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Il popolo ha votato il centrodestra. Ora serve stabilità

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Il popolo ha esercitato la sua sovranità “nelle forme e nei limiti della Costituzione”, e con il voto ha scelto di essere governato dalla coalizione di centrodestra. Molti, mai prima tanti quanti oggi, hanno esercitato il loro sacrosanto diritto di non votare. Hanno cioè ritenuto che le proposte politiche in campo fossero per loro egualmente desiderabili o, più probabilmente, egualmente esecrabili. Chi governerà dovrà tenerne conto.

Rispetto al prossimo governo ciascuno nutre timori, speranze, pregiudizi di segno diverso. Tutti legati alle proprie opinioni politiche. Ma, come sempre, la prova del budino sta nel mangiarlo. Il vantaggio della democrazia sta proprio nel fatto che se il budino non ci piacerà potremo cambiare il pasticcere alle prossime elezioni.

Tuttavia qualche considerazione è possibile fin da subito.

Il centrodestra vincente conosce un netto cambiamento nei rapporti di forza interni; per la prima volta dacché è nato, per iniziativa di Silvio Berlusconi nel 1994, la guida è affidata a quello che fin qui rappresentava il partito schierato più a destra. Ma il risultato elettorale ci consegna un Parlamento nel quale ciascuna delle tre forze principali del centrodestra sarà decisiva per consentirgli di governare. Dalla capacità di Giorgia Meloni di gestire i nuovi rapporti di forza e di mantenere coesa la coalizione sulle scelte fondamentali dipenderà la possibilità che il suo nascituro governo possa durare nell’arco della legislatura. Alcuni primi segnali, in campagna elettorale e subito dopo, sembrano testimoniare questa consapevolezza. Tutte le previsioni son difficili, in un Paese nel quale la durata media dei governi supera appena l’anno. Certo è che una forza di destra dovrebbe essere, quasi naturalmente, più interessata ad assicurare stabilità e governabilità.

Il lato perdente, quello del centrosinistra, è ancora più terremotato.  Ottiene il risultato elettorale peggiore della sua storia. Il Partito democratico, ormai irrimediabilmente percepito dagli elettori come figlio della sequela PCI-PDS-DS, perde la maggioranza anche in Toscana e in Emilia, le terre di suo più tradizionale insediamento. Per la prima volta vede alla sua sinistra una formazione politica, il Movimento 5 Stelle, che più o meno lo equivale per peso. Al centro sorge un partito che ottiene un risultato che solo l’insipienza di chi si era fissato obiettivi irraggiungibili consente di non considerare straordinariamente favorevole. Ricomporre il centro-sinistra sarà difficile: non se ne vede né la base programmatica né la possibile leadership. Eppur sarà necessario: la democrazia vive precisamente del fatto che alla maggioranza di governo si contrapponga una opposizione che si candidi credibilmente a prenderne il posto.

Fratelli d’Italia. Uno dei tanti comizi di piazza di Giorgia Meloni nel corso della campagna elettorale vinta

In queste incertezze di una cosa dovrebbe esser contento chi aderisce a una concezione liberale della democrazia: almeno per un po’ sono affossati i tentativi volti a scippare agli elettori il diritto di scegliere chi sarà chiamati a governarli. A questo obiettivo erano volti i tentativi di modificare in direzione proporzionale la legge elettorale, tentativi che avevano ottenuti sostegno anche in personalità insospettabili. Giorgia Meloni ha sempre dimostrato di essere decisamente contraria a soluzioni proporzionalistiche. Difficile che cambi opinione ora che proprio grazie alla componente maggioritaria (cioè ai collegi uninominali) presente nella legge elettorale attuale ha potuto tenere insieme la sua coalizione e ad avanzare una concreta pretesa per la presidenza del consiglio.

Le incertezze ritornano tutte quando si guarda alla futura azione di governo. Anzi ancora prima, guardando alla composizione stessa della compagine governativa. Come sempre, le posizioni decisive saranno tre: economia, esteri e interni. Per nessuna delle tre esistono candidati scontati all’interno del campo del centro-destra, che è tradizionalmente più povero (per ragioni che si fanno risalire all’egemonia gramsciana) di personalità politiche spendibili. La probabilità di vita del nuovo Governo sarà determinata dalla capacità di individuare per queste posizioni ministri che al tempo stesso rassicurino i partner internazionali, i mercati e le istituzioni finanziarie, nonché chi teme che la destra possa condurre a politiche della sicurezza interna poco attente ai diritti degli italiani e di chi italiano vuol diventare.

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Palazzo Chigi. Giorgia Meloni potrebbe essere incaricata di formare il nuovo Governo

Infine, dopo la politica, le politiche. Quali sono le scelte che il futuro governo farà, o meglio sarà in grado di fare, sui temi principali dell’agenda? Pur dopo una campagna nella quale Giorgia Meloni si è caratterizzata per la cautela nelle promesse, quando siederà a Palazzo Chigi si renderà pienamente conto che la crisi pandemica, il conflitto in Ucraina, l’inflazione, la politica non propriamente prudentissima condotta dal Governo Draghi, lasciano pochi spazi sia in ambito finanziario sia rispetto alle scelte internazionali.

Non appena dovesse provare a dare segni di lassismo finanziario, la sanzione dei mercati sarebbe immediata e pesante. Speriamo non ci provi neanche. Di fronte a queste difficoltà, avrà la scelta tra due strade. La prima, purtroppo propria della tradizione politica nella quale è inserita, è imprecare contro la tirannia dei mercati, delle istituzioni finanziarie e comunitarie. Non porterebbe da nessuna parte.

L’altra, più costruttiva, è sfruttare con intelligenza i pochi spazi di manovra offerti dalla finanza pubblica per introdurre misure che vadano, con l’opportuno gradualismo, nella direzione delle sue pur parche promesse elettorali. E nel frattempo affrontare quella che una volta si sarebbe detta “riforma dello Stato”.

A partire da un sistema istituzionale che ormai da tempo mostra gravi segnali di logoramento, con ricorso ripetuto a esecutivi totalmente diversi da quelli promessi agli elettori, o addirittura mai sottoposti alla verifica del consenso. E che durano incredibilmente poco, molto meno di quel che sarebbe necessario per dare all’azione di governo un orizzonte che poi possa giustificare la richiesta di un consenso rinnovato, o possa giustificare un giudizio critico che conduca al ricambio.

Lo slogan sotto il quale si inscrive questa riforma si chiama presidenzialismo; certo tutto da specificare fin nei dettagli; e tuttavia anch’esso pienamente inscritto nella tradizione politica alla quale la Meloni si richiama, e probabilmente l’unico in grado di far uscire la democrazia italiana dalle secche nella quali si è cacciata.

Chi vivrà vedrà. Intanto chiunque abbia a cuore il futuro dell’Italia e degli italiani può solo formulare gli auguri di buon lavoro al governo che verrà, sperare che come promesso governi negli “interessi della nazione” e non di sue singole parti, e vigilare sull’azione di chi ne assumerà la responsabilità.

Noi, diceva Benjamin Constant, è come ci affidassimo a degli intendenti per amministrare la cosa pubblica, ciascuno di noi essendo altrimenti occupato. Ma, aggiungeva Constant, è bene che di tanto in tanto diamo uno sguardo all’operato del nostro intendente.

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