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Lavoro, arginare il salario povero

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La versione originale di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di luglio-agosto 2022 – Sgombriamo il campo, non abbiamo nessun obbligo di recepire la direttiva europea: il tasso di copertura della contrattazione collettiva (che va preservato e ampliato) è l’ottavo dell’area Ocse, per cui siamo esentati da obblighi.

La questione è che, mentre ci si schiera, le persone in difficoltà sono sempre più sole senza, come ricordava Papa Francesco, “né un orario, né un salario giusto, accettato da chi non ha alternative”. È arrivato il momento di introdurre una soglia salariale di decenza: un’ora di lavoro non può essere pagata meno di una certa soglia. Se si va sotto, allora l’azienda deve chiudere e poi potrà riaprire solo a certe condizioni. Guai a generalizzare, ma ci sono troppe imprese che pagano il lavoro poco, sempre di meno e in nero: se vogliamo aprire gli occhi e affrontare il problema del lavoro povero, senza limitarci alla rivendicazione di principi, dobbiamo introdurre misure capaci di un impatto reale.

Facciamo chiarezza: né questa proposta, né il salario minimo, servono ad aumentare le paghe. Queste proposte servono a mettere un primo argine al crescente lavoro povero.

Bisogna affermare che in Italia non può esistere nessun lavoro (subordinato o autonomo, indipendentemente da qualsiasi correlazione contrattuale) pagato meno di 5-6 euro netti. Sono circa 7-9 lordi. Non si tratta del ‘giusto salario’ che deve avere come riferimento la contrattazione collettiva. Il lavoro povero spesso cammina al fianco del lavoro nero e dell’evasione fiscale. Nel 2020 su più di 41,2 milioni di dichiarazioni dei redditi inviate, 30,3 milioni presentano un’imposta netta maggiore di zero, e 10,9 milioni presentano un’imposta netta pari a zero. Sempre in base alle dichiarazioni relative al periodo d’imposta 2020, 6 milioni di contribuenti lavoratori dipendenti (su un totale di poco più di 22 milioni), hanno un reddito complessivo inferiore a 10 mila euro. In totale 11,8 milioni fra tutti i contribuenti (un totale di 41,2 milioni) dichiarano un reddito complessivo inferiore a 10mila euro. Solo per capirci, un full time a 5 euro netti (7 lordi) percepirebbe almeno 15.700 euro. È chiaro che negli 11 milioni ci sono molti part-time. I soldi bastano? No, si fatica anche con il doppio. Pensate con ancora meno.

L’esigenza che spinge a introdurre una soglia minima per un’ora di lavoro è enorme.

Dal punto di vista formale la copertura della contrattazione collettiva dei lavoratori dipendenti è del 100%, le leggi ci sono, i controlli meno. Occorre accorciare la distanza tra ciò che è previsto nelle normative e la realtà.

Sono cresciuti troppi cosiddetti finti lavoratori autonomi. Sono autonomi solo a parole perché in realtà le aziende li fanno lavorare come dipendenti. Sono i cosiddetti contratti non standard, chi ha lavori discontinui in uno stato sociale che riconosce solo chi ha il contratto a tempo indeterminato.

Continua a crescere il part-time obbligatorio (spesso il tempo parziale è solo nella busta paga), il lavoro a scacchi. Negli appalti, in particolare nella cantieristica navale, si utilizza spesso una paga onnicomprensiva, la cosiddetta paga globale: un determinato compenso a prescindere dai contributi e dalle altre voci di una busta paga regolare. Il risultato è che la busta paga non c’entra nulla con quello che i lavoratori percepiscono. Il commercio online è un settore dove nelle aziende in appalto, in particolare per la logistica, spesso italiane, spesso cooperative, si tengono i lavoratori in condizioni inaccettabili. Nel terziario ci sono part-time obbligatori a 3-4 ore al giorno con paghe più basse del reddito di cittadinanza. Misura da modificare. Non si possono chiedere tirocini ed ‘esperienze nel settore’, quando quelle di accesso sono piene di abusi.

Una proposta sul precariato? I minimi contrattuali di tutto il lavoro a termine, di consulenza o collaborazione, devono essere più alti di quelli del contratto a tempo indeterminato. Altrimenti smettetela di dire che siete contro il precariato.

La versione originale di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di luglio-agosto 2022.

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