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Pnrr, un nuovo millenarismo

palazzo chigi

È divenuta una litania: il Pnrr è l’ultima occasione per l’Italia; se sarà colta, ci si aprirà un futuro di benessere e di progresso; se sarà mancata, ripiomberemo nel declino e nella crisi.

Sono ritornelli già sentiti. Ogni qual volta è partita la programmazione degli interventi europei per lo sviluppo regionale, quindi nel 2000, nel 2007, nel 2014, si sono sprecati i convegni, i titoli di giornali, i discorsi dei politici volti a spiegarci che quella era “l’ultima occasione per il Sud”. Se colta, avrebbe condotto a colmare il divario tra il nostro Mezzogiorno e il resto d’Italia e d’Europa. Se mancata, lo avrebbe condannato a rimanere nell’arretratezza.

Non sembra che quell’enfasi abbia condotto a risultati positivi, e in quel lungo periodo il ritardo di sviluppo del Sud si è allargato. Ora ci risiamo, ma questa volta il Sud è l’intera Italia, ormai configurata, almeno nel dibattito pubblico, come una grande area in ritardo rispetto al resto d’Europa.

Sono giustificate queste attese millenaristiche rispetto al Pnrr? È sufficiente uno sguardo alle grandezze in gioco per rendersi conto che – come tutti i millenarismi – anche questo è basato su elementi irrazionali.

Nel suo complesso, il Pnrr impegnerà una spesa totale di 222,1 mld. Certo, tanti soldi. Ma, negli stessi anni, la spesa pubblica totale dell’Italia ammonterà a circa 6.000 mld. Perché mai dovrebbe diventare tanto decisivo, fino a generare attese millenaristiche, un programma che riguarda poco più del 3% della spesa pubblica? Ancora: 122,6 di quei 221 mld sono debito verso le istituzioni comunitarie; ci costerà un interesse inferiore a quel che ci richiede il mercato quanto vi ricorriamo direttamente, ma comunque è un debito che dovremo ripagare. Altri 30,6 mld sono fondi nazionali, che abbiamo deciso di aggiungere ai fondi europei, spendendoli nei medesimi tempi modalità: ulteriore debito pubblico.

Gli stessi 68,9 mld residui, i ‘grants’, in realtà dovremo ripagarli secondo la nostra quota di copertura del bilancio comunitario; resta un effettivo trasferimento dall’Unione pari a circa 50 mld. L’1% della spesa pubblica che sosterremo nei sei anni di validità del Pnrr. Qualcuno può affermare che quel che conta è l’1%, e non come sarà speso il 99% che continuerà a seguire i percorsi di spesa ordinaria? Si dirà: il Pnrr non è fatto solo di spesa, ma anche di riforme. Ed è vero. Ma dietro l’enfatizzazione delle riforme si nasconde una sopravvalutazione dell’efficacia del ‘vincolo esterno’ riguardo alla quale anche coloro che inventarono l’espressione, a partire da Guido Carli, avrebbero seri dubbi.

Esiste un incentivo a realizzare le riforme previste nel Pnrr, perché il mancato raggiungimento degli obiettivi comporta per il Paese la perdita di risorse. Difficile però pensare che questo basti a superare le resistenze di chi da quelle riforme si ritiene svantaggiato. Anche perché il beneficio derivante dalla loro realizzazione non andrebbe a compensare precisamente coloro che dalle riforme si ritengono colpiti. Basti pensare a un esempio emblematico: quello dei gestori di stabilimenti balneari.

Loro, e chi li rappresenta, non hanno certo arretrato di fronte al “vincolo esterno”, e stanno riuscendo a svuotare in larga parte una riforma delle concessioni cui pure ci siamo impegnati. La stessa fine sta facendo nel suo complesso la ‘legge sulle liberalizzazioni’. Più in generale, si può pensare che il vincolo esterno divenga un sostituto delle scelte politiche, e della necessità di raggiungere il consenso su un processo di riforma?

L’esempio più calzante è quello della riforma fiscale: che riforma può essere quella che non affronta i temi di un livello-obiettivo della pressione fiscale, della progressività da garantire, della distribuzione del prelievo fra redditi, consumi, patrimonio? Tutte scelte eminentemente politiche, che richiedono la chiara formulazione di obiettivi politici. Scelte che non possono essere sostituite dall’opinione tecnica della Commissione europea.

Tant’è vero che si continua a chiamare nel dibattito pubblico ‘riforma fiscale’ un provvedimento che al più riordinerà qualcosa nel bailamme in cui si è trasformato il nostro sistema di prelievo. Come osservava il compiano Luciano Pellicani, autore della voce ‘millenarismo’ nella Enciclopedia delle scienze sociali Treccani, “è appena il caso di sottolineare che gli argomenti razionali, volti a raffreddare l’entusiasmo degli adepti di un movimento millenaristico, risultano del tutto inefficaci”.  Così sarà anche nel caso delle attese millenaristiche sul Pnrr. Salvo poi dover constatare che il Regno di Cristo in terra è di là da venire, non c’è nessun ‘unto dal Signore’  alle viste; e il tempo sprecato nell’attesa avrebbe dovuto essere più prosaicamente impiegato per migliorare il qui e ora della nostra vita terrena. Fuor di metafora: per tentare di ridurre la dimensione e migliorare l’efficacia di quella montagna di spesa pubblica che grava sul nostro futuro.

La versione originale di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di giugno 2022. Ci si può abbonare al magazine di Fortune Italia a questo link: potrete scegliere tra la versione cartacea, quella digitale oppure entrambe. Qui invece si possono acquistare i singoli numeri della rivista in versione digitale.

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