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Sbarra: Pensioni, la Cisl è pronta alla mobilitazione

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Il primo richiamo sembra una profezia: occorre fare attenzione, c’è una tempesta perfetta che si sta avvicinando in autunno. I costi insostenibili dell’energia, l’escalation dei prezzi dei beni alimentari, l’attacco al lavoro e ai lavoratori. Su questo il segretario generale della Cisl Luigi Sbarra vuole essere chiaro: “Sono molto preoccupato”. Teme che la politica non riesca a mettere da parte gli interessi personali e pensare alle sofferenze delle persone. 

L’Italia non può più permettersi eterni conflitti politici ed istituzionali che da 20 anni bloccano riforme e investimenti. Le scadenze europee, i fondi del Pnrr con i 55 obiettivi che devono essere portati al traguardo entro la fine dell’anno, lo shock energetico e il galoppante caro-prezzi, le condizioni di milioni di lavoratori, famiglie, pensionati non consentono tentennamenti, speculazioni, ulteriori demagogie. L’Italia deve ripartire. “E dobbiamo farlo tutti insieme” spiega Sbarra, usando due parole che sono due concetti importanti per la Cisl: “ripartire” e “insieme”.

Segretario partiamo da ‘Ripartire insieme’. Questa è l’Agenda di lavoro che Cisl ha presentato prima del voto ed è indirizzata al Governo che verrà. Meglio che esca da questa competizione elettorale un Governo forte e stabile (quale che sia il colore politico) o è meglio avere comunque larghe convergenze su temi epocali come la questione energetica nazionale, la povertà, la ripresa dopo la pandemia e gli effetti devastanti della guerra in Ucraina?

Noi riteniamo che qualunque sia la maggioranza di governo che uscirà dalle urne, bisognerà partire dalle vere priorità del Paese, a cominciare dal tema della coesione sociale e dell’occupazione, che va rilanciata sul profilo quantitativo e qualitativo, collegata ad una strategia che faccia leva sul rilancio degli investimenti pubblici e privati. Bisogna accelerare il PNRR e concentrarci per portare a casa la seconda tranche del 2022 e sostenere un cammino vero di riforme, da quella fiscale alla riforma delle pensioni, dalle politiche attive alla legge sulla non autosufficienza. Per questo la Cisl si augura naturalmente che ci sia un governo stabile e che si apra subito un confronto con i corpi intermedi, perché serve tanta corresponsabilità, tanta condivisione e partecipazione. Noi giudicheremo l’esecutivo dai risultati concreti e dalla sua apertura alla progettualità sociale, in autonomia come abbiamo sempre fatto, senza fare sconti a nessuno.

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Che cosa la preoccupa di più del futuro immediato dei lavoratori in questa difficile congiuntura?

Va stabilizzato il quadro sociale, occupazionale, produttivo ed economico, messo in grave pericolo dalla fiammata dell’inflazione e dei costi energetici e alimentari. Sono oltre un milione i posti di lavoro a rischio, come anticipano anche alcune associazioni datoriali: tutto quello che non investiamo oggi in tutela del lavoro e coesione sociale, rischiamo di pagarlo domani, moltiplicato, in spesa assistenziale. Le misure messe in campo in queste settimane sono condivisibili ma non sono sufficienti perché soffrono i limiti di uno stanziamento ridotto, specialmente sul versante delle famiglie, dei lavoratori e dei pensionati. C’è da mettere in campo una massa critica di risorse, progettualità e investimenti per sostenere crescita e coesione sociale, a cominciare dalla accelerazione e piena attuazione del PNRR, in grado di elevare le opportunità di sviluppo, migliorare le protezioni sociali e salvaguardare posti di lavoro e reddito delle famiglie.

Lei non crede che si sia perso troppo tempo a studiare questa emergenza senza prendere decisioni? Ancora si discute e si litiga se bastano le risorse ordinarie o se è necessario uno scostamento di Bilancio. Qual è la sua opinione?

È il momento di assumere decisioni rapide ed efficaci. I decreti messi in campi dal Governo Draghi sono stati importanti ma non sufficienti. C’è una tempesta perfetta che si sta avvicinando in autunno. Dobbiamo governare questa escalation dei prezzi dell’energia e dei beni alimentari sotto un duplice aspetto. Intanto serve una svolta in Europa, che costruisca risposte immediate e comuni e metta un tetto al prezzo del gas. Speriamo che il 30 settembre i governi europei battano davvero un colpo. Sul piano nazionale è necessario che si mettano in campo risorse straordinarie per sostenere le imprese, aiutare i lavoratori e le famiglie che non riescono a pagare le bollette. Si può alzare la tassazione ulteriormente sugli extra-profitti delle imprese energetiche, delle grandi multinazionali della logistica e dell’economia digitale che anche in tempi così difficili continuano a fare affari d’oro, ma anche ridistribuire le entrate tributarie, effetto dell’impennata inflazionistica. Inoltre, si possono riutilizzare le dotazioni finanziare deliberate su decreti inattuati e, dove necessario, va considerata anche la possibilità di uno scostamento di bilancio, che, se riesce ad evitare la chiusura di imprese e la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro, va valutato come ‘un debito buono’.

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Il premier Mario Draghi incontra Luigi Sbarra (Cisl) durante l’incontro anche con i leader di Cgil e Uil, Roma, 27 Luglio 2022. ANSA/UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI/FILIPPO ATTILI

Non crede che il nostro Paese abbia comunque necessità di realizzare una sovranità energetica per evitare di essere sempre esposti a congiunture internazionali sfavorevoli?

Certamente. È un tema serio da affrontare anche in una dimensione europea.  Bisogna uscire dai ricatti di Putin, con una politica fiscale ed energetica comune, diversificando gli approvvigionamenti e con un “Recovery plan” specifico per sostenere le necessarie trasformazioni industriali, tecnologiche ed ambientali. Sul piano nazionale, serve una politica energetica che metta a frutto risorse, tecnologia, ricerca, infrastrutture capaci di massimizzare l’estrazione e la produzione domestica. Bisogna superare la stagione dei troppi veti ideologici e dei no antistorici. Significa allacciare nuove alleanze commerciali e sbloccare investimenti su ricerca, nuove tecnologie, rinnovabili, rigassificatori, idrogeno e combustibili verdi. Temi su cui le forze politiche sono chiamate a dare prova di riformismo vero.

Il PNRR sembra essere diventato la panacea di tutti i mali. È preoccupato sulla capacità di progettare e spendere questi fondi da parte delle istituzioni di questo Paese?

È un’occasione storica. Non possiamo sprecarla. Entro fine anno è necessario realizzare i 55 obiettivi previsti per ottenere la seconda tranche di aiuti. L’esperienza di governance partecipata deve proseguire ed essere realizzata anche a livello locale, attraverso il partenariato territoriale e settoriale. Progetti e riforme devono rispettare forti condizionalità sociali, vincolando l’erogazione delle risorse, alla creazione di nuovi posti di lavoro, specialmente per i giovani e le donne, al sostegno delle aree deboli, ad interventi per la sicurezza sul lavoro, alla regolare contrattualizzazione dei lavoratori. La classe dirigente, soprattutto nel Mezzogiorno, è chiamata ad una grande prova di responsabilità e maturità.

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Previdenza. Quali sono le proposte della Cisl su questo tema? Qual è la vostra proposta di riforma?

La riforma delle pensioni è una priorità. Entro dicembre bisogna cancellare lo scalone della legge Fornero e dare al sistema previdenziale maggiore flessibilità, sostenibilità sociale, inclusività per giovani e donne. Chiunque governerà il Paese dopo le elezioni dovrà misurarsi su questa urgenza e dare risposte concrete già in legge di Bilancio. Sulle pensioni, bisogna fare un ragionamento complessivo che punti a costruire una pensione di garanzia per i giovani penalizzati dal contributivo, rendere strutturale l’Ape sociale ed opzione donna, dare un anno di contributi in più alle donne per ogni figlio, costruire una previdenza integrativa per tutti i lavoratori. E bisogna lasciare libere le persone di andare in pensione a partire da 62 anni, cosi come 41 anni di contributi possono bastare per godersi il sacrosanto diritto della pensione a prescindere dall’età. Insomma bisogna assolutamente evitare lo scalone a 67 anni dal primo gennaio 2023. Le nostre proposte sono note alla politica da tempo: bisogna agire. In caso contrario la Cisl è pronta alla mobilitazione.

Perché siete contrari ad un  salario minimo fissato per legge?

Perché abbiamo un patrimonio di relazioni industriali e contrattuali che copre quasi il 95 per cento delle attività economiche. Dobbiamo realizzare l’obiettivo di un salario adeguato, dignitoso, valorizzando la contrattazione ed estendendo il trattamento economico complessivo dei contratti firmati dalle organizzazioni più rappresentative ai lavoratori che oggi ne sono esclusi. La legge non serve in questo ambito. Per migliorare i salari c’è un’altra via: tagliare le tasse sul lavoro, che sono tra le più elevate a livello europeo. Anche perché corriamo il rischio che l’intervento legislativo possa spingere molte imprese ad uscire dall’applicazione dei contratti, schiacciando le retribuzioni verso il basso. Una volta tanto che l’Europa indica l’Italia come un Paese modello, non si vede perché dovremmo andare ad inseguire esperienze peggiori.

La convince la flat tax o le piace di più quello che dice la nostra Costituzione, ovvero che ognuno di noi paga le tasse in base alla propria capacita contributiva?

Abbiamo bisogno di una riforma fiscale complessiva ed equa che riduca le tasse a chi oggi concorre all’85 per cento dell’Irpef e paga fino all’ultimo centesimo. Bisogna salvaguardare il principio costituzionale della progressività del prelievo.  Occorre innalzare la no tax area per le fasce deboli, abbassare le prime aliquote Irpef, estendere e rafforzare le detrazioni, premiare le aziende che investono su occupazione, sicurezza, ricerca e formazione. E poi bisogna davvero combattere l’evasione, incrociando i dati e potenziando le agenzie fiscali. È inaccettabile che nel nostro Paese ci siano datori di lavoro che dichiarano meno dei loro dipendenti.

La deindustrializzazione, la mancanza di infrastrutture, la questione criminalità, le scarse risorse peraltro spese male, la cronica mancanza di lavoro, l’emigrazione, la disoccupazione: esiste ancora una questione meridionale in questo Paese?

Senza una crescita forte e stabile del Mezzogiorno, il Paese non potrà ripartire. Dobbiamo fermare questo esodo continuo di giovani meridionali che lasciano la propria terra in cerca di un futuro migliore. Bisogna portare il lavoro e gli investimenti pubblici e privati dove ci sono i disoccupati. Per quanto il PNRR abbia attributo al Mezzogiorno il 40% delle dotazioni, soltanto una strategia concertata può consentire il pieno e virtuoso impiego delle risorse affrontando i nodi politici, gestionali e di legalità che ne intralciano il corso. Occorre realizzare Patti territoriali collegati a una visione organica nazionale, sbloccare investimenti e infrastrutture per ricollegare le aree interne, rilanciare logistica e portualità, fare del Mezzogiorno il propulsore di una nuova strategia industriale ed energetica, garantire ad ognuno politiche sociali, servizi adeguati e diritti di cittadinanza.

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Tropea, sud Italia – Vista aerea della città italiana, famosa meta turistica della Calabria

Il tema del Reddito di Cittadinanza. Va bene così com’è – compreso il rischio che possa finire nelle mani sbagliate – o serve qualcosa di diverso per aiutare chi non ce la fa ma anche aiutarlo a trovare un lavoro?

Il Reddito di Cittadinanza ha rappresentato, insieme al Reddito di Emergenza, un argine alla diffusione della povertà aiutando milioni di persone in difficoltà. Ha mostrato, però, inadeguatezza negli aspetti di politica attiva e di accompagnamento nelle transizioni lavorative. Non va smantellato, ma migliorato. Dal punto di vista sociale bisogna allentare il vincolo dei dieci anni di residenza che impedisce a moltissime famiglie immigrate di percepire l’assegno. C’è da coinvolgere la rete degli enti locali nell’erogazione di politiche sociali che non possono esaurirsi in un bonifico. Vanno poi rimodulati i parametri che oggi penalizzano ingiustamente le famiglie numerose con figli a carico. Ma il più grande sforzo va fatto sugli occupabili. Il reddito da lavoro va reso compatibile e parzialmente cumulabile con le prestazioni assistenziali, bisogna elevare qualità e quantità delle ore che i beneficiari dedicano ai lavori socialmente utili. Soprattutto, va garantito un collegamento saldo a una rete di politiche attive degna di questo nome, capace di riqualificare le competenze, legare il sostegno al reddito a percorsi di apprendimento, accompagnando le persone lungo l’intero arco della vita lavorativa.

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