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Napoli, l’ultimo grande affare della Serie A

de laurentiis napoli calcio
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È l’ultimo dei club di Serie A di alta gamma che resiste ancora all’invasione dei fondi di investimento. Da mesi, anzi qualche anno, si legge di proposte economiche allettanti recapitate ad Aurelio De Laurentiis per la cessione del Napoli.

Investitori americani soprattutto, ma anche sauditi o qatarioti, la società azzurra rappresenta al momento l’occasione di business del campionato italiano. Anche perché, almeno per ora, le altre caselle sono occupate, dall’Inter al Milan, alle romane, alla Fiorentina con Rocco Commisso ancora al timone, senza ovviamente contare la Juventus degli Agnelli e di Exor.

Solo il Napoli è appetibile tra le grandi piazze, tenendo conto anche dell’impatto economico del club campano: secondo il Brand Finance Football 50, il Napoli è il 27esimo club mondiale per valore del marchio, con una crescita nell’ultimo anno del 32%. Un valore (inteso come il vantaggio economico netto che il proprietario otterrebbe concedendolo in licenza nel mercato aperto) che arriva a 182 milioni di euro, in una classifica dominata dal Real Madrid e in cui la società partenopea è al quarto posto tra le italiane, dietro a Juventus, Milan e Inter.

Le prime voci su investitori arabi interessati al Napoli sono emerse otto anni fa, con De Laurentiis che avrebbe respinto le avances di una famiglia saudita, mentre è stata assai più consistente l’avanzata del Qatari Sports Investment, con lo sceicco Al Thani che è il discusso proprietario del Paris Saint Germain, l’asso pigliatutto del calcio mondiale degli ultimi dieci anni, da Neymar a Leo Messi.

Con offerte da diverse centinaia di milioni di dollari, Al Thani sarebbe stato uno degli ultimi a tentare di acquistare il Napoli, in concorrenza con un fondo del Bahrain. Mentre tre anni fa è stato assai accreditato, anche dai media statunitensi, l’interesse del fondo di private equity californiano Sixth Street attraverso uno dei suoi fondi – un asset complessivo da 60 mld di dollari – dopo aver investito in proprietà immobiliari alberghiere in Costa Smeralda.

In tutti i casi, come ha fatto sapere direttamente la proprietà del Napoli, le offerte sono state rifiutate, De Laurentiis pubblicamente fa sapere di non voler cedere il club. Ma ci sono motivi più che validi, tra cui la valutazione in crescita del club, che mette il Napoli come un gioiello in mostra per i fondi americani e arabi.

Palazzi (Stageup): Napoli piace per la fanbase a livello mondiale

Gestione snella, società gestita in prima persona dal presidente, con un paio di figure dirigenziali. Inoltre, il postulato dell’autofinanziamento mandato a memoria dal 2004, anno dell’inizio dell’era Aurelio De Laurentiis, con ammortamento degli investimenti sui calciatori nei primi tre anni di contratto.

Nessun salto in avanti per conquistare gli umori della piazza, anche quando è spuntata fuori la suggestione sul contatto con Cristiano Ronaldo. La ricetta del Napoli, tra finanza e pallone, ha prodotto parecchi dividendi, tra coppe vinte (tre), piazzamenti prestigiosi in campionato, uno scudetto svanito tra le polemiche nel 2018.

Ha portato a Napoli una serie di fuoriclasse, da Cavani a Higuain, senza mai legare troppo con la tifoseria.

Ma il club partenopeo piace ai fondi di investimento per un motivo in particolare: “I fondi si muovono sul calcio europeo, tranne la Premier League, perché investire su un top team di Nba o Nfl costa molto di più, anzi la sottostima dell’asset per il mancato sviluppo manageriale del brand della società nell’era globalizzazione rende le società italiane assai attrattive – spiega Giovanni Palazzi, Ceo di StageUp – Il fattore però che interessa di più a un fondo è il potenziale dei tifosi, la fanbase. Sul tifoso si può costruire un sistema di servizi che lo segue nella vita. Il Napoli vanta un buon potenziale in Italia (dati StageUp: 2,7 milioni) ma soprattutto all’estero perché può contare sulle corpose comunità italiane, per esempio in Nordamerica”.

Secondo StageUp, il Napoli è collegato strettamente all’immagine di Napoli città, in cui c’è la riconoscibilità, l’italianità, elementi di branding positivo come il food. In sintesi, Napoli nel mondo è espressione diretta del Made in Italy. Dunque, è la fanbase che vale, che sposta per un progetto miliardario, piuttosto che la mancata presenza di immobilizzazioni in un club come quello napoletano, senza uno stadio, una sede o un centro sportivo di proprietà. “Anzi, i fondi americani sono alla ricerca di grandi progetti edilizi in cui inserire la costruzione di nuovi stadi, quindi paradossalmente il Napoli è avvantaggiato dalla sua condizione”, aggiunge il Ceo di StageUp.

Dunque non è campata in aria la richiesta che De Laurentiis ritiene necessaria per aprire una trattativa: almeno un miliardo di dollari. Quei sei milioni di tifosi del Napoli in giro per il mondo, cifra sbandierata dalla società più volte, fanno gola. Specie agli americani.

Napoli, capitolo multiproprietà: divieto dal 2028/2029

Assenza di esposizioni bancarie con istituti di credito italiani e internazionali, una società che vive nel benessere economico, senza debiti, spesso generando utili di bilancio.

Solo la pandemia, con i mancati ricavi da diritti tv, matchday e merchandising, ha prodotto danni ai conti del Napoli, circa 250 milioni di euro secondo le stime societarie.

Una spinta decisiva alla vendita del club l’avrebbe potuta provocare l’obbligo di disfarsi del Napoli o del Bari da parte della famiglia De Laurentiis a causa del divieto sulla multiproprietà disposto lo scorso anno dal Consiglio federale della Figc.

La deadline per la dismissione di una delle società di proprietà era il 2024/2025, la Figc qualche giorno fa ha stabilito una proroga fino al 2028/29. Da quel momento non sarà più tollerata più alcuna partecipazione societaria in più di una società, dalla Lega Pro alla Serie A. Ha avuto quindi successo l’iniziativa del presidente della Figc, Gabriele Gravina; il tema della multiproprietà riguarda, oltre la famiglia De Laurentiis, anche la famiglia Setti (Verona e Mantova).

 

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