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Referendum, in democrazia votare non fa male. Mai

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Cinque quesiti nel referendum sulla giustizia, ed è subito polemica politica. Per cui il votare referendario, inteso semplicemente come partecipazione di tutti alla vita del Paese, dentro una logica civica, a prescindere cioè da dove batte il cuore di ciascuno, non esiste più.
Anzi, non si può né si deve, neanche riguardo al merito, applicarsi; foss’anche per capire e farsi la propria idea. Questo è lo storico atteggiamento di diffidenza, di scherno, di altera distanza che marca lo strumento del referendum nel nostro Paese; rendendolo, senza troppi giri di parole, uno strumento negativo in sé.

Perché ciò avviene? La cultura che ha fatto la Repubblica, passando dal partito al singolare (fascista) a quello plurale dei partiti repubblicani, era resistente agli istituti di democrazia diretta previsti nel nostro ordinamento. In questo strumento, infatti, i partiti vedevano, e continuano a vedere, una forma di attacco al Parlamento e alla loro autonomia. Così si finisce, da un lato, con i partiti che si lamentano dei referendum come strumento anti-parlamentare (tradotto: antipartitico) pur avendo contribuito nei decenni a raccogliere e a far raccogliere magari pure le firme, sostenendo il comitato referendario di turno; e, dall’altro, con gli elettori che, di volta in volta convinti o chiamati a essere convinti dei singoli issue in discussione, si sentono poi traditi dall’esito, più o meno aggirato dal Parlamento.

L’insieme delle due cose, a maggior ragione se reiterate nel tempo, ci ha condotto a quello che con acume è stato di recente analizzato dalla Commissione di esperti in tema presieduta da Franco Bassanini, ossia al crollo della partecipazione degli elettori al voto. Di qualsiasi voto: vuoi referendario, vuoi politico.

Un astensionismo sempre più grave, che non si può solo perimetrare in passioni e sentimenti di protesta e di indifferenza dei cittadini nei confronti della politica, ma che, in modo multifattoriale, emerge anche da comportamenti e da ostacoli voluti, per incuria normativa prima che per volontà politica (che tuttavia non manca), dagli stessi partiti politici in sé.

Che fare allora? Da un lato, come altri, accogliere tutte le forme innovative per agevolare la partecipazione elettorale che quella Commissione ha segnalato (dalla digitalizzazione della tessera e delle liste elettorali alla concentrazione delle scadenze di voto in due soli appuntamenti nella forma dell’election day). Dall’altro, affrontare i referendum, abrogativi o costituzionali, per quello che sono: rispettando innanzitutto la più ampia conoscibilità del contenuto ai cittadini, cioè la loro funzione. Altrimenti, nel cancellare mediaticamente il contenuto, si finisce per cancellare – come si vede – anche la funzione democratica che esercitano.

E allora, arriviamo all’oggi, ai referendum del 12 giugno. Che, sinteticamente, trattano di: separazione delle funzioni dei magistrati; cancellazione della legge Severino riguardo all’incandidabilità e alla decadenza degli eletti condannati; limitazione delle misure cautelari, cioè della carcerazione preventiva per indagati o imputati; abolizione delle firme per le candidature dei magistrati togati al Csm; valutazione sulla professionalità dei magistrati.

A guardarci dentro, non valgono poco. Certo: non tutto. Ma il legislatore referendario è un di tipo negativo, cioè destruens. E, vieppiù su questo tema, per fare la parte costruens a noi serve innanzitutto quello positivo, il Parlamento. Tuttavia, è già un inizio. Per riprendere l’abitudine a confrontarsi su questo tema – la giustizia – e poi con il votare in sé: che in democrazia, in fondo, è l’alfa e l’omega di ogni ragionamento che miri al merito dei problemi. E soprattutto alle sue soluzioni.

La versione originale di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di giugno 2022. Ci si può abbonare al magazine di Fortune Italia a questo link: potrete scegliere tra la versione cartacea, quella digitale oppure entrambe. Qui invece si possono acquistare i singoli numeri della rivista in versione digitale.

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