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La retromarcia (parziale) della Premier League sulle scommesse

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Niente scommesse, siamo inglesi. La Premier League è pronta a innestare la retromarcia: i club infatti hanno deciso di autoimporsi il divieto di stringere accordi commerciali con i colossi del betting. Niente più logo di bookmakers sulla maglia, almeno nella parte frontale. La proposta dovrebbe essere ratificata a breve in un’assemblea di azionisti della Premier: serve il supporto di 14 squadre su 20 per l’approvazione della linea di condotta.

Non si tratta di un ravvedimento, bensì la volontà di anticipare la decisione del governo inglese e di salvare parte dei profitti generati dagli accordi di sponsorizzazione con le agenzie del betting, mantenendo la possibilità di mostrare i loghi sulle maniche delle magliette di gioco. L’amministrazione di Boris Johnson infatti da tempo ha dichiarato guerra al legame tra i club di Premier con il gioco d’azzardo. Qualche mese fa il ministero della Cultura, dei Media, del Digitale e dello Sport del Regno Unito ha annunciato il riesame dell’attuale legislazione in materia.

Secondo Downing Street l’intreccio tra il calcio e in generale lo sport con il gioco d’azzardo ha prodotto danni devastanti e lo confermano alcuni dati: il Times ha pubblicato un’indagine citando uno studio della Public Health England su 409 suicidi provocati dalla dipendenza dal gioco d’azzardo ogni anno nel Regno Unito. Insomma, una spirale da fermare. C’è anche un rapporto, di tre anni fa, della Gambling Commission e dell’ente benefico Gamble Aware, secondo cui il 5% dei dipendenti dalle scommesse aveva tentato il suicidio nell’anno precedente.

Sulla lotta davvero senza quartiere del governo inglese al gioco d’azzardo dovrebbe rientrare – ma questo era un obiettivo prima del ciclone politico e mediatico che ha avvolto il premier Johnson – un libro bianco del Governo, tra le norme previste anche una tassazione più alta per i colossi del betting per scardinare questo tipo di industria che è parecchio radicata, non solo in Premier League. Secondo uno studio realizzato lo scorso anno da ResearchAndMarkets.com, il calcio europeo ha incassato nel corso di un anno 1,2 miliardi di euro dal betting e il 20% dei club dei primi 15 campionati nazionali europei aveva uno sponsor di scommesse sportive sulla maglia. Nonostante gli incassi, il Regno Unito cerca di invertire la tendenza mentre dall’alto lato dell’Atlantico, con l’apertura alle scommesse legalizzate in buona parte degli stati americani dopo 30 anni o poco meno di divieto, la Nba e la Nfl stanno stringendo accordi milionari con i casinò di Las Vegas, del Nevada, con macchinette da gioco piazzate all’interno dei palazzetti dello sport e degli stadi.

Il legame tra scommesse e Premier League

Con il balzo in avanti dei club di Premier sul bando a nuovi contratti con le agenzie di scommesse c’è anche il tentativo di apertura di un tavolo negoziale con la Federcalcio inglese e con la dirigenza della Premier League affinché il divieto volontario vada a impattare solo sugli accordi di sponsorizzazione sul fronte della maglia e non per quanto riguarda le maniche, che è diventata un’importante fonte d’entrata per le società del campionato inglese.

Se andasse a segno l’iniziativa dei club di Premier, l’introduzione di questo auto-divieto sulla maglia dovrebbe avvenire gradualmente, nell’arco in tre stagioni. Una rivoluzione dolce, in modo che quei club che hanno già accordi in atto con le agenzie di betting non siano direttamente colpiti.

Poi ci sono i conti, il peso delle sponsorizzazioni del betting in Premier League. Al momento ci sono sette club – nessuna del sestetto delle big, ovvero Arsenal, Chelsea, Manchester City, Manchester United, Liverpool, Tottenham – con il logo di un’agenzia di betting sulla maglia da gioco. Secondo i dati di SportsProMedia, nella stagione 2020-21 i club di Premier League hanno incassato 122 milioni di dollari dai marchi del gioco d’azzardo. Mentre il mercato del gioco d’azzardo nel Regno Unito è valso 17,3 miliardi di dollari nel 2020. Il giro d’affari è dunque enorme, radicato e l’obiettivo del Governo non è così semplice da raggiungere.

Il caso Stoke City

La soluzione del caso è ancora lontana. Come riferisce il Times, ci sono club che hanno già metabolizzato l’addio ai soldi delle società di betting, come il Newcastle United del Fondo Sovrano Saudita (PIF), così discusso in Inghilterra, che avrebbe in programma di abbandonare Fun88 come sponsor di maglia al termine della stagione di Premier che inizia il 4 agosto, senza più stringere accordi con aziende del gioco d’azzardo.

L’Everton invece da poco ha sottoscritto un ricco accordo da 12 milioni di euro annui con Stake.com e difficilmente ci rinuncerà, sebbene ci sia stata una petizione da almeno 20mila firme tra i tifosi del club di Liverpool.

E anche il Fulham stringe accordi con un’agenzia di betting, W88, nonostante il parere contrario di una buona fetta della sua tifoseria: sarebbe il decimo club del torneo a mostrare un logo di un’agenzia di scommesse, attualmente sotto contratto ci sono Burnley, Crystal Palace, Leeds, Newcastle, Southampton, West Ham, Wolverhampton, Brentford, Watford.

Staccare la spina è però complesso perché, andando un attimo oltre i conti della ricca Premier, il flusso di euro dal betting è fonte di ossigeno per le serie minori inglesi. SkyBet sponsorizza la seconda divisione (la Championship) e, se passasse la linea dura governativa, verrebbero meno 48 milioni di euro da questo accordo. Mentre due anni fa, in piena pandemia, sono stati gli accordi con le agenzie di betting a tenere in vita la English Premier League, la terza serie inglese.

Ci sarebbe poi il caso di difficile risoluzione dello Stoke City, che oscilla quasi ogni anno tra la Premier e la seconda divisione, che è di proprietà di Bet365, uno dei bookmakers più famosi nel Regno Unito e non solo. Il gigante del betting ha dato il nome anche allo stadio dello Stoke, che da oltre un anno rischia il default, nonostante la presenza di un brand delle scommesse così conosciuto. In questo caso, che tra l’altro non naviga nell’oro, il club andrebbe venduto.

Il caso Italia e Spagna

Se il Regno Unito riuscisse a scardinare le resistenze del calcio e dei bookmakers, andrebbe a far compagnia all’Italia, che con il Decreto Dignità del 2018 ha posto fine al laccio tra sport e sponsorizzazioni di betting.

Una decisione, ha scritto Tuttosport qualche settimana fa, che è costata parecchio, in una forbice tra 150-200 milioni di euro in accordi commerciali, con il fintech e soprattutto il crypto che ha preso il posto dei bookies. Nella stima delle perdite sono compresi i mancati investimenti pubblicitari sui diversi mezzi (tv, stampa, radio e web), oltre che a bordo campo, e soprattutto sulle maglie da gioco, lo spazio più ambito per questioni di visibilità.

Oltre all’Italia, che resta il Paese con le maglie più strette per i colossi del betting, ci sono stati cambiamenti lo scorso anno in Spagna che con l’accordo tra Real Madrid e Bwin nel 2007 ha inaugurato la saga dei rapporti commerciali tra calcio e scommesse. Mentre in Francia c’è il divieto di sponsorizzazione solo per gli operatori stranieri.

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