Il Qatargate è corruzione, non è lobbying

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Il Qatargate è una grave vicenda di corruzione che investe il Parlamento europeo. Il perimetro dello scandalo non è ancora chiaro, non è ancora circoscritto. C’è la magistratura belga al lavoro, in collaborazione con altri uffici inquirenti di altri Paesi europei. Lo scandalo sembra molto ramificato. Per andare oltre le vagonate di pagine dei giornali che hanno accostato la corruzione della politica all’attività di lobbying, abbiamo provato a ragionare su quanto sta accadendo con Alberto Alemanno, professore di diritto dell’Unione europea presso l’HEC di Parigi e fondatore di The Good Lobby.

La narrazione sul caso Qatargate è stata focalizzata su due connessioni un po’ troppo semplicistiche. La prima di livello internazionale si incentra sul collegamento tra malaffare e italianità (italian job), la seconda, più tipicamente italiana, associa il malaffare all’attività di lobbying. Perché leggiamo questo racconto? E a chi giova?

Innanzitutto vorrei fare una premessa. Sono molto contento del fatto che l’obiettivo di questa intervista sia volto a non ribadire,  amplificándola, questa narrativa secondo cui non soltanto tutta l’Europa è ladrona ma che alla radice di questo scandalo via sia il lobbying. In realtà quello di cui parliamo è corruzione.

Il Qatargate rappresenta lo scandalo più scioccante nella storia dell’integrazione europea, perché ha mostrato come il denaro possa svolgere, in qualche modo, una funzione di influenza che va ben al di là dell’esercizio ordinario delle pressioni che possono essere esercitate da interessi, siano essi particolari o generali, che prendono la forma del lobbying. Dunque, siamo in presenza di un’istanza di corruzione, non di lobbying.

Ciò avviene ogni qual volta in cui non vi è un naturale scambio di informazioni tra una parte interessata e un decisore, ma ci si trova dinanzi uno scenario in cui il decisore presta attenzione a determinate istanze in cambio di denaro. 

Tuttavia, per capire il perché questo scandalo sia scoppiato è necessario comprendere qual è il quadro in cui vengono esercitate le influenze sui nostri decisori. L’Unione Europea dispone di un quadro normativo di regolazione del lobbying molto più avanzato rispetto a quello esistente nei singoli Stati membri dell’Unione e, addirittura, anche rispetto a quello esistente in altre regioni del mondo.

Ciò premesso, il Parlamento europeo rappresenta la maglia debole del sistema poiché impone un numero di regole davvero limitato ai propri decisori, ai propri membri e, soprattutto, il sistema di applicazione di queste norme, essendo rimesso alla volontà politica e non giuridica del Presidente stesso, ha presentato nel corso degli ultimi decenni lacune che questo caso ha reso manifeste.

Nello specifico, vedo due grandi debolezze nello scenario attuale: i membri del Parlamento europeo non sono soggetti a obblighi di dichiarazione dei loro incontri e ciò permette non solo a loro di non far risultare tali contatti; la seconda è che chi ha esercitato la ‘pressione’, le autorità straniere, non è soggetto a obbligo di registrazione. 

In questo caso, infatti, è utile ricordare che le ambasciate e le autorità di Paesi terzi non sono tenute ad iscriversi al registro per la trasparenza dei portatori di interessi.

Quindi, perché il racconto non si è concentrato sulla corruzione? Perché mettiamo in relazione quanto accade con il lobbying?

Perché, in questo momento, risulta più comodo alle istituzioni dare la colpa a entità terze, siano esse regimi stranieri o ONG. Questa è stata, infatti, la versione che ha, abilmente, provato a creare la presidentessa del Parlamento europeo Roberta Metsola dicendo che il Qatargaete è un “attacco alla democrazia europea”. 

Questo è pericoloso perché non porta le istituzioni e, in primo luogo, i partiti politici a riconoscersi, in qualche modo, corresponsabili di questa situazione. È più facile gestire l’immagine pubblica se si scarica la responsabilità altrove, specialmente sui lobbisti che nell’immaginario pubblico sono disposti a tutto, anche a corrompere. Tuttavia chi ha approcciato i decisori in questo frangente non era lobbista, nè portatore di interessi, ma corrutore.

Hanno voluto spostare l’attenzione verso l’esterno per nascondere i problemi interni?

Esatto. Il problema è interno non solo alle istituzioni ma anche ai partiti politici, che selezionano i candidati e sui quali avrebbero dovuto esercitare maggiori controlli. Si sarebbero dovuti accorgere da tempo dell’esistenza di queste aree di impunità in seno ai loro partiti e i loro gruppi parlamentari.

L’assemblea del Parlamento europeo a Strasburgo. CLAUDIO ONORATI/ANSA/TO

Il suo riferimento ai controlli sui membri di partito mi fa pensare al problema del revolving door. Un fenomeno che ha rappresentato, spesso, un problema in seno alle istituzioni europee che non si è mai riuscito a risolvere. Perchè? 

Il fenomeno del revolving door è fisiologico nelle nostre democrazie. È normale che qualcuno che eserciti mansioni pubbliche finisca per lavorare nel settore privato e viceversa. Il vero problema, nelle cosiddette porte girevoli, è il fatto che questo possa dare luogo a conflitti di interessi. Dunque non si può vietare che la porta giri, ma si può regolamentare il come e il quando farlo succedere. 

Nel caso del Parlamento europeo abbiamo un problema che definirei sistemico. Innanzitutto il parlamentare è autorizzato a svolgere delle mansioni professionali durante il mandato e dunque si trova, difatti, in una situazione di perenne conflitto di interesse potenziale, perché se tu stai lavorando come avvocato, come consulente o siedi nel consiglio di amministrazione di un’impresa nel momento in cui stai votando su delle legislazioni che possono incidere sulla tua attività o favorire il tuo cliente sei, evidentemente, in conflitto. Secondo Transparency International, in questo momento, abbiamo un quarto di parlamentari che ha dichiarato di svolgere mansioni parallele a quelle del mandato e sono, quindi, in situazione di conflitto potenziale d’interessi. Ve ne sono molti di più poiché la mancata dichiarazione di attività non dà luogo a sanzione. 

Questo crea un terreno fertile per situazioni che possono crescere e maturare subito dopo la cessazione del mandato parlamentare, vedasi il caso Panzeri, in cui è possibile monetizzare l’accesso al Parlamento europeo, sia esso fisico (all’edificio medesimo) o metaforico (ai suoi membri). Mi riferisco, in particolare, alla possibilità che un ex-parlamentare che ha accesso alla documentazione dei processi legislativi possa vendere l’accesso a informazioni riservate. 

Queste sono lacune fondamentali perché permettono la creazione di una cultura dell’impunità, come nel caso Panzeri che ha creato una ONG quale ‘veicolo’ diretto a convogliare denaro, in questo caso del Marocco e del Qatar, per esercitare pressioni e influenze su processi decisionali economico-politici del Parlamento europeo e di altre istituzioni. Tutto questo non sarebbe potuto avvenire se ci fosse stato un divieto di revolving doors che impedisse di esercitare, a fine mandato, tali mansioni. 

Questo è un provvedimento che il Parlamento europeo ha dichiarato di intendere varare al più presto. Bisognerà capire tuttavia se ciò si tradurrà in una modifica del Regolamento, creando ad esempio un cosiddetto periodo di cool off in cui il parlamentare non potrà esercitare delle attività professionali che lo possano porre in una situazione di conflitto di interesse. Parliamo di una norma già in uso che si applica ai soli Commissari Europei, per i quali è previsto un periodo di pausa di 36 mesi.

Un altro elemento da considerare è che per i parlamentari è previsto un compenso di fine mandato finalizzato a facilitare un agevole ritorno alla vita lavorativa. È paradossale che, anche in questo caso, non vi sia una verifica, nonché un divieto, di fare attività di lobbying nell’immediata cessione del mandato a fronte del versamento di un compenso post-mandato.  

E quindi il problema è di natura politica, non si vuole, in qualche modo, limitare la libertà post mandato?

Esatto. Non solo dopo, anche durante il mandato. In realtà vi è un argomento giuridico, la cosiddetta libertà di mandato, invocata da varie assemblee elettive tra cui il Parlamento europeo, per evitare di stringere le maglie attorno ai politici. In virtù di tale argomentazione l’eletto non dovrebbe essere limitato nella possibilità di incontrare portatori di interessi perché è grazie a tali incontri che può formare liberamente la propria opinione su un determinato fascicolo e votare in coscienza. 

Tuttavia, la interpretazione che propongo da tempo di tale principio è più flessibile: chiedere a un parlamentare di dichiarare i propri incontri non significa necessariamente limitare, comprimere questo diritto o libertà d’incontro, che in realtà permane.

Il Parlamento, addirittura il suo servizio giuridico, negli anni è sempre stato molto massimalista nell’interpretare questo principio della libertà del mandato e quindi ha rifiutato, dichiarandolo addirittura contrario al diritto europeo, un eventuale imposizione di dichiarare tutti gli incontri. Tant’è vero che, al momento, questa obbligatorietà esiste solo nei confronti dei relatori di un dossier, ma anche questa non viene rispettata. 

Secondo lei, quanto visto finora, è solo la punta di un iceberg?

Lo è per due motivi. La prima è che ogni giorno ci sono nuove rivelazioni che hanno portato i sospetti da 6 a 60, che non sono soltanto eletti o ex eletti, ma anche amministratori e dipendenti che appartengono a diverse famiglie politiche. Questo porterà, sicuramente, ad una un’espansione del caso. 

La seconda è che, tenuto conto che l’indagine si è già allargata al Marocco, possiamo immaginare che, nel passato, altri Paesi e magari altri attori, siano esse paesi terzi o grandi imprese, abbiano potuto incidere e cambiare l’esito di una determinata votazione utilizzando la corruzione. 

Al contempo, detto questo, non significa che tutto il Parlamento europeo sia corrotto o propenso a corruzione. In realtà, il ruolo che il denaro svolge nella politica europea è sempre stato inesistente o perlomeno minore ed è per questo che il Qatargate ha colto tutti di sorpresa, incluso il sottoscritto che studia l’Unione europea da più di vent’anni. Tuttavia questo scandalo appare il prezzo da pagare per permettere al Parlamento europeo, e alla sua classe politica, di fare quel colpo di reni necessario per effettuare quelle riforme necessarie che non si sono riuscite a fare finora.

Quali sono, secondo lei, le possibili soluzioni ?

Credo che la risposta istituzionale allo scandalo del Qatargate a cui abbiamo assistito sinora non sia all’altezza della gravità dello scandalo. Promettere alcune modifiche alle regole e alla loro applicazione è una risposta non soltanto modesta ma inadeguata. Ciò che serve è, innanzitutto, una presa una presa di coscienza e un riconoscimento dell’esistenza di falle nel sistema. Occorre ripensare interamente il sistema di integrità vigente nelle istituzioni per evitare fenomeni corruttivi attraverso una regolamentazione, più pregnante, dell’influenza che proviene sia dall’interno che dall’esterno dell’Unione Europea. 

La prima proposta che reputo necessaria, e su cui lavoro da anni e che ho avuto l’onore di presentare al Parlamento europeo nel 2019, è la creazione di un Comitato etico indipendente, formato da individui che non fanno parte delle istituzioni, che avrebbe le competenze di monitorare il comportamento sia degli eletti sia dei funzionari europei, di investigare nel caso di presunte violazioni e addirittura di sanzionare questi comportamenti.

Centralizzare queste competenze, che oggi appartengono al Presidente del Parlamento, al Presidente della Commissione e ad alcune Agenzie, avrebbe il merito di dare importanza al rispetto di queste norme creando un effetto dissuasivo verso determinati comportamenti, creando poi una nuova cultura politica in seno alle istituzioni europee. Ciò avrebbe maggior effetto in un Parlamento che parla 23 lingue, che è composto da individui provenienti da diverse culture politiche e che fondamentalmente non è soggetto a quel controllo pubblico che verrebbe esercitato a livello nazionale. 

Una seconda riforma importantissima è il rafforzamento di tutte le regole di trasparenza al fine di prevenire conflitti di interessi e aumentare la registrazione di tutti gli incontri dei parlamentari e dei funzionari europei per garantire la massima tracciabilità del sistema.

In tal modo, in virtù di una impronta legislativa, ogni volta che un Regolamento o una Direttiva verrebbe adottata si potrebbe risalire facilmente alle informazioni riguardanti gli incontri effettuati dai decisori pubblici coinvolti e la lista delle parti interessate. 

La terza soluzione è rappresentata dall’obbligatorietà del Registro Trasparenza che ad oggi è su base volontaria e l’unica ‘penalizzazione’ per i non iscritti è l’impossibilità di accedere alle istituzioni europee ma è comunque possibile incontrare il decisore in altri luoghi. 

Infine, la quarta proposta consiste nell’istituzione di un regime specifico per la rappresentanza degli interessi dei Paesi terzi, attualmente inesistente, in modo tale da avere una tracciabilità pari a quella che avviene negli Stati Uniti, in Australia o nel Regno Unito. 

Abbiamo visto, negli ultimi anni, che in un mondo geopoliticamente più complesso e multipolare la pressione che gli Stati terzi esercitano sulle varie giurisdizioni è cresciuta e questo richiede un regime ad hoc che non sia creato per limitare un’influenza legittima, protetta dal diritto internazionale, ma regolamentata con obblighi di reporting e registrazione in modo tale da avere una tracciabilità degli incontri e degli interessi in gioco nei processi decisionali europei.

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