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Parlamento, 10 mesi per fare ciò che serve domani

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La versione originale di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di luglio-agosto 2022 – Fa un caldo torrido, è luglio e il mondo sta vivendo le pesanti ricadute economiche di una guerra in corso, a partire dall’aumento del costo del lavoro e dei prezzi in ragione di un’inflazione galoppante. E dopo i ballottaggi per le amministrative, il quadro politico è sempre più sfilacciato, stanco. Di sé, si vorrebbe dire, prima che del contesto al quale è chiamato a dare risposta.

È luglio, e a guardare bene mancano una decina di mesi buoni alla scadenza naturale della legislatura. Allora una domanda sorge spontanea: che cosa può fare questo Parlamento per non trascinarsi stancamente da qui al maggio prossimo mentre sostiene via via, più o meno consapevolmente, i provvedimenti del Governo di emergenza di Mario Draghi?

Le risposte potrebbero essere molte e diversificate, a partire da tutte quelle che possono derivare dalla necessità di corrispondere alle funzionalità di un Parlamento che vedrà nel 2023 ridursi a 600 componenti gli attuali 945. Così come, del pari, potrebbe approvare via via – e accadrà – tutti quei provvedimenti che, insieme con quelli legati al Pnrr, serviranno appunto a lenire i costi sociali di un’economia che avrebbe superato alla grande la crisi Covid, se Putin non ci avesse messo lo zampino, invadendo l’Ucraina.

Provvedimenti importanti ma senza una visione d’insieme: di certo utili, ma non tali da costruire un orizzonte collettivo da presentare alla società italiana in vista delle elezioni politiche di maggio 2023, che è invece proprio quello che servirebbe. È dal Governo Berlusconi IV che questo Paese non vede al governo il conseguente e coerente esito del voto popolare, ma solo esecutivi nati da successivi accordi in Parlamento, anche tra forze politiche tra loro radicalmente opposte. Il massimo è stato raggiunto con i Governi Conte I e Conte II.

Manca il coraggio tra le forze politiche di dirsi in pubblico una verità, cioè che per trovare le risposte corrette – e a tutti note – nei confronti di un sistema sempre più fragile e sfarinato, è necessario costruire un veicolo di dialogo politico, capace di mettere da parte la politique politicienne e di favorire la risoluzione dei problemi strutturali che stanno corrodendo le istituzioni di questo Paese e la fiducia degli elettori, come dimostra l’aumento vertiginoso dell’astensionismo.

Serve quindi uno strumento che sterilizzi in alcune aree, per alcuni temi e questioni, la politica del ‘giorno per giorno’, liberando quelle proposte appunto dal vincolo di dover produrre, in una logica ‘short-termista’ come con brutto lessico oggi si dice, un consenso politico istantaneo; e che consenta a quegli argomenti di raggiungere la giusta maturità per un’approvazione in ragione di un accordo comune, senza finire killerato, vittima della ‘dichiarazione politica di giornata’.

C’è una proposta, quella formulata a prima firma da Simone Baldelli di Forza Italia (ma sostenuta da parlamentari di tutti gli schieramenti) per istituire una Convenzione costituzionale che, fuori dal Parlamento, per 3 anni lavori a un testo di revisione della seconda parte della Costituzione, evitando uno scontro parlamentare e politico scandito ogni anno da una fitta agenda di continui appuntamenti elettorali. L’esito di quei lavori sarebbe poi portato in Parlamento, votato e, potenzialmente, pure certificato da un referendum costituzionale.

A molti può apparire un’assurdità fare fuori dal Parlamento quello che è chiamato a fare il Parlamento. Ma è la strada più semplice, di fronte a una politica iper-polarizzata, corrosa da un priapismo che impedisce ogni forma di ragionamento non dettato dalla ricerca di un consenso a breve.

Che questi ultimi dieci mesi pavimentino lo strumento per ricostruire le regole del gioco, facendo partire la XIX legislatura davvero sotto un altro cielo.

La versione originale di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di luglio-agosto 2022.

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