Questione di reputazione, ci spiega tutto lo ‘sporco lobbista’ Fabio Bistoncini

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FABIO BISTONCINI, presidente e Cfo di una delle più importanti società di advocacy e lobbying italiane e autore di un libro dall’elo­quente titolo Vent’anni da ‘sporco’ lobbista (Guerini e Associati, 2011), ha fondato FB & Associati nel 1996, due anni dopo essere divenuto responsabile delle Relazioni istituzionali per tutti i clienti delle agenzie del gruppo Shandwick in Italia.

La sua è la prima agenzia di Public Affairs nata in Italia. Dopo tanti anni si sente ancora uno ‘sporco lobbista’?

Quando noi siamo nati non esiste­va ancora il settore del lobbying in Italia. Nonostante la crescita e la pro­fessionalizzazione sempre maggiore, esiste ancora un profondo pregiudi­zio per cui l’immagine dello ‘sporco lobbista’ rimane, non solo in Italia. È sufficiente vedere come, soprattut­to dai media, il termine ‘lobby’ sia utilizzato per indicare quei gruppi di interesse che resistono ai cambiamenti (ad esempio, balneari e tassisti). Pensiamo a un’associazione di pazienti, quasi mai la si qualifica come un gruppo di interesse che fa attività di lobbying, eppure è così. Nella realtà, tutti i gruppi di interesse possono assumere posizioni favore­voli o contrarie a un cambiamento, dipende dal contesto.

Sempre più società di lobbying ampliano i propri servizi al mondo della comunicazione e viceversa. Qual è la sua visione?

L’ibridazione è un fenomeno naturale perché ci troviamo in una società mediatizzata in cui il con­senso e il sostegno alla posizione di un gruppo di interesse passa anche, ma non solo, attraverso l’attività di comunicazione. Certamente si andrà verso la semplificazione del mercato, invertendo il processo di prolifera­zione di soggetti che dichiarano di fare attività di lobbying, che avverrà anche attraverso la creazione di sog­getti più strutturati e molto forti sul mercato, in grado di coprire tutti gli ambiti della nostra attività.

Tuttavia saranno le competenze specifiche a fare la differenza. Dopo tanti anni non vi è ancora una regolamentazione della rap­presentanza di interessi. Qual è il problema?

Il fatto che negli anni non ci sia stata una regolamentazione delle attività di lobbying dipende da una moltepli­cità di motivi.

Non la vuole una parte della nostra comunità professionale (composta da chi fa il consulente in forma più o meno strutturata e chi invece lavora nelle aziende, il lobbista in-house) perché cresciuta, consolidatasi e professionalizzatasi senza regole e quindi non ne vede la funzionalità, il vantaggio di un cambiamento dello status quo.

All’interno della componente azien­dale, tra l’altro, vi sono sfumature differenti rispetto al mondo della consulenza, in quanto le posizioni sulla regolamentazione dipendono da quanto sia vincolante l’iscrizione a un registro dei portatori di interesse e se vi sono delle eccezioni.

L’obbligatorietà applicata a tutti i soggetti eviterebbe, infatti, che si possano determinare situazioni in cui i non registrati possono beneficiare delle informazioni obbli­gatorie rilasciate dai diretti concor­renti registrati.

Ma l’obbligatorietà non la vuole il decisore pubblico. Se si mette l’obbligo in capo ai lobbi­sti di dichiarare chi incontrano, tale comunicazione esporrebbe anche il decision maker che poi potrebbe dover giustificare tale incontro. Un problema di controllo indiretto. Ammettere di aver avuto incontri con rappresentanti di interessi particolari per definire le policy, cozzerebbe con una visione ideologica diffusa per la quale la politica dovrebbe essere su­periore e dedicarsi al perseguimento dell’interesse generale.

Non vogliono l’obbligatorietà nean­che i gruppi di interesse che il pro­fessor Morlino chiamava ‘le ancore democratiche’: le grandi associazioni di rappresentanza, come Confindu­stria, i sindacati, Abi, Coldiretti ecc. Lo abbiamo visto anche con l’ultima proposta di legge naufragata con la crisi di Governo. Adducono come motivazione il fatto che loro perse­guono interessi generali ma, nella realtà, tutti questi corpi intermedi fanno una legittima rappresentanza dei propri interessi.

La somma di tutte queste opposi­zioni rende difficile arrivare ad una regolamentazione dell’attività di rappresentanza di interessi.

Si può affermare che l’ultimo ten­tativo di regolamentazione aveva un approccio indirizzato a norma­re più le agenzie di consulenza che l’attività in sé?

Sì, vi era un problema di approccio derivante da un deficit del legislato­re. Si è pensato di poter normare l’attività partendo da una definizio­ne di interesse, invece di delineare una definizione di rappresentanza di interessi. Si è quindi tentato di distinguere gli interessi considerati ‘meritevoli’ e generali, in quanto perseguiti da organismi di rappresentanza molto grandi di cui ho parla­to prima, dagli interessi particolari.

Tale distinzione avrebbe poi definito chi sarebbe stato sot­toposto alla normativa e chi no. Un esempio degli errori marchiani presenti nel testo è dato dal problema delle aziende partecipate, per le quali non si capiva se dovessero essere iscritte al registro oppure no e chi all’interno delle partecipate doveva essere considerato rappresentante di interessi dell’azienda. Un vero pasticcio di drafting normativo nato dalla fusione di più progetti di legge, di cui il testo più equilibrato era quello originario presentato dal Movimento 5 Stelle, e continuato con la discussione e approvazione di emendamenti che hanno via via escluso Confindustria e sindacati, gli ordini professionali e tutta una serie di soggetti. Per cui, alla fine, la normativa si applicava soltanto alle società di consulenza e alle singole aziende creando un paradosso: se un’impresa per fare atti­vità di lobbying era obbligata a iscriversi al registro, ma la stessa azienda riusciva a ‘convincere’ la propria associazio­ne di rappresentanza a portare avanti la medesima attività di lobbying, questa non ricadeva in tale obbligo.

La crisi dell’intermediazione e del modello partitico classico ha, in qualche modo, agevolato la crescita di una ‘professionale’ rappresentanza di interessi?

No, o almeno non direttamente. È tuttavia possibile che abbia accelerato lo sviluppo. La crescita del mercato del Public Affairs nasce da un’esigenza di maggior professio­nalità, che è indipendente dalla crisi del sistema politico, e proviene da diversi fattori:

  • la società è sempre più complessa;
  • ci sono sempre più interessi in competizione all’internodella stessa società;
  • il passo indietro dei partiti ha fatto emergere il ruolodella pubblica amministrazione, che nella prima repub­blica era schiacciata dal peso della politica, e oggi hauna maggiore capacità decisionale;
  • apertura di nuovi mercati a seguito delleliberalizzazioni e delle privatizzazioni di interi settori;
  • le arene di policy che ormai sono multilivello, in cui ledecisioni prese a Bruxelles determinino effetti quasi immediati.

 

Tutte queste mutazioni hanno fatto sì che le aziende si siano dovute rivolgere a professionisti, interni o esterni, per raggiungere i propri obiettivi.

La sua società è da sempre nella Top 10 delle imprese di settore e anche nell’ultimo trien­nio, nonostante tutto, avete registrato una crescita importante. Qual è il segreto?

Ci sono due aspetti fondamentali. Il primo è che noi, facendo smart working da prima della pande­mia, eravamo dotati di una struttura tecnologica adeguata a garantirci la continuità operativa. L’unica differenza era il luogo da cui lavoravamo.

Il secondo è che non abbiamo mai puntato solo sulle relazioni, ma sui contenuti. È questo il nostro vero asset. Per essere efficaci le relazioni sono importanti (da distinguere dal contatto poiché basate sulla biunivocità del rapporto), ma si devo­no fondare su contenuti che non dipendono dallo strumento utilizzato per diffonderli. La somma di questi due elementi credo ci abbia permesso di adeguarci semplicemente alla situazione contin­gente mantenendo il medesimo livello di attività.

Che cosa vuol dire essere una Società Benefit per un’agenzia di Public Affairs?

Questa è una scelta della nostra Amministratrice delegata, Paola Perrotti, che ha voluto rimarcare il principio che l’attività di lobbying non rap­presenta soltanto i ‘brutti, sporchi e cattivi’, ma rappresenta tutti gli interessi che sono presenti all’interno di una società e, come tale, un’azienda che opera in tale settore ha il dovere di restituire qualcosa in termini di competenze, finanziamen­to di progetti che permettano ad altri soggetti più deboli nella rappresentanza di interessi di far ascoltare la propria voce.

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