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Imposte sospese da pagare e debiti per 5 mld: sprofondo rosso per il sistema-calcio

Gabriele Gravina
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Un buco di 254,3 milioni di euro nei conti della Juventus. Una voragine nella stagione 2021/22, la prima chiusa senza titoli dopo un decennio di successi. Una débâcle nonostante l’uscita di Cristiano Ronaldo e altri campioni con ingaggi milionari non più sostenibili. Dopo i 132 milioni della perdita a metà annata, se ne sono quindi aggiunti altri 122 nella seconda metà della stagione.

Il progetto di bilancio é stato approvato in questi giorni dal Consiglio di amministrazione, riunito dal presidente Andrea Agnelli. La perdita di esercizio, di 44,4 milioni superiore a quella della stagione precedente (209,9 milioni), è figlia di minori ricavi, per 37,3 milioni: l’ammontare è di 443 milioni rispetto ai 480,7 dell’esercizio precedente. Un calo – spiega la società in una nota – originato da minori introiti per diritti televisivi e proventi media per 64,8 milioni, “per effetto del minor numero di partite di campionato e Champions rispetto al 2020/21, che beneficiava dello spostamento di alcune partite (per effetto dello stop dettato dal Covid, ndr) dal 2019/2020”.

Ma se a casa Juventus il piatto piange, la situazione non è migliore in quasi tutte le altre società big della serie A. Il campionato italiano fa fatica a ritrovare slancio e competitività, complice anche l’assenza della blasonata nazionale dalle ultime due edizioni dei mondiali. Un marchio di vergogna ma anche di minor appeal e minori investimenti economici/pubblicitari che grandi aziende cominciano a dirottare su altri campionati, dal basket al volley.

Il calcio italiano fatica ad uscire dal tunnel della crisi economica e della competitività. Le società di serie A nella stagione 2021/22 hanno potuto registrare affari per meno di 2,5 miliardi, senza considerare le plusvalenze da calciomercato. La Liga spagnola e la Bundesliga nella stessa stagione hanno dichiarato un giro d’affari, rispettivamente, di 3,5 e 3,1 miliardi. La Premier League inglese, che fa storia a sé, viaggia sui 6 miliardi annui di introiti.

Chi può salvare il calcio italiano? Tutti sperano nei soldi dei proprietari stranieri. Le proprietà delle 20 squadre della Serie A 2022/23 parlano sempre meno italiano. A Inter, Milan, Roma, Bologna, Fiorentina, Atalanta e Spezia in mano a stranieri, altre potrebbero aggiungersi già quest’anno. Ci sono trattative ben avviate per Sampdoria, Udine, Verona. Sono i tre club che potrebbero presto finire in mani straniere. Nel recente passato l’interesse dei fondi di investimento Usa è stato espresso, peraltro, anche nei confronti di altre realtà come il Napoli.

Marchio molto appetito e appetibile, visti anche i risultati dello svecchiamento della rosa e dell’abbassamento del monte ingaggi per effetto dell’uscita di alcuni calciatori tra i meglio pagati dalla società (Dries Mertens, Lorenzo Insigne, Kalidou Koulibaly, Fabian Ruiz) di Aurelio De Laurentiis.

Tuttavia, al momento, le capacità di innovazione e il riformismo delle proprietà straniere in Italia non s’è visto. Forse dipende anche dall’imbrigliamento del management italiano, dal burocratismo e dai rituali assembleari del sistema calcio italico.

Per la Figc e la Lega, in ogni caso, aiutare i club a ritrovare l’equilibrio economico e patrimoniale, riducendo i costi e aumentando le entrate, è vitale.

“Ci preoccupa il forte indebitamento del sistema e la paura del cambiamento. Il nostro calcio perde appeal continuamente, con sforzi straordinari da parte delle proprietà e dei dirigenti nel cercare di mettere in campo progettualità che puntualmente si scontrano poi con dei risultati negativi” spiega il presidente della Figc Gabriele Gravina.

Per Gravina “il tema fondamentale è quello dei ricavi. Il problema esiste, esisterà, ci impegneremo per portare a casa i migliori risultati possibili. E poi il contenimento dei costi, che è fondamentale. Su questo c’è già una norma Uefa che trasleremo all’interno delle nostre licenze nazionali, sarà un rapporto tra ricavi e costo del lavoro. Nelle regole Uefa si parte dal 90, noi partiamo dall’80%. Quindi, questa è la proposta, sarà 80% nella stagione 23/24, 70% nella 24/25 e 60% in quella 25/26, quindi sotto questo profilo saremo molto attenti”, ha spiegato Gravina. Che sa bene quanto incidono sui bilanci fallimentari del calcio italiano stipendi economicamente non più sostenibili, regole dei diritti tv da rivedere, entrate falcidiate da Covid e oggi dal costo dell’energia e modelli gestionali vecchi.

Sono tutti fattori che producono un risultato finale da paura per il calcio italiano. I conti del mondo del pallone sono usciti dal biennio della pandemia con perdite superiori a 1,8 miliardi e ora deve fronteggiare un indebitamento lordo che viaggia verso i 5 miliardi.
La situazione finanziaria netta del calcio italiano fotografata nel Report Calcio 2022 della Figc per il biennio 2019/21 è però, se possibile, meno disastrosa anche per effetto delle imposte “sospese”.

Con diversi interventi legislativi (aiuti Covid del Governo alle aziende, comprese le aziende del calcio), in effetti, i versamenti delle ritenute Irpef sugli stipendi, i contributi previdenziali e l’Iva sono stati sospesi da gennaio a novembre 2022 e, secondo le attuali norme, andranno saldati tutti il prossimo 16 dicembre.

Una mina che la Figc e le Leghe professionistiche vorrebbero disinnescare grazie all’aiuto del nuovo Governo post elettorale, è quella delle imposte “sospese”. Un incubo per le società di calcio professionistico perché si sono quasi tutte avvalse di questa possibilità. E le somme da pagare che si sono accumulate non sono esigue: nel 2019, la Serie A ha pagato quasi un miliardo tra ritenute Irpef (700 milioni), Iva (170 milioni di Iva) e contributi previdenziali (più di 120 milioni).

Senza una correzione in corsa molti club rischiano di finire in guai seri. Il primo effetto di questo incubo è la fuga di campioni verso altri campionati. L’ultimo calciomercato ha fatto registrare vendite record di campioni che si sono trasferiti all’estero.

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