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Maria Soave (TG1): “Informare è semplificare, senza mai banalizzare”

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Raccontare la comunicazione

Laureata in Lettere Classiche, Maria Soave è giornalista professionista dal 17 febbraio 2003. Dopo aver frequentato la Scuola di Giornalismo radiotelevisivo di Perugia, ha lavorato al ‘Messaggero’ e dal 2003 al ‘Sole 24 Ore’ e poi a ‘Mondo Economico’ (Rcs). Dal gennaio 2004 il primo contratto Rai al Tg3; oggi è caposervizio della redazione Interni e conduttrice dell’edizione delle 13:30 del Tg1. Da oggi, 6 giugno, Maria Soave è anche conduttrice di “Uno Mattina Estate” insieme a Massimiliano Ossini.

Una responsabilità importante quella di dare le notizie sulla prima rete nazionale…

È la parola chiave, la responsabilità. Soprattutto nei confronti delle persone che ci ascoltano, perché noi facciamo servizio pubblico e questo significa il doppio dell’impegno nel dare le notizie e nello scegliere letteralmente il menù da servire a pranzo e a cena agli italiani. Selezione e controllo delle fonti, accuratezza e garbo nel racconto, attenzione nei confronti dei telespettatori, sono le caratteristiche e la firma del TG1 di oggi, sotto la guida di Monica Maggioni. Caratteristiche che ho sempre cercato di fare mie nel lavoro quotidiano. Quando guardi la luce rossa della telecamera, devi avere la consapevolezza di chi ci sta ascoltando. Dietro quella telecamera ci possono essere, ad esempio, i parenti delle vittime di un fatto di cronaca di cui stiamo parlando, le persone coinvolte in un processo o in una situazione più o meno drammatica. Questa consapevolezza significa responsabilità. Al TG1 sono caposervizio al politico e questa è una responsabilità anche nei confronti del cittadino in quanto elettore che nelle urne decide e sceglie. Tutto però – l’economia, la cronaca, la cultura, lo spettacolo – deve essere trattato con consapevolezza, garbo e responsabilità mio parere.

Per tutta l’estate dovrà usare questo garbo anche nel raccontare le notizie ad ‘Uno Mattina Estate’. Cosa cambia rispetto al Tg1?

‘Uno Mattina Estate’ andrà in onda dalle 9 alle 12: questo vuol dire che il nostro pubblico è composto soprattutto da persone che al mattino si preparano per uscire, oppure da persone più anziane. Io e Massimiliano Ossini parleremo di tutti i temi che interessano gli italiani e cercheremo di farlo con attenzione, responsabilità ma anche leggerezza perché siamo in estate e veniamo da un periodo molto difficile. Prima la pandemia, ora la guerra, il rincaro dei prezzi delle materie prima: tutto verrà raccontato con sensibilità e rispetto delle persone che le difficoltà le vivono quotidianamente. Ad ‘Uno Mattina Estate’ vorrei dare anche il mio apporto con uno sguardo laico, aperto e il più possibile di ampio respiro dando valore ai sentimenti, al cuore delle persone attraverso il racconto di storie importanti che ci fanno capire anche quanto è difficile affrontare la vita ma anche quanto è stimolante affrontare le difficoltà per poi uscirne fuori. Parleremo di ambiente, cultura, di eventi, di sport, dei fatti che accadono e approfondiremo ogni giorno più temi caldi.

maria soave
Massimiliano Ossini e Maria Soave, conduttori di ‘Uno Mattina Estate’. Foto: Guberti – Rasero / GRM Foto

Uno degli obiettivi del lavoro del giornalista è quello di semplificare. Come si fa però a non banalizzare?

Non si banalizza quando si raccontano le cose pensando alle persone che ci ascoltano. È vero, nella tv spesso si rischia di farlo. Quando conduco il tg penso a chi ascolta le mie parole, alla sensibilità del telespettatore. Secondo me l’intelligenza del comunicatore sta proprio nel riuscire a intercettare l’interesse, per connettersi al proprio pubblico. E poi bisogna capire bene il contesto: se scrivo su una rivista specializzata è chiaro che il mio pubblico sarà aggiornato su buona parte delle tematiche, ma se conduco un contenitore come quello di ‘Uno Mattina Estate’ che è visto da un pubblico molto vasto e variegato, devo stare attenta a considerare diversi elementi. Innanzitutto bisogna capire che la soglia di attenzione oggi è molto bassa, quindi bisogna riuscire a cogliere tutti gli elementi per attirare l’attenzione andando subito dritti al punto. Il segreto è cogliere l’attenzione, dare degli input e rendere affascinante il nostro racconto.

Il mondo del giornalismo è cambiato ed è in continua evoluzione: oggi le tecnologie hanno trasformato tutto il settore, si parla sempre più di crossmedialità come superamento della multimedialità. Come si coniuga l’informazione televisiva, di cui lei fa parte, con tutti gli altri media?

Io penso che la tecnologia sia una grande opportunità che va usata con responsabilità e che i media tradizionali possano imparare molto dai new media. Ci sono tantissimi nuovi canali di informazione su Instagram, TikTok, Facebook che approfondiscono le notizie, spiegandole a volte, semplificandole per lo più e dando uno sguardo d’insieme su informazioni che sono complicate. Penso anche all’importanza dei podcast che stanno spopolando e che hanno un utilizzo diverso rispetto ad un telegiornale, ad esempio, perché analizzano o spiegano i fatti che accadono. Ecco, io credo che i media tradizionali dovrebbero essere ancora più crossmediali e che debbano sfruttare questi nuovi tipi di canali per raggiungere sempre più persone, che hanno bisogno di una lente di ingrandimento per capire bene la notizia ed approfondirla. Anche perché è il telespettatore che ce lo chiede: un fruitore consapevole che utilizza allo stesso tempo più media. Grazie ai social poi si è annullata la distanza tra chi fa tv e chi la segue e il feedback è più immediato. Chi fa televisione può calibrare così quasi in tempo reale i propri contenuti. In Rai ci sono dei professionisti seri e bravissimi, impegnati sul campo, che lavorano costantemente per informare: la tv di Stato ha enormi potenzialità per portare avanti la svolta crossmediale e lo sta facendo.

La pandemia e la guerra hanno ristabilito l’agenda setting dei contenuti e quindi l’ordine di importanza delle notizie, determinando una nuova dieta mediatica. Parlando di responsabilità, quale linguaggio un giornalista deve utilizzare di fronte a questi eventi?

Prima di tutto le regole fondamentali: il controllo delle fonti e l’attenzione nei confronti delle persone che vivono quei drammi. La delicatezza con cui si raccontano gli eventi bellici è sempre una scommessa perché c’è una ‘guerra di informazione’. Esiste sempre un racconto della vittima e uno dell’aggressore; e il racconto di chi parteggia l’uno o l’altro. E noi spettatori e cronisti siamo nel mezzo. Non bisogna perdere mai il grandangolo. Sono fondamentali, ad esempio, gli inviati sul campo che ci raccontano ciò che vedono, le storie delle persone che incontrano, quel che accade davanti ai loro occhi. Quello che è successo in Ucraina è agghiacciante e in questa fase l’inviato ha la grande responsabilità di raccontare quello che vede. Ma serve anche il lavoro dalla redazione, appunto il grandangolo, che allarga l’orizzonte, il racconto, che spiega e integra la narrazione, magari con uno storico, o un esperto di geopolitica che ci dica dove siamo, come siamo arrivati a questo punto e verso che direzione stiamo andando. La stessa cosa è successa con la pandemia: ci siamo fidati degli esperti, della politica e delle istituzioni, ma senza prescindere da chi quel dramma l’ha vissuto in maniera profonda. Ed è importante anche il punto di vista di chi non è d’accordo e di chi ha deciso di non seguire le regole, non per dar loro ragione ma proprio per raccontare un pezzo della popolazione che esiste. Bisogna comunque avere una linea di demarcazione della verità: la pandemia esiste, i morti ci sono, ma qualcuno – residuale – ha un’altra idea. Questo significa rispettare la pluralità delle voci e fare buona informazione.

Maria Soave TG1
Maria Soave, giornalista del Tg1

Il Reuters institute for the study of journalism ha pubblicato il suo rapporto sulle principali tendenze attese nel giornalismo per il 2022. Lo studio afferma come questo sarà un anno di attento consolidamento per un settore dell’informazione che è stato sconvolto e galvanizzato dalla prolungata crisi di COVID-19. In diverse parti del mondo, il pubblico dell’informazione è diminuito nel 2021 e in molti hanno espresso preoccupazioni riguardo la crescita della disinformazione. Abbiamo un problema di credibilità?

No, secondo me non in Italia e non con la stampa italiana. Nel nostro Paese i giornalisti hanno cercato – per quanto possibile – di tenere la barra dritta tentando, come ho detto prima, di raccontare la pluralità dei fatti. Forse sì, c’è stata un’‘infodemia’, un bombardamento eccessivo di informazioni riguardanti il Covid, ma era un momento molto particolare, di spaesamento, di smarrimento collettivo. Tutti i media hanno letto e raccontato in modo ampio e serio il fenomeno, appoggiandosi anche agli esperti. C’è stata poi la polemica sui virologi, ma è anche vero che un giornalista non è tenuto a sapere tutto, è obbligato ad affidarsi ai professionisti, agli studiosi. Non credo ci sia un problema di credibilità, credo però che la facilità di utilizzo delle nuove tecnologie abbia in qualche modo fatto credere a tante persone che le informazioni che troviamo in rete siano sempre vere. Il problema è il filtro, il fact checking: non è detto che queste ‘informazioni laterali’ che si discostano dalla via principale, siano effettivamente libere e vere. Possono invece essere pilotate da qualcuno che le utilizza e le indirizza. La funzione del giornalista sta proprio qui: cercare le fonti, metterle insieme, ‘collazionare’ le informazioni e discuterne con un esperto.

Anche il cambio generazionale è un tema chiave. I giovani sono sempre più orientati ad un’informazione spot e online e sono sempre meno quelli che guardano la tv. Cosa devono fare i media tradizionali per attirare l’attenzione dei giovani?

Io credo che principalmente debba cambiare il linguaggio con cui si comunica ai giovani: TikTok, il metaverso, i social, sono il loro mondo. Intanto suggerirei di cooptarli, quindi coinvolgerli nelle nostre cose. Bisognerebbe raccontare i fatti dal loro punto di vista, dando voce però direttamente ai ragazzi: non si può comunicare con i giovani attraverso gli occhi di chi giovane non è più. Noi possiamo imparare tante cose da loro: nuovi modi di comunicare, utilissimi per chi fa il mio mestiere. Secondo me è questa la chiave: bisogna coinvolgere i ragazzi di più nella parte creativa perché essi ci conducano nei sentieri della loro mente.

A proposito di giovani, che consiglio darebbe a chi oggi vuole fare il giornalista? E qual è stata la sua esperienza?

Ho fatto la gavetta, con passione e sacrificio, ho iniziato a 19 anni, quando sono arrivata a Perugia all’università,  come collaboratrice del ‘Messaggero’ a Perugia. Di mattina studiavo, di pomeriggio lavoravo, volevo fare questo mestiere. Dopo la laurea ho frequentato la scuola di giornalismo radiotelevisivo di Perugia, grazie alla quale ho avuto accesso agli stage nei giornali. Dall’esperienza di stage del Sole 24Ore a Milano, ho ottenuto una collaborazione giornalistica con i vari supplementi del quotidiano. Il secondo anno ho fatto uno stage al Tg3, ho lavorato sodo, fatto servizi e sono stata notata dall’allora direttore Antonio Di Bella. Ero innamorata di questo mestiere. Sono stata chiamata, ancora praticante, nel 2003 per un anno a Bologna. Poi mi hanno chiamata per un contratto al Tg3, per la rubrica Shukran. Al termine del contratto, grazie all’aiuto di un collega, ho portato un curriculum al vice caporedattore del Tg1 Economia Michele Renzulli che mi ha messo in contatto con Dino Sorgonà, che era il mitico capo dell’economia del Tg1. Decisero di prendermi, ho lavorato per 5 anni all’economia del Tg1 da precaria, poi dal 2009 sono stata chiamata alla redazione politica per un aiuto durante le europee. E lì sono rimasta, fino ad oggi. Sono stata assunta e sono diventata capo servizio e conduttrice. Un sogno che si è avverato. Racconto spesso la mia storia perché i giovani che vogliono fare i giornalisti sono sfiduciati e mi dicono: come si fa? La mia risposta: lavoro, passione, sacrificio. Bisogna crederci davvero. Bisogna aver voglia di fare il mestiere che ti dà felicità, perché a quel punto lo si fa come una missione, per raccontare e rendere semplici per il pubblico i concetti complessi. È la passione che muove le cose.

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