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Bastianich: Sanremo? Mi piacerebbe, in gara con la mia band

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Si chiama ‘Good Morning Italia’ l’album d’esordio di Joe Bastianich che debutta come cantante con la band napoletana La Terza Classe. Nove brani tra folk, country e blues, da cui sprigionano emozioni coinvolgenti che attraversano il Mediterraneo, per unire idealmente la tradizione partenopea con la provincia americana.  Il progetto nasce dall’incontro tra Bastianich e la band italiana, conosciuta durante il programma ‘On the road’ realizzato per Sky Arte. Imprenditore nel settore della ristorazione, viticoltore e personaggio televisivo, ora Joe Bastianich ha deciso di seguire la sua grande passione, la musica, esibendosi nelle piazze e nei locali di tutto il mondo. Fortune Italia lo ha incontrato in esclusiva, raggiungendolo telefonicamente nella sua New York.

Un altro sogno che diventa realtà: la sua grande passione per la musica ora è un disco che certifica  la nascita di un artista. Quali emozioni si provano a tornare matricola?
Non è mai facile reinventarsi. Soprattutto se parliamo di due ambienti così diversi come quello imprenditoriale e quello creativo-musicale. Ma diciamocelo chiaramente: io non ho l’ambizione di pagarmi le bollette con la sola musica. Ovvio, sarebbe un sogno, ma sono già molto soddisfatto di quello che sto facendo: portare la mia passione, la mia musica, al pubblico. Mostrare un lato di me, con cui ho sempre convissuto ma che era ovviamente nascosto al pubblico televisivo, o a chi mi ha conosciuto come imprenditore. Mi dicono spesso che sembro una persona diversa sul palco, rispetto agli altri contesti della mia vita e probabilmente è così: è lì che mostro la mia anima più vera.

Quali consapevolezze, maturate in altri settori e nei suoi vari business, l’hanno aiutata ad affrontare questo nuova carriera da musicista?
Ho la fortuna di poter considerare la musica, ancora, una grande passione. Ci sto investendo tante energie, tempo e denaro. Con la band ‘La Terza Classe’  quest’estate porteremo la nostra musica in tour, più di 30 live organizzati da Barley Arts. Ed è incredibile, ogni sera, salire sul palco, cantare le canzoni che ho scritto, vedere il coinvolgimento del pubblico. È tutto molto lontano dalla mia realtà di business, che è fatta di numeri, menù, vini o produzioni tv organizzate nel minimo dettaglio. Sto però cercando di viverla in spensieratezza, godendomi il lusso di poter seguire una passione come fosse una carriera, nonostante i miei cinquant’anni passati. Sto imparando da questi ragazzi, facciamo vita da tour, stipati su un pulmino su e giù per l’Italia, tra soundcheck, firmacopie del nostro nuovo album, le date sold out. Mi sento molto fortunato.

La musica torna fra i fabbisogni primari della gente, dopo la lunga pandemia che ci ha privati  dei live. E il pubblico risponde partecipando con grande entusiasmo ai concerti. Lei vive tutto questo con la voglia di divertirsi e godere dell’energia della gente e del palco, o il suo animo imprenditoriale la porta a riflettere su qualcosa in particolare?
Quando sono sul palco non penso ad altro a che divertirmi e far divertire il pubblico. Dopo gli anni durissimi che tutti abbiamo vissuto, è molto bello poter esprimere le proprie emozioni e sensazioni, grazie alle canzoni che scrivo, condividendole pubblicamente con gli altri. Potersi esibire davanti ad un pubblico, soprattutto in un periodo come questo, è davvero un grandissimo privilegio.

Il country-blues dei suoi brani è davvero piacevole, evocativo. Pensa sia il mood che contraddistingue lei e la sua band, o vi piace sperimentare e potremmo assistere in futuro anche a qualcos’altro?
Sicuramente il country, il blues e il folk fanno parte del nostro DNA musicale, sia mio che de ‘La Terza Classe’. Sono nel nostro retaggio, nella musica che sentiamo più nostra. Da americano, dopo aver portato per anni il meglio delle cultura italiana del buon vivere, del cibo e vino in America, volevo portare in Italia un pezzo della mia storia, un pezzo di cultura americana: il bluegrass, una branca del country in cui confluiscono tradizioni musicali irlandesi, scozzesi e inglesi. E non avrei potuto farlo con nessun altro se non con loro che, da sempre, suonano questo stile di musica così autentico, seppur ancora poco conosciuto in Italia.

Ha partecipato come ospite a Sanremo. Ma tornarci in gara, da musicista,  quale significato avrebbe?
Dovrei provare l’emozione per poterti rispondere… Se ci penso non ti nego che è una sfida che mi piacerebbe affrontare. Sarebbe bellissimo ovviamente.

I suoi business, nel campo della ristorazione, hanno subìto una flessione in questi anni pandemici o attività avviate e brand consolidati come il suo non ne hanno risentito?
Io sono del partito che non prevede mai un momento di ‘seduta sugli allori’. Sono fermamente convinto che sia necessario studiare, migliorarsi, lavorare sempre per offrire di più e il meglio, con nuovi stimoli, nuove emozioni, soprattutto nel food & wine. E soprattutto dopo quello che abbiamo vissuto, credo che ci sia stata una vera e propria rivoluzione nel settore: non c’è più spazio per l’improvvisazione, o per chi non è disposto a studiare e impegnarsi nel minimo dettaglio nel proprio progetto, per creare qualcosa di unico e curatissimo”.

Cosa porta con sé in America, delle sue radici italiane, ogni volta che è negli States e cosa ‘sfrutta’ del suo essere americano quando torna in Italia?
Beh, ho avuto la fortuna di crescere potendo attingere a due delle culture più belle e importanti al mondo. Credo di aver portato agli americani, e a me stesso, la cultura italiana del ‘buon vivere’, la creatività, l’attenzione per la qualità dei dettagli, del made in Italy, l’immenso patrimonio culturale e la tradizione in campo enogastronomico. Mentre vorrei riuscire a portare in Italia un po’ di quella cultura focalizzata sul business, sulla praticità sul marketing e sul problem solving, tipico degli americani, che nella gente italiana ancora non vedo”.

Siamo dentro una grande crisi: quali segnali vede nel medio-lungo termine?
Questa crisi è stata davvero lunga e dura. Temo che molte imprese non riusciranno a rialzarsi, in ogni settore. Ma, allo stesso tempo, grazie alla praticità e l’ottimismo americano, credo che sia anche stata un’occasione per ripartire con un’ottica nuova, più attenta, più imprenditoriale, meno improvvisata. Purtroppo non ci sarà spazio nel futuro per quelle imprese, dalla trattoria di famiglia alle industrie di ogni livello, che non riescono ad innovarsi, evolversi, aprirsi a nuovi bisogni. Chi non si confronta con i mercati, chi non è capace di redigere e seguire un business plan o creare contenuti digitali sarà tagliato fuori dal gioco.

Ha toccato con mano il dramma della guerra. La sua famiglia materna, esule dall’ex Jugoslavia, visse per un periodo da profuga e rifugiata a Trieste. Nei mesi scorsi, inviato per “Le Iene”, l’abbiamo vista andare ad aiutare personalmente anziani, donne e bambini che entravano in Polonia per scappare dai bombardamenti. Perché lo ha fatto e come é possibile che l’umanità debba vivere ancora tutto questo?
Non me ne capacito. Non mi sembra possibile nel 2022 vivere tutto questo, ancora. In Europa per di più, la culla della civiltà. Sono andato lì perché me lo sentivo, e perché la mia famiglia l’ha vissuto in prima persona, io sono cresciuto con quei racconti da parte dei miei nonni e di mia madre. Non stavo lì per fare scoop o per arruffianarmi il pubblico, le telecamere delle “Iene” sono arrivate dopo. È stata un’emozione fortissima, dilaniante. Mi sono sentito impotente a vedere cose che pensavo esistessero solo nei ricordi dei nostri nonni. Il tema dei rifugiati è una ferita ancora aperta per la mia famiglia. Così come per tutti gli esuli istriani, ad esempio, che non hanno più una terra a cui far riferimento, in cui ritornare. So bene, anche se l’ho vissuto indirettamente, cosa si prova a dover abbandonare tutto, la casa, gli affetti i piani per il futuro e doversi reinventare da soli una nuova vita. Ma speravo nessuno dovesse più viverlo.

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