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Il futuro dell’AI, tra uomo e natura: intervista a Giancarlo Elia Valori

intelligenza artificiale A.I.
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Giancarlo Elia Valori è un manager di lungo corso. Ha attraversato tutta la storia politica e industriale del nostro Paese negli ultimi decenni, a partire dalla metà degli anni ’70. Oggi è Presidente dell’International World Group. A maggio 2022 è uscito per l’editore Rubbettino il volume ‘Geopolitica, conflitti, pandemia e cyberspazio’. Per questo abbiamo voluto sentire il suo parere sui temi che riguardano la tecnologia e in particolare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Ecco l’intervista che ha rilasciato a Fortune Italia.

Elon Musk ha accennato ai pericoli derivanti dalla creazione di un’intelligenza artificiale che possa sfuggire al controllo umano. Lei cosa pensa in proposito?

L’intelligenza artificiale è priva di umanità, è imperfetta, è robotica. Il suo unico scopo è o dovrebbe essere servire l’uomo, il che la rende automaticamente inferiore; ma il fatto che possa continuare ad avere una sua indipendenza comportamentale, esistere e durare anche dopo la sparizione dell’essere umano, da essa eventualmente favorita – quindi oltre la vita biologica – senza servire a niente e a nessuno se non alla propria riproduzione, è il pericolo più grande di tutti. Proviamo a sviluppare un paradosso. Se l’uomo programma l’intelligenza artificiale per la difesa dell’ambiente, delle risorse naturali e vegetali del pianeta e in toto, chi crediamo che l’AI individui come il massimo nemico e pericolo per la distruzione della Terra? Ovviamente l’uomo, che la sta divorando e spolpando per profitto, comodità, armi più sofisticate, privilegi e quant’altro: ossia ciò che sta facendo almeno il capitalismo dalla prima rivoluzione industriale a oggi. Per cui il primo passo dell’AI sarebbe l’eliminazione dell’uomo. Di conseguenza si potrebbe pensare: ‘Allora programmiamola per salvare l’uomo’; ma così facendo l’AI suggerirebbe all’uomo sistemi più sofisticati per sfruttare il pianeta, migliorare gli armamenti, inquinare i mari, far sciogliere le calotte polari, devastare foreste, sterminare gli esseri viventi dal secondo grado della catena alimentare in giù. Il risultato non cambierebbe. L’uomo avrebbe qualche secolo di vita in avanzo, ma sarebbe ugualmente destinato a scomparire. Per cui l’eternità del genere umano non può essere garantita dall’intelligenza artificiale ma da una presa di coscienza delle persone (rectius: dei decisori) a non superare il punto di non ritorno.

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Giancarlo Elia Valori, oggi presidente dell’International World Group

Il filosofo Luciano Floridi ha pubblicato recentemente un libro dedicato all’etica dell’intelligenza artificiale. Anche lei si è occupato di questo tema. Può dirci quali problemi e quali opportunità vede da questa angolazione?

Mi fa piacere che uno studioso di materie umanistiche affronti questo problema, in quanto solo “il governo dei filosofi e il regno della Virtù” – e non quello delle macchine – può salvarci. Dire etica dell’intelligenza artificiale è azzardato, un Robot A non può avere etica, se non quella immessa da un determinato programmatore X, che ha una sua etica, che è differente da quella di altri programmatori (Y, Z, ecc.) che immettono le proprie etiche nei Robot B, Robot C, ecc. Ma questi programmatori a loro volta da chi sono finanziati? E il cerchio si chiude.

Lei ha citato in un suo recente intervento, un articolo di due scienziati del Jet Propulsion Laboratory della Nasa, pubblicato nel 2017. Secondo gli studiosi molto presto gli astronauti che viaggeranno per lo spazio saranno sostituiti da esseri umani sintetici, capaci di prendere decisioni autonome mediante l’intelligenza artificiale. Siamo nel campo delle ipotesi, se non della fantascienza. Cosa pensa di questa ipotesi, può aiutare nella prossima fase di esplorazione dello spazio?

La fantascienza è patrimonio dei romanzieri di questo genere; la tecnologia e il progresso scientifico – che sino a ieri vedevamo solo nei film – invece si studiano e nascono nei laboratori di alto livello. Nella storia chi ha pensato in maniera fantascientifica, prima è stato deriso e poi condannato. Pensi a Galileo e Giordano Bruno, e a Copernico che decise che solo dopo morto si potevano pubblicare le sue ricerche e scoperte dei moti dei pianeti attorno al sole. Vogliamo andare più indietro? Se Democrito d’Abdera nel sec. V avanti Cristo avesse spiegato a un nobile, a un contadino, a un pescatore, la fisica quantistica – di cui egli è stato antesignano – oltre a non capirci nulla l’avrebbero preso per pazzo. Mentre egli, con l’intuizione e senza tecnologie di sorta aveva già manifestato e introdotto tali teorie secoli prima che la scienza di tipo spirituale, astratto, dogmatico e inconfutabile, bloccasse per paura le menti più libere per tanti secoli a venire. L’esplorazione dello spazio, lo sfruttamento degli asteroidi non solo sono una certezza, ma anche un’ipotesi di pace: le ultime risorse della Terra giacciono in Eurasia, per cui capirete la gravità della situazione. Se il genere umano trova i mezzi per sfruttare i corpi celesti, onde trovare quelle risorse che sono in fase di esaurimento, ci saranno meno guerre per giungere nello Heartland, così come sta accadendo dall’implosione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Ci sono musicisti e artisti che si affidano all’AI per le loro creazioni. In particolare nel mondo dell’arte sta nascendo un nuovo mercato digitale. Che impressione ha di questo fenomeno?

Beh, è innovativo e sorprendente, se l’autore X fa cantare o suonare l’AI quale maestro e creatore. Però badi, se un autore X “dice” al programma: ‘Creami un pezzo a metà strada fra Bach, i Pink Floyd e Orietta Berti’, allora è peggio del bambinetto che alle scuole elementari copia il compito del secchione amico di banco.

E l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel campo della formazione e istruzione? Lo vede favorevolmente?

Sì, ma anche qui andiamoci piano. Se l’AI inizia a sostituire l’uomo – in questo caso quale pedagogo, maestro, professore, insegnante – non è tanto il problema di creare disoccupati in ambito di, appunto, formazione e istruzione, ma sarebbe l’inizio dell’inutilità della presenza umana. Le fasi della nostra vita sono cinque: nascere, insegnare, amare, ammalarsi e morire. La prima è per adesso ovvia, ma se cominciamo a eliminare la seconda, allora vorrebbe dire che siamo veramente polvere e non dico rispetto allo spazio, ma già su questo pianeta.

Quanto è importante che anche la pubblica amministrazione si doti di questa tecnologia?

È importante perlomeno nel fare in modo che terzi – altrimenti detti hacker: white hat, black hat, grey hat, growth, nation state, ecc. – non penetrino nei nostri spazi vitali: salute, risparmi; e in quelli nazionali: intelligence militare, spionaggio industriale e civile, comparto bellico, ecc.

Gli investimenti in ricerca e sviluppo fanno da sempre la differenza nel campo dell’innovazione e della tecnologia. L’Italia come è posizionata in questo caso?

È posizionata molto male, basti pensare ai ripetuti hackeraggi, come quello del sistema sanitario alla Regione Lazio l’anno scorso. Il problema è che coloro che dovrebbero tutelarci, oltre a non essere ben remunerati sono pure indietro rispetto alle conoscenze degli hacker, in quanto col posto fisso e a stipendio X si sogna poco e non si va da nessuna parte.

L’Eurostat attesta la crescita importante del mercato AI in Italia, +27% del 2022 sul 2021. Sappiamo che il dato è meno positivo se andiamo a verificarne la penetrazione nelle medie e piccole imprese. Che sono l’ossatura stessa del nostro sistema industriale.

Il fatto è che in Italia le questioni computer e intelligenza artificiale latitino, appartiene alla superata cultura vetero pseudo umanistica, di cui siamo infarciti. I computer sin da principio sono stati sempre considerati come giochi da bambini o – se vogliamo andare sul difficile – roba da Playstation per il dopolavoro da trascorrere coi figli. Quando si acquista uno smartphone o un iPhone, ecc., l’acquirente spende i suoi bei 700-1000 euro, e quando lo rimpiazzerà lo avrà saputo usare per qualche telefonata, foto, giochino, o lettura di notizie e scambio WhatsApp con l’amante, ignorando almeno il 95% del potenziale di quell’oggetto ormai “vecchio” e superati e già col pensiero al nuovo fenomenale pezzo da comprare. In queste condizioni cosa vogliamo sperare?

C’è un divario che aumenta tra chi ha facilità a usare la tecnologia e chi invece non ha sufficiente accesso a questi strumenti. Cosa possiamo fare per contribuire a ridurre questo divario?

Mi rifaccio alla risposta precedente. Non si tratta di facilità a usare la tecnologia. In cinque anni l’italiano medio diciamo acquista tre smartphone/iPhone e un computer senza conoscerli a fondo, senza poter giovarsi delle loro potenzialità. Il problema non è di coloro che non hanno sufficiente accesso: l’accesso oggi è abbastanza facile, basta cercarlo anche in una strada di città. La questione risiede in coloro i quali sono entusiasti del progresso tecnologico: penso ai molti giovani che vorrebbero avere più mezzi, ma non possono permetterseli, e dopo la laurea magari si recano in un Paese straniero per trovare sbocchi e soddisfazioni ai loro interessi. L’assurdo giace nel fatto che c’è chi può permettersi 700-1000 euro per avere uno smartphone/iPhone per i selfie, e il ragazzo 12-50enne appassionato che va nel magazzino dell’usato per metter su un impianto degno di questo nome.

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