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Intervista a Mauro Porcini, l’italiano nella 40 Under 40 Usa del 2012

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“Essere inserito nella 40 Under 40 di Fortune è stato sicuramente un traguardo molto prestigioso per me, ha aggiunto valore alla mia biografia, al mio profilo, in tante situazioni diverse”. Mauro Porcini è un innovatore con una visione. Classe 1975, nel 2012 fu inserito nella 40 Under 40 di Fortune.com, il ranking delle giovani stelle emergenti del business che, proprio quell’anno lì, ospitava anche Mark Zuckerberg di Facebook (ora Meta), Larry Page di Google, Marissa Mayer di Yahoo, per citarne alcuni.
Comunicatore, designer, manager, Porcini ha lavorato per Philips Design. Ha poi fondato una sua agenzia, Wisemad, è stato il primo chief design officer di 3M, ed oggi è SVP e Chief design officer di PepsiCo.
Dal suo loft newyorkese, Mauro Porcini ci ha contagiati con quello straordinario entusiasmo che caratterizza chi sogna di cambiare il mondo, e sa di essere a buon punto.

WiseMad era il nome della sua agenzia, saggio e folle, è questa la ricetta per una creatività di successo?
Una domanda che nessuno mi ha fatto in più di vent’anni e mi fa piacere riceverla perché ci abbiamo veramente messo tanto a concepire quel nome, wise – saggio, mad – folle, creativo, ed è proprio quello, l’equilibrio fine fra intuizione, creatività. È qualcosa che ti arriva nella pancia, ancora prima che nel cervello. Va poi combinato con la razionalità, la programmazione, il processo, la strategia. E forse, senza neanche saperlo, in quella combinazione già avevo intuito la chiave del successo. Nel mio percorso professionale c’era quell’aspetto più emozionale, l’approccio al business tipicamente italiano, che si è unito alla visione più anglosassone, strategica, process driven, come dicono qui (in USA ndr). Avere solo l’uno o l’altro non basta, avere l’uno e l’altro può essere la ricetta perfetta, o almeno per me ha funzionato.

Design è innovazione. Ma quanta innovazione vede in Italia? Quali sono i percorsi che startupper, uomini e donne, dovrebbero seguire per poter ambire a diventare unicorni?L’Italia ha l’innovazione già definita proprio nel codice genetico. Purtroppo negli ultimi anni sta risentendo di tutta una serie di motivi culturali e strutturali: l’incapacità di fare sistema, di avere un approccio che vada al di là dei confini del paese, di lavorare per qualcosa di più grande dell’interesse personale, di avere ottimismo, che è necessario quando si fa innovazione e impresa. In Italia è come se prevalga una sorta di vittimismo, a livello sistemico. Ma se invece ci si focalizzasse sugli asset incredibili che abbiamo, a partire dal trend culturale italiano, da quello che significa la parola Italia in giro per il mondo, combinandolo con le nostre tecnologia, la capacità manifatturiera, i valori alla base della nostra economia, potremmo fare delle cose straordinarie. Dobbiamo cominciare a pensare in chiave glocal: produrre in Italia e vendere all’estero, o disegnare in Italia, produrre in Cina, vendere in America. Questo fanno tante aziende, in giro per il mondo, che sono diventate realtà internazionali e globali, e questo dovremmo iniziare a fare anche in Italia, e per riuscirci è fondamentale fare sistema. La PMI che è tipica italiana, che ci ha fatto grandi nel dopo guerra, ora deve evolversi e diventare una realtà strategica, locale, in cui la creatività, l’intuizione l’imprenditorialità sono fondamentali, ma bisogna aggiungerci un approccio strategico, forse più tipico della cultura anglosassone.

È del 2021 il suo libro “L’Età dell’Eccellenza”. Siamo ancora in quella fase “eccellente” e cosa servirebbe oggi, oltre a innovazione e creatività, per costruire un mondo migliore?
Il mondo sta cambiando ed in questo nuovo mondo l’eccellenza diventa una necessità. Non significa che sia ovunque, significa che vince chi riesce ad raggiungere l’eccellenza nei propri prodotti, servizi, ma anche negli atteggiamenti, nel lavoro, nella visione del futuro. Puntando all’eccellenza si può riuscire ad avere successo, non c’è più spazio per proteggere la mediocrità, di nessun genere.

Come si crea l’eccellenza?
Beh, la formula è semplice e al contempo molto complessa. Io la riassumo in tre parole, che saranno anche il sottotitolo del libro nella versione inglese, che uscirà ad ottobre: ‘People in Love with People’, il titolo sarà ‘The human side of Innovation’. Le prime People sono gli imprenditori, i designer, i ricercatori, che vogliono cambiare lo status quo, creare qualcosa di innovativo e di migliore. Love riassume l’approccio nuovo, il pensiero, la passione inarrestabile, ma soprattutto l’amore per la società, le persone che utilizzeranno i prodotti. È la spinta a fare qualcosa che crei valore. Poi i risultati di business sono una conseguenza, troppe volte invece di pensa solo a creare ricchezza. L’innovatore vero ragiona in modo diverso, ama l’utente, la società, l’ambiente, il pianeta e cerca di creare valore per loro, e di estrarre poi il valore economico, che è la condizione perché poi per fare di più, per creare di più di questi prodotti, per spingere le proprie idee positive, sostenibili. Il secondo People sono proprio le persone per cui creiamo, per cui produciamo. People in Love with People.

Gli innovatori veri hanno quindi della caratteristiche specifiche.
I People innovatori devono avere delle qualità, alcune ovvie, come la capacità di pensare in grande, unita con la capacità di eseguire, di far accadere le cose. Servono entrambe. Ma io credo che ci siano delle altre caratteristiche indispensabili per il successo: la curiosità, l’ottimismo, il rispetto degli altri, l’amore per la diversità, la gentilezza, e il buon cuore. Sono caratteristiche indispensabili per aumentare la produttività delle aziende e anche per portare qualità attraverso i nostri prodotti e i nostri servizi. Ma quante volte ci è capitato di sentire un CEO che deve assumere un dipendente, chiedere: questa persona è curiosa, è ottimista, è buona? Sono valori che non vengono neanche considerati. Io però è su queste basi che ho costruito i miei team sia in Pepsi che in 3M, assumendo centinaia di persone, in ogni paese del mondo, e questi sono stati i criteri a cui ho dato priorità, e si sono rivelati fondamentali per creare un team che performasse meglio di ogni altro team all’interno di queste aziende, ed eventualmente anche al  di fuori.

Di ‘advice’ gliene avranno chiesti molti, in tanti. E noi non saremo da meno. Qual è il suo consiglio per i 40 Under 40 italiani che saranno nel ranking di Fortune Italia per il 2022?
Ricevere un riconoscimento come la 40 Under 40 è una cosa di grande prestigio. Quando si ricevono questi endorsment, è importante capire che fanno parte di un percorso, non sono un traguardo. Il nostro tragitto deve puntare all’apprendimento costante, e per farlo dobbiamo mantenere un’umiltà di fondo, sempre accompagnata da una grande consapevolezza di noi stessi. Noi valiamo, e Fortune ce lo ha riconosciuto, ma non abbiamo tutte le risposte, e quindi dobbiamo avere anche il coraggio di fare le domande, di ascoltare gli altri, anche se hanno un ruolo diverso dal nostro, e forse non sono al nostro livello, possiamo sempre continuamente imparare. Io credo che il dialogo sia ricchezza, spesso aiuta a vedere le cose con un’ottica diversa, ogni tanto capisci di avere dei ‘blind spot’, come dicono gli americani, e quindi cresci e impari, altre volte offri tu una verità che può far crescere l’altro, ma il più delle volte dal dialogo si crea qualcosa di più grosso che trascende le due persone, e si creano nuove verità, si creano nuove idee. Il dialogo è importante, in un momento in cui invece, spesso, si vedono attacchi, contrasti, guerre che accadono sui social media fra persone, e poi purtroppo fra paesi, comunità, ed è un qualcosa che dovremo debellare con questa idea del dialogo, della diversità, che ci arricchisce continuamente e ci fa crescere ogni giorno di più.

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