazie alla situazione Ucraina. Ma, in termini di volumi unitari, sono sicuramente le più rilevanti. Per quanto si continui a discutere di scenari geopolitici, democrazia in pericolo, grandi visioni imperiali, alla fine parlano i soldi.

Lo scenario innescato dall’Ucraina rischia di essere un buon affare, per pochi ovviamente. Ora che è più chiaro perché giovani soldati e civili andranno a soffrire e morire si possono cominciare le danze. Citando Shakespeare: “Scatenate i mastini della guerra”.

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