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Tricarico: Biden parli di pace prima che la guerra in Ucraina diventi un incubo

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Le armi all’Ucraina? “Sacrosanto inviare armi perché aumenta la deterrenza e la forza negoziale di un popolo invaso che non dovrà inginocchiarsi ma sedersi al tavolo dei colloqui di pace”. Il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dellAeronautica, presidente della Fondazione ICSA, ex consigliere militare a Palazzo Chigi per i premier Massimo D’Alema, Giuliano Amato e Silvio Berlusconi, ha le idee chiare su come e perché anche questa guerra nel cuore dell’Europa deve concludersi presto con  le armi della diplomazia. Detto da un generale che ha avuto responsabilità di primissimo piano nella conduzione della guerra della Nato in Kosovo, ha tutt’altro sapore del chiacchiericcio dei salotti della politica in campagna elettorale. Di una cosa Tricarico è certo. “Accompagnare la fornitura di armamenti, anche pesanti, con minacce contro la Russia o dichiarazioni strampalate come quella dei britannici che considerano legittimo luso di armi fino in territorio russo, è davvero un suicidio politico-militare-diplomatico”. Insomma, pare di capire, che secondo Tricarico la guerra in Ucraina potrebbe diventare il peggiore incubo mai vissuto in Europa se qualcuno si fosse messo in testa di umiliare la Russia e Putin.

L’incubo è un allargamento del conflitto?

Piaccia o no, i russi ritengono che la Nato stia facendo una guerra per procura e quindi eventuali attacchi su suolo russo potrebbero innescare reazioni e favorire l’estendersi del conflitto fino alla terza guerra mondiale. Purtroppo noto con dispiacere misto a stupore questo coro di parole non distensive, mentre ci sarebbe bisogno del contrario. Ecco perché mi piacerebbe dare qualche consiglio non richiesto agli amici americani.

Kiev guerra Russia
Nella foto un edificio residenziale danneggiato da un aereo nemico russo nella capitale ucraina Kyiv

Che cosa intende consigliare agli americani?

Un atteggiamento più consono ai valori di una grande nazione che deve agevolare, non ostacolare, un percorso di pace. Gli Stati Uniti hanno un ruolo guida e tutta la comunità internazionale si aspetta un’iniziativa negoziale seria, strutturata secondo i canoni tradizionali. Non ricordo, purtroppo, di aver mai sentito il presidente Biden pronunciare la parola negoziato. Ha sempre avuto un atteggiamento opposto, aiutando gli ucraini in una risposta bellica di difesa – e questo è sacrosanto – ma senza fare niente per far capire al presidente ucraino Volodymyr Zelensky che deve sedersi ad un tavolo a negoziare una cessazione delle ostilità. La fine del conflitto russo-ucraino non può essere né quello che vuole Putin, né quello che vuole Zelensky. C’è una soluzione intermedia che va individuata e che, ad occhio e croce, non può che riguardare il Donbass e la Crimea.

Son pochi i leader occidentali che parlano di pace. Le uniche discussioni riguardano l’invio di armi, il tipo di armi all’Ucraina.

Vorrei ricordare ai Paesi che fanno parte dell’Alleanza Atlantica, e in primis agli Stati Uniti, che ne sono l’azionista di riferimento, che l’articolo 1 del Trattato del Nord Atlantico recita testualmente: “Le parti si impegnano, come stabilito nello Statuto delle Nazioni Unite, a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversiainternazionale in cui potrebbero essere coinvolte, in modo che la pace e la sicurezza internazionali e la giustizia non vengano messe in pericolo, e ad astenersi nei loro rapporti internazionali dal ricorrere alla minaccia o all’uso della forza assolutamente incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite”. Bene, tutti coloro che oggi non perseguono questo obiettivo, stanno tradendo lo spirito e la lettera del Trattato.

Secondo lei perché gli Stati Uniti non fanno nulla per trovare una via d’uscita ad un conflitto che sta mettendo in ginocchio l’Europa.

Lei crede che questo confronto militare può essere considerato vitale per gli interessi degli Stati Uniti?

Non credo.

Infatti, la risposta non può che essere negativa. Capirei se il confronto fosse con la Cina. Ma non con la Russia. A questo punto ho l’impressione che la motivazione più profonda dell’atteggiamento statunitense sia da ricercare in un’irritazione per il ruolo che Vladimir Putin andava assumendo all’interno del contesto geopolitico in cui si muove, e nel quale ha naturalmente approfittato degli spazi lasciati vuoti dagli Stati Uniti.

Si riferisce alla presenza russa nel conflitto in Siria?

Mi riferisco alla Siria, al Mediterraneo, alla Libia, a tanti altri contesti in Africa. Vorrei anche richiamare l’attenzione su un altro punto fondamentale: noi con la Russia ci dovremo confrontare. Lì sono in ballo i nostri interessi vitali, quelli dell’Italia e di altri Paesi europei. Parlo in primis della Libia, dove la situazione è tutt’altro che tranquilla e dovrà evolvere verso una stabilizzazione dei fenomeni che riguardano le migrazioni, la criminalità, l’energia. E poi ci sono altri teatri africani già in ebollizione, che potrebbero sfuggire di mano. E sono Paesi in cui la Russia ha già messo piede. Parlo del Mali, dal quale i francesi hanno dovuto progressivamente ritirarsi e dove il gruppo paramilitare russo Wagner sta prendendo piede. Finirla oggi con Putin rappresenta un’opportunità in prospettiva di riuscire anche a pacificare e stabilizzare i teatri che rappresentano per noi un interesse se non vitale molto significativo. Questo gli Stati Uniti lo devono comprendere. Arrivare ad un processo di stabilizzazione in Ucraina significa anche avere per i nostri interessi delle prospettive migliori rispetto al caso ipotetico in cui Putin venga ridotto con la testa nella polvere.

Non crede ci sia anche il rischio di consegnare Putin e dunque alla Federazione Russa alla Cina?

Quello sarebbe un danno collaterale non da poco. Vorrei ricordare ciò che oggi sembra un assurdo: nel 2010 la Germania si domandava perché non invitare la Russia a far parte dell’Alleanza Atlantica. E se lo domandava nel quadro di una Ostpolitik che ha visto sostenitori di questa tesi i quattro più illustri pensatori tedeschi in politica militare: Volker Rühe, ex ministro della difesa; Klaus Naumann, ex capo di stato maggiore della difesa; Frank Elbe, consigliere diplomatico del ministro degli esteri; Ulrich Wickert, capo di gabinetto del ministro della difesa, nonché fondista della Welt, il giornale governativo tedesco. In maniera un po’ più disordinata ricordo anche il tentativo di Pratica di Mare, quello del presidente Berlusconi, che purtroppo non ha avuto un seguito.

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Joe Biden. il Presidente degli Stati Uniti durante la conferenza stampa dopo il Vertice straordinario della NATO a Bruxelles, Belgio

Oggi sembra quasi impossibile un ritorno a quel passato di quasi ‘collaborazione’ tra Occidente e Putin.

Era il 2010 e sembra preistoria, e non credo ci siano oggi le condizioni per promuovere un’inversione di tendenza. Io li conosco bene gli amici statunitensi, con cui ho condiviso una vita aeronautica nella Nato e con cui ho affrontato la guerra del Kosovo, in posizione vicaria al generale statunitense Michael Short, con cui ho condiviso emozioni e unità d’intenti. E proprio perché li conosco, so che a volte hanno bisogno di un consiglio.

Un altro consiglio?

No, sempre lo stesso consiglio. Vorrei ricordare loro che con questo atteggiamento in Ucraina stanno danneggiando l’Italia e altri Paesi europei. Visto che i loro interessi vitali non sono a rischio in Russia, l’invito è di fermarsi e promuovere un cessate il fuoco. Nessuno più del presidente Biden può mettere una parola giusta con Zelensky che deve essere calmato, invitato a ragionare.

Lei di mestiere ha anche fatto il consigliere a Palazzo Chigi, se potesse dare un consiglio non richiesto al prossimo Presidente del Consiglio, che cosa gli direbbe?

La risposta è molto semplice. Si parla da lustri di una difesa europea, di una identità europea nella difesa e nella sicurezza. Se ne parla solo. Non s’è fatto altro. Lo stesso Strategic Compass, sbandierato coi toni trionfali di un episodio storico da Joseph Borrell, Alto rappresentante europeo per la sicurezza e la difesa, sono quarantasette pagine di considerazioni giuste, di valutazioni corrette, condivisibili, ma sotto il profilo concreto non c’è nulla. È ora di rimboccarsi le maniche e fare tutte le cose che non sono state fatte fino ad oggi, e sono tantissime. Io ho intenzione di scrivere un documento che evidenzi concretamente che cosa non s’è fatto e che cosa bisogna fare. Al prossimo premier direi di considerare seriamente, nella sua agenda, questa iniziativa che andrebbe a rafforzare il sistema generale di sicurezza e che potrebbe garantire, laddove ce ne fosse bisogno, una deterrenza che purtroppo è mancata, al netto di quella operata per mano statunitense.

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