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11 settembre, anche un business da 8 trilioni dlr

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L’uomo cadente sembra il titolo di un film sulla depressione. Uno di quei film barbosi che capiscono solo i critici. L’uomo cadente è il nome dato alla foto di Richard Drew, neo assunto fotografo della AP che, l’11 settembre del 2001, si trovò a immortalare il primo dei molti jumpers (saltatori) delle torri gemelle. Si stima che, prima che i due edifici crollassero, circa 200-300 persone si siano buttate. Gli anglo-americani adorano dare nomi, o acronimi, a ogni cosa. Saltatori sembra quasi un epiteto da circo equestre, riferito a quelli che volteggiano sopra le reti di protezione. I saltatori dell’11 settembre, però, non avevano reti di protezione.

Il valore simbolico di una foto

Gli americani sono un popolo semplice: buono/cattivo, bianco/nero, bello/brutto. Vincere o perdere una guerra, movimentare truppe, movimentare l’opinione pubblica, non è cosa da poco, specialmente in una democrazia. Ma la democrazia, se supera una certa linea rossa, diventa la più spaventosa e formidabile macchina di violenza (cosciente o incosciente) che si può immaginare (Alexis de Tocqueville lo spiegò molto bene). La seconda bandiera issata a Iwo Jima fu la spinta propulsiva per vendere buoni del tesoro e vincere una guerra che, ormai, stancava il popolo (la storia vera venne raccontata in modo graffiante da Eastwood in “la bandiera dei nostri padri”). La foto di Phan Thi Kim Phù, la bambina con la pelle che cadeva a causa del Napalm, fu la pietra tombale dell’avventura americana in Vietnam. Il ragazzo che picconava il muro di Berlino sancì la vittoria della guerra fredda, che definì il capitalismo (in seguito globalismo) come unica verità socio-economica che poteva essere abbracciata da ogni democrazia. La foto di Drew non fu da meno. Con una foto si può fare tanto, persino scatenare le guerre e, pur senza vincerle, guadagnarci su.

I presidenti: attori o vittime del business?

Per capire l’11 settembre e quello che venne dopo, in termini di soldi, è doveroso fare un breve quadro dei 4 presidenti americani che hanno vissuto, sino al loro epilogo, la “guerra al terrore” o crociata (come disse il più brillante dei 4 presidenti).

Bush Junior era, ormai a detta di molti, la persona più inadatta a guidare un Paese, specialmente in un momento del genere: ex alcolista, utilizzatore di droghe illegali, cristiano rinato con un serio problema di sindrome da “imitazione paterna”. Professionalmente ebbe un fallimento lavorativo dopo l’altro (ma venne finanziato da fondi medio orientali). Il padre era Bush Senior: ex capo della Cia, ex capo degli Stati Uniti, ai tempi del 2001 rappresentante del Carlyle group (una holding che aveva, tramite la United Defense, come cliente per i suoi Bradley il Pentagono e che vedeva tra i partecipanti il gruppo Bin Ladeen). Quella voglia matta di fare “più di papa’” è stata ripresa da Oliver Stone che ne ha fatto un dipinto piuttosto interessante (di Bush e dei suoi Yes men).

Bush figlio forse non era il massimo ma, fortunatamente, intorno a se aveva una corte di gente che aveva un forte interesse per il business: da Dick Cheney (ex presidente della Halliburton, tornato a guidarla nel 2021) Wolfowitz (innamorato della guerra in Iraq), Perle, Rice etc.. Tutta gente che aveva l’abitudine di uscire e entrare nelle stanze del potere (dove si prendevano decisioni e si approvavano budget). Pochi mesi prima il PNAC creò un lodevole documento che spiegava come, per stimolare gli acquisti da parte del Pentagono di nuovi armamenti, era necessaria una nuova Pearl Harbour (nei mesi precedenti all’11 settembre era uscito persino il remake del film del famoso attacco). Tutte queste coincidenze non portino il lettore a pensare in alcun modo che questo gruppo avesse a che fare con l’evento dell’11 settembre (un classico leit motive dei complottisti).

È tuttavia lapalissiano che un gruppo di lobby che aveva interesse a vendere più armi al Pentagono, dopo l’11 settembre, ebbe la vita più semplice nella sua attività di promozione.

L’attacco dei 4 aerei (3 colpirono l’obiettivo, uno fallì) fu compiuto da 19 dirottatori: 15 erano sauditi. Il genio del male dietro questo piano era Bin Laden, figlio di una delle più ricche famiglie dell’Arabia Saudita. Come leader di Al Qaeda aveva ricevuto fondi da molti ricchi sauditi. Emerge in questi giorni che alcuni dei dirottatori, prima dell’attacco, già in America, ebbero rapporti con membri del governo saudita. Emerse, già prima degli attacchi, che i servizi segreti USA riportavano il rischio che Al Qaeda effettuasse attacchi con aerei dirottati contro obiettivi civili.

Quando l’attentato dell’11 settembre ebbe luogo, non ci volle molto a Bush Junior per decidere che Stato attaccare: l’Afghanistan, che mai aveva dichiarato guerra agli Stati Uniti. In verità, Bush voleva trovare, come riporta il NYT, un collegamento tra Al Qaeda e l’Iraq di Saddam Hussein, ma non ci riuscì, non subito (ci volle un annetto o più per le famose prove sulle “armi di distruzione di massa”). In poco meno di 3 anni le due guerre volute da Bush furono chiuse con successo. Al Qaeda in Afghanistan era in rotta (ma Bin Laden non si trovava), L’Iraq era stato pacificato. E tutto era finito.

Ma una guerra che dura 3 anni non vende molte armi. Bush, sempre consigliato dalla sua corte, emerse con una nuova idea: la ricostruzione, su base democratica, delle nazioni liberate. Il national building, il caso Bremer in Iraq è da manuale, venne ai tempi sposato da ogni media americano; oggi appare poco più che una barzelletta. Ma una barzelletta molto costosa.

Obama, il presidente pacifista (ci ha vinto anche un Nobel) ereditò le due patate bollenti. Dopo aver studiato un po’, da bravo avvocato comprese che ci voleva un piano. Ne uscì con un programma di contro-rivolta (surge) e con un copioso programma ricco di Powerpoint ed Excel. Tutto doveva avere obbiettivi, tutto doveva essere catalogato, ottimizzato. Sotto il suo mandato nasce il SIGAR, con l’obbiettivo (compiuto con successo) di documentare tutte le spese in Afghanistan che prima, sotto Bush, non erano conteggiate con troppa precisione.

Il SIGAR fece un gran lavoro, peccato che sino ad oggi pochi abbiano letto i suoi rapporti. Sotto Obama ripartirono anche i progetti di national building, il training delle milizie afgane per mano dei soldati americani ma, molto più spesso, per mano di agenzie di mercenari che avevano vinto grassi appalti di gestione (con casi che andavano oltre l’assurdo e la legalità). In pratica, come spiega bene il Guardian, Obama non terminò la guerra al terrore ma la espanse, in termini di spesa a carico dei cittadini americani.

Poi giunse Trump. Il presidente repubblicano inviso a tutti i media, inviso a tutti i social network e, cosa più preoccupante, inviso a tutto il kombinat militare-industriale grazie alle sue dichiarazioni. Trump voleva mettere la parola fine alla famosa “guerra al terrore”. Tirò fuori dalla prigione uno degli uomini che ora guidano il governo talebano, e firmò un accordo che, in sostanza, diceva “noi americani ci ritiriamo, però voi talebani ci promettete di non spararci alle spalle mentre scappiamo (pardon, evacuiamo civilmente)”.

Si giunge a Biden. Dopo aver ereditato l’accordo di Trump, ha evacuato. Una delle evacuazioni più disastrose della storia delle ritirate americane. Biden sta facendo due cose molto interessanti che rischiano, a mio avviso, di pregiudicargli il prossimo mandato: si è scagliato contro tutti i monopoli (ne ho già parlato qui), e ha desecretato i restanti documenti del rapporto sulle torri gemelle. Biden, inoltre, ha dichiarato che le avventure militari americane all’estero sono finite, un grosso colpo per il kombinat industriale militare americano e i neocon che l’hanno sempre supportato.

Per correttezza si deve dire che Biden già nel 2009 (quando era vice di Obama) due domande scomode sulla guerra al terrore in Afghanistan le aveva poste. Ma Obama con il suo Generale Petraeus (l’uomo dei database), lo ignorarono.

Guerra al terrore: 8 trillioni di dollari in 20 anni

“Dobbiamo guardarci dall’acquisizione d’influenza da parte del complesso industriale militare. Il potenziale per un disastro generato dall’emersione di un potere mal gestito esiste e persiste”. Queste erano le parole dell’ultimo discorso del presidente Dwight D. Eisenhower (un ex generale, uno che conosceva l’esercito e i suoi fornitori) nel 17 gennaio del 1961. Un discorso che venne ponderato e modificato per ben due anni: si comprende come ci abbia pensato molto e con attenzione. Dal 2001 al 2020 OpenSecrets (un sito che monitora le spese e le attività politiche di governo Usa e lobby) certifica che le industrie della difesa hanno investito quasi 3 miliardi di dollari in attività di lobby. A queste cifre ufficiali si aggiungono altre cifre per il supporto di campagne volte a evidenziare le lacune della difesa e le necessarie implementazioni di piani di spesa.

Per i 20 anni di esportazione della democrazia, e relativa ricostruzione della nazione afghana, il SIGAR (creato nel 2009 da Obama, quindi si può supporre che le spese dell’era Bush non siano state tutte conteggiate) mappa un totale di circa 2,3$ trilioni. Sugli sprechi e le efficienze di questa spesa basta leggere il documento e l’analisi che vi ho scritto intorno, su queste pagine. Le spese per l’Iraq non sono state da meno. Joseph Stigliz, un economista di fama mondiale, non molto incline ad essere politicamente corretto, stima il costo della missione di pace Americana in Iraq intorno ai 3$ Trilioni. Sommando le due guerre arriviamo a circa 5,3$ trilioni. A questa cifra si devono aggiungere altre cifre sparse (il cui calcolo diviene più difficoltoso): parliamo per esempio del costo per il sistema sanitario americano nel gestire i soldati feriti tornati da fronte (un paio di trilioni anche qui). Un ulteriore capitolo di spesa riguarda il denaro sborsato dai cittadini Usa per la difesa nazionale (Homeland Security) per un altro trilione di dollari. Alla Brown University han cercato di fare un conto totale che ha portato l’intera cifra attuale (possibile che cresca ulteriormente) intorno agli 8$ trilioni. Ci sarebbe da ricordare che questa cifra non include i costi delle operazioni segrete delle varie agenzie di sicurezza americane dispiegate al fronte, delle operazioni di spesa per “supportare” i leader locali nella loro democratizzazione etc..

La guerra al terrore è stato un affare, ma solo per pochi

La guerra al terrore iniziata dal presidente Bush non è stata un buon affare. È stato un affare stellare. Uno di quelle opportunità che succedono una volta sola in una vita. Il costo umano ovviamente è stato importante ma nessuna delle persone che ha tratto un beneficio economico da questa guerra avrà mai da risentirne. Si è discusso solo del costo (umano) e del guadagno (economico) avuto in America. Si ricordi per correttezza che entrambi i conflitti (e tutte le guerricciole e tensioni che da esse sono scaturiti in modo indiretto come la Libia, la Siria, le primavere arabe, isis etc..) sono state un ulteriore capitolo di costo di vite umane/guadagno sia per gli Usa che per la grande maggioranza degli stati occidentali. A cui si aggiungono i benefici economici che differenti stati, limitrofi a quelli ‘democratizzati’, hanno avuto: Uzbekstan, Pakistan, India, Qatar, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Egitto.

Si potrebbe pensare che finita la guerra al terrore, ora che Biden vuole concentrarsi di più sull’America, le spese militari decresceranno. Non ci si illuda. L’America è a rischio di essere assalita dagli eserciti di hackers e nazioni ostili (quali si ignora). Per questo motivo tutte le maggiori Big-tech americane stanno facendo forti pressioni, prima che succeda qualche incidente cibernetico: tutte all’unisono vogliono diventare fornitori del Pentagono. Alcuni come Amazon-Aws a colpi di miliardi, già son dentro. Come dire, la storia si ripete.

La prima vittima di ogni guerra non sono né gli umani né la natura: è la verità, che cade tramortita al primo colpo e resta in coma durante tutto il conflitto, salvo poi, timidamente, essere ridestata per svolgere il suo compito.. Prima di tornare in coma con il successivo conflitto.

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