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A cosa serve una tv pubblica nell’era digitale

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È dagli anni Cinquanta del secolo scorso che si discute se il servizio pubblico radiotelevisivo abbia un senso in Europa. Se sia lecito riservare un così ampia area di mercato della comunicazione a un soggetto “non di mercato” come la tv pubblica. Sia che si tratti di un burosauro come da decenni è la Rai, sia che possa essere un bastione della cultura nazionale, produttore di contenuti alti e innovativi come la Bbc, modello storico di servizio pubblico fin dagli anni Venti (sempre del secolo scorso).

Che però secondo Churchill era “occupata dai rossi”. Una volta tornato al governo dopo la sconfitta elettorale post-bellica, lo statista tolse alla Bbc il monopolio delle onde hertziane, creando un soggetto privato (Independent Television Network, Itv) cui riservare il monopolio della raccolta pubblicitaria per un gruppo di imprese locali e nazionali alle prime armi.

Il dilemma sulla reale utilità di un servizio pubblico ha continuato a porsi almeno fino a metà anni Ottanta, quando in Europa e nel mondo esplose il fenomeno della Tv privata commerciale.

Allora toccò all’Italia per prima cambiare assetto al mercato dell’etere, nel solito modo pasticciato e confuso che servì ad accontentare tutti fra radio tv private locali e monopolio berlusconiano. Seguirono Francia e Germania, dove l’arrivo “ordinato” della Tv commerciale almeno non tolse peso e legittimità al servizio pubblico.

Nello stesso periodo la Margaret Thatcher provò a mettere la Bbc sul mercato, affidando a una commissione guidata dall’economista neo-liberista Alan Peacock, lo sviluppo di una ipotesi di finanziamento alternativo al canone basato su pubblicità e sponsorizzazioni.

Tuttavia la risposta della Commissione Peacock gelò i furori del Primo Ministro. Il responso fu il seguente: Bbc non avrebbe avuto problemi a finanziarsi sul mercato libero con la pubblicità, ma avrebbe invece distrutto la concorrenza privata di Itv (cui si era aggiunta Channel 4 dai primi anni ‘80). Troppo rischioso allora procedere alla privatizzazione della Bbc.

Adesso ci riprova il politicamente traballante Boris Johnson, detto BoJo, che, infatuato di Churchill, sogna di ricostituire l’impero ripristinando vecchi sistemi di misurazione e impartendo una lezione al broadcasting pubblico. La ricetta: via il canone alla Bbc dal 2027 e che si venda al miglior offerente Channel 4, l’altro produttore di proprietà pubblica, ma finanziato interamente dalla pubblicità.

L’argomento principale contro il servizio pubblico è sempre lo stesso: sarebbe un pachiderma inefficiente che toglie linfa ad altre imprese britanniche in campo giornalistico e creativo. È di parere opposto il New Yorker, che a maggio ha dedicato alla storia della vecchia zia del broadcasting mondiale un lunghissimo servizio. Infatti Channel 4 campa tranquillamente sul mercato (con ricavi per £1 miliardo l’anno), Itv ha chiuso il 2021 con oltre £5 miliardi di fatturato, il miglior bilancio della sua storia. Un po’sopra Bbc che, con ricavi per £5 miliardi impiega però circa 20 mila persone.

Si noti che il peso del canone (£3,75mld) sulla spesa pubblica britannica è pari allo 0,34%, una quota irrisoria per il più grande produttore mondiale di informazione (la cui divisione news pesa per il 10% sul bilancio totale), e fra i principali produttori internazionali di fiction, documentari e programmi multi-genere i cui diritti generano ogni anno ricavi per più di £1mld, che permettono di tenere il canone relativamente basso (più alto di quello italiano, ma molto più basso di quello tedesco).

Lo scorso anno la società di certificazione Kpmg ha calcolato che ogni sterlina spesa dalla Bbc ne ha generate 2,63 per la economia britannica. Insomma, trattasi di circuito virtuoso e infatti le motivazioni del governo britannico non sono economiche ma politiche. In sintesi: troppa indipendenza non va bene.

Tuttavia la criticità del Servizio Pubblico è un tema reale. Soprattutto oggi, visto che siamo ormai prossimi al superamento dei consumi di tv lineare tradizionale (pubblica o privata, finanziata dal canone e/o dalla pubblicità) da parte delle imprese di Svod (Streaming On Demand), con la loro mostruosa capacità di investimento su alcuni dei generi di maggior attrazione per il pubblico.

Restando su Bbc in quanto modello storico, le prospettive all’inizio del suo secondo secolo di vita appaiono abbastanza deprimenti. Per la prima volta si sta davvero rimpicciolendo in termini assoluti e relativi, e di fronte alle piattaforme globali di streaming, appare poco più che una piccola potenza regionale.

Netflix investe in un anno quattro-cinque volte più di Bbc nella produzione di contenuti originali e non deve farsi carico del mantenimento di cinque orchestre sinfoniche, mentre il numero dei suoi abbonati ha superato già nel 2019 quello degli utenti registrati del Bbc iPlayer.

In un universo televisivo dominato dalla scelta individuale, quella tassa generica che è il canone appare decisamente fuori moda. Fra il 2010 e il 2019 il budget Bbc è diminuito del 30% in termini reali e se la continua trattativa con i governi conservatori che si susseguono da dodici anni, l’ha obbligata a risparmiare fino a £1 miliardo l’anno, secondo il Britain National Audit Office, i prossimi tagli riguarderanno anche programmi che generano ascolti alti (come Holby City, serie ospedaliera di grande successo da 23 anni) o la copertura di eventi sportivi importanti come le Olimpiadi (dai 24 canali in streaming di Rio si è passati ai soli due di Tokyo).

Torna in voga l’idea che il servizio pubblico si debba occupare solo di programmi “distintivi” e quindi che Bbc dovrebbe produrre solo quello da cui i suoi competitor commerciali si tengono alla larga. È una ipotesi che va contro tutto quello che Bbc è stata per cento anni, ovvero un’istituzione capace di produrre programmi per lo sviluppo di conoscenza condivisa, per soddisfare non i desideri individuali, ma una esperienza collettiva che arricchisce la società nel suo complesso. Perché “il genio e lo sciocco ascoltano la radio nello stesso momento, qui non c’è prima e terza classe”, come scrisse nel 1924 John Reith, il rigido presbiteriano scozzese che Bbc fu il mitico direttore generale per un trentennio. Fu lui a inventare lo slogan: informare-educare-intrattenere, alla base della filosofia delle tv pubbliche nel mondo.

E se ancora nel 2015 il 97% del campione di 192 mila risposte a una indagine YouGov governativa aveva della Bbc una opinione “molto favorevole”, evidentemente il lascito reithiano continua a funzionare.

È giusto allora domandarsi se ha ancora senso un Servizio Pubblico partendo dai fondamenti Informare, Educare, Intrattenere un pubblico di massa? Soprattutto alla luce del superamento della logica competitiva pubblico/privato, e mentre la vera concorrenza è ormai concentrata sull’accesso alla spesa dei consumatori con lo spostamento di risorse personali a fronte di un universo di pubblico che è somma di frazioni sempre più piccole.

Ha ancora senso una tv pubblica multi genere alla luce della crescente prevalenza dell’on-demand nei generi forti (fiction, serie, documentari)? O andrebbe lasciato attivo solo nel campo minato della Informazione e del Current Affairs, dove l’Ott non sembra funzionare (vedi il recente fallimento del progetto di Cnn, che ha lanciato e ritirato la sua offerta Ott nel giro di un mese), mentre è già ai margini negli avvenimenti sportivi, e nei format di gioco e intrattenimento famigliare, dove gli Svod muovono i primi passi.

Tutto sembra indicare che no, non ha senso. Eppure c’è chi pensa che il servizio pubblico debba non solo continuare a esistere, ma estendersi al digitale. Per esempio il Commissariato al Mercato Unico Digitale nel 2015, il Consiglio di Europa nel 2018 e solo due anni fa il Center for Media Pluralism and Media Freedom della Università Europea di Firenze. Quest’ultimo chiudeva il suo triennale rapporto Media Pluralism Monitor 2020 sul pluralismo nella informazione in Europa, allineandosi con queste importanti istituzioni nella richiesta di un presidio di servizio pubblico che dalla radio e dalla TV si allarghi anche alla rete. Un Public Service Media digitale che operi a scala europea, mettendo insieme le risorse di quelli nazionali.

Il Rapporto prova a suggerire alcuni interventi specifici in vari campi della professione giornalistica e del rapporto con la politica e il mercato. Ecco l’elenco: eguaglianza di genere nella produzione delle news e nella gestione delle imprese che fanno informazione; protezione dei giornalisti sotto minaccia; abolizione delle pene detentive in materia di diffamazione; tutele legislative contro gli effetti delle “liti temerarie”; interventi per rafforzare l’indipendenza del Servizio Pubblico rispetto al governo; uso dei proventi della Tassa sui Servizi Digitali (entrata in vigore nel 2021) per promuovere il pluralismo anche nel campo dei media digitali; sviluppo di apposite politiche di formazione in materia di media literacy, anche allo scopo di affrontare in modo coordinato il rischio di diffusione dello hate speech.

Insomma, di argomenti a sostegno della triade informare-educare-intrattenere, concepita negli anni Venti del secolo scorso, ce ne sarebbero ancora, magari senza creare nuovi moloch.

Certo Informare oggi significa alcune cose: lavorare secondo principi e metodi che garantiscano il rispetto della realtà fattuale al di là delle opinioni (che sono legittime ma solo quando non esplicitamente fuorvianti e false a fine propagandistico); colmare il gap di informazione e formazione che rende il pubblico sempre meno competente e quindi meno capace di scegliere; porsi il problema dell’analfabetismo digitale e impostare i meccanismi di una corretta informazione (per quanto possibile in tempi di fake news e disinformatia), per evitare che debba intervenire l’Autorità Garante contro certe presenze propagandistiche nei talk show della Tv pubblica e privata; fare in modo che lo stile del servizio pubblico sia un riferimento anche per gli Ott.

Certo educare oggi non è più insegnare a leggere e scrivere a un paese arretrato. Anche se in Italia la percentuale di analfabeti funzionali e di ritorno, non in grado di comprendere un semplice testo è decisamente troppo alta (intorno al 30%). Certo occorre colmare l’analfabetismo digitale, i gap nella formazione civica (analfabetismo civile), in quella emozionale/sentimentale, nella cultura finanziaria, dove il nostro paese è ultimo in Europa per capacità di pianificazione finanziaria contro gli imprevisti.

Certo sarebbe meglio che lo facesse la scuola (come in Portogallo dove la materia è obbligatoria alle superiori fin dal 2018), ma se programmi di informazione e i linguaggi della fiction ne facessero oggetto di argomentazione potrebbe aiutare. E soprattutto significa affrontare l’argomento più difficile nei nostri anni di proliferazione delle applicazioni di AI, ovvero i temi di una Etica Digitale dove far convivere uomo e macchine pensanti, promovendo processi di gestione sociale del rischio senza perdere il senso di orientamento necessario a muoversi in una società complessa, ma promuovendo anche percorsi che mettano in evidenza la necessità dell’imprevedibile per imparare a decidere in contesti di incertezza.

Certo Intrattenere oggi significa non più solo far passare il tempo divertendo, ma concepire narrazioni che utilizzino linguaggi efficaci finalizzate appunto alla messa in campo di quei processi formativi, promuovendone i contenuti che, come scritto su Fortune Italia, sono la nuova materia prima che andrebbe tutelata al meglio nell’interesse pubblico.

Considerazioni, ragionamenti e suggerimenti condivisibili. Soprattutto per quanto riguarda la promozione di iniziative contro l’analfabetismo digitale e gli interventi contro il rischio di impoverimento dell’offerta di comunicazione, usando anche la Digital Tax per preservare l’equilibrio in un mercato che da tempo vede grandi volumi di pubblicità, risorsa fondamentale per la tenuta economica delle imprese, trasferirsi dai media tradizionali ai signori del digitale. Perché è del tutto evidente che solo una offerta equilibrata di informazione di qualità garantisce il mantenimento e lo sviluppo di una opinione pubblica attrezzata.

Per tutto questo, oltre che per la necessità di affrontare problemi di sostenibilità ambientale, responsabilità sociale delle imprese, sfida tecnologica al lavoro ecc., un servizio pubblico radio-tv continua a essere utile, anche senza ripetere il vecchio modello allargato al digitale nella formula del Public Service Network, cara a Bruxelles e Strasburgo. Forse basterebbe che i nuovi atti di indirizzo” come quelli che il governo Draghi ha affidato all’Ad Fuortes per il Contratto di Servizio della Rai, non fossero solo un elenco di argomenti di “interesse pubblico” (lavoro, inclusione, disabilità, dieta mediterranea e industria agro-alimentare), ma piuttosto criteri di misurazione degli obblighi che consentano di verificare il rispetto degli impegni. Come Bbc fa da decenni.

Resta da chiedersi come farà il servizio pubblico a tamponare i rischi per il pluralismo sul piano dell’offerta, in una fase come l’attuale dominata da processi di acquisizione della informazione sempre più individualizzati e on-demand con relativi rischi di auto-referenzialità nella selezione delle fonti spesso manipolate dai social media. E soprattutto da diffusi fenomeni di pregiudizio di conferma, dove il pubblico non cerca tanto una informazione corretta, quanto la conferma della propria interpretazione dei fatti con grave nocumento per la realtà dei fatti stessi.

Tutti problemi molto seri, la cui soluzione richiede probabilmente un paziente e difficile lavoro di formazione del pubblico dove gente come Reith sarebbe davvero molto utile.

 

*Daniele Doglio è un analista dei media

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