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È sufficiente chiacchierare con un imprenditore dell’edilizia, piccolo o grande, per essere sommersi dalle lamentele riguardo alle difficoltà incontrate nel reperire lavoratori. Di recente alcune star della culinaria sono state investite sui social da aspre polemiche per aver descritto quanto sia difficile trovare personale di sala e di cucina da assumere.

Non è passato molto tempo da quando il leader della più grande impresa nazionale di costruzioni ha incontrato il presidente Draghi per denunciare come la carenza di manodopera, specializzata e generica, minacci l’effettiva realizzabilità delle opere pubbliche previste nel Pnrr.

A questa evidenza episodica se ne aggiunge una sistematica: l’Istat rivela che il numero dei “posti vacanti” di lavoratori è in forte aumento, su livelli mai registrati da quando li si rileva; ciò è particolarmente vero per le imprese più piccole.

Sorge spontanea la domanda: come può questo fenomeno dei “posti vacanti” convivere con la presenza, sempre rilevata dall’Istat, di oltre 2,2 milioni di disoccupati? La risposta che darebbe Milton Friedmnan, il premio Nobel per l’economia del 1976, è lapidaria: se paghi la gente che non lavora e la tassi quando lavora cosa altro vuoi aspettarti?

Qui in Italia, ma un po’ ovunque nel modo sviluppato, sono stati in tempi diversi introdotti strumenti di sostegno al reddito per i poveri; hanno nomi vari – reddito minimo garantito, imposte negative sul reddito, reddito di cittadinanza – ma l’obiettivo di fondo è il medesimo: consentire anche alle persone che sono prive di un proprio reddito di vivere senza dover chiedere l’elemosina.

Il fine è giusto. Contrariamente a quel che si ritiene, è condiviso anche da scienziati sociali (lo stesso Friedman, Hayek, qui da noi Ernesto Rossi) di orientamento schiettamente liberale.

Ovviamente gli strumenti possono essere disegnati più o meno bene. E ormai è generalmente riconosciuto che il nostro reddito di cittadinanza avrebbe dovuto, e dovrebbe essere, disegnato meglio. Ma il problema rimane: il costo di interventi di questo genere non è solo nella quantità di spesa pubblica, e quindi di imposte, necessarie a sostenerli; ma anche nel fatto che finiscono per scoraggiare l’offerta di lavoro: il reddito aggiuntivo effettivo garantito da una occupazione è ridotto dalla quantità di sussidio che chi trova il nuovo lavoro perde; quando questo reddito aggiuntivo si fa più piccolo, un numero maggiore di persone riterrà che il nuovo lavoro “non vale la pena”. Quel che ci si può aspettare a priori viene confermato a posteriori.

Una recente ricerca dell’Inapp rivela che circa la metà dei percettori di reddito di cittadinanza potenzialmente impiegabili ha ricevuto una proposta di impiego, ma di questi oltre la metà la ha rifiutata. Una società può ben decidere di sopportare questi costi – maggiore spesa pubblica e minor numero di persone disposte a lavorare – pur di raggiungere l’obiettivo di ridurre il numero di persone che non hanno abbastanza di che vivere. Soprattutto se è una società ricca, è giusto che faccia così. Ma se a questo si aggiunge una tendenza al calo demografico e all’invecchiamento della popolazione, ci si deve porre il problema di evitare che l’obiettivo umanitario alla lunga divenga insostenibile: se non si trova chi è disposto a lavorare, l’economia ne soffrirà, con essa le entrate fiscali, infine la stessa capacità di sostenere i redditi dei più poveri.

E in effetti l’Italia attraversa una grave crisi demografica: secondo le previsioni Istat da qui a cinquant’anni la popolazione dovrebbe diminuire del 20%, ben 12 milioni di abitanti in meno, e questo anche scontando un flusso migratorio in entrata di circa 250mila persone all’anno. Per effetto del calo della natalità e dell’invecchiamento della popolazione, già nel 2048 i decessi dovrebbero doppiare le nascite.

Difficile che un Paese così fatto possa sostenere 1,8 milioni di famiglie che già hanno percepito il reddito di cittadinanza, a maggior ragione gli ulteriori 1,4 milioni che ne hanno fatto richiesta, e gli 1,6 che intendono farla a breve (fonte Inapp).

I rimedi sono più facili a dirsi che a farsi. Aumento della produttività, rimozione degli ostacoli alla riallocazione dei lavoratori, incoraggiamento all’offerta di lavoro, politiche demografiche. Ma, è inutile nasconderselo, non si esce da una prospettiva di declino economico, che finirebbe per colpire proprio i più poveri, senza una seria, ordinata, ragionevole politica dell’immigrazione regolare.

 

La versione originale di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di maggio 2022. Ci si può abbonare al magazine di Fortune Italia a questo link: potrete scegliere tra la versione cartacea, quella digitale oppure entrambe. Qui invece si possono acquistare i singoli numeri della rivista in versione digitale.

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