Valentina Mercati (Aboca): Le quote rosa servono, danno direzione

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Parla la vicepresidente e direttrice marketing del Gruppo Aboca, 1.400 dipendenti di cui 580 donne. La versione completa di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di dicembre 2022 – gennaio 2023.

“Ho promosso una dipendente che era a casa in maternità. L’ho fatto perché se lo meritava e ho ricevuto un sacco di complimenti. Ma perché? Non è che se una sta a casa 8 mesi mette la pancia e perde competenze!”. Sembra rispondere a Elisabetta Franchi la vicepresidente del Gruppo Aboca. Quando Valentina Mercati mi racconta questa storia, sono passati pochi mesi dalle parole della stilista, bersaglio di polemiche feroci per aver dichiarato di assumere donne in posizioni apicali solo dopo i 40 anni, quando con l’età scemano fertilità, rischio maternità e l’incombenza di cura verso la famiglia. Quando Franchi si scusa per essersi espressa in modo inappropriato, è tardi: l’universo femminile, e non solo quello, si è già scatenato.

Valentina Mercati non ce l’ha segnatamente con Elisabetta Franchi, ma da quel modello dirigenziale prende le distanze in teoria e soprattutto in pratica. D’altronde, la vicepresidente e direttrice marketing del Gruppo Aboca è diversa da tutte le dirigenti che ho incontrato finora. Si definisce una lavoratrice, una mamma, una figlia, una sorella, un’amica fedele e solo alla fine il ‘capo’ di Aboca. Ci tiene a descriversi come parte di un gruppo che lavora in sintonia, una lavoratrice indefessa che si sporca mani, testa e cuore tutti i giorni per arrivare all’obiettivo.

“Guardi” mi dice appena ci incontriamo, “io non sono abituata a fare interviste personali, sono un po’ in difficoltà. Sebbene sia vicepresidente dell’azienda, mi sento poco affine a questo ruolo di rappresentanza. Ho sempre fatto tante cose in azienda, ho svolto mille ruoli diversi, non sono solo il capo. Mi sento l’armonizzatrice del gruppo”.

L’armonizzatrice?

Vede, l’armonia è la chiave di tutto. È un tema che ho affrontato anche alla maturità, quando ho scelto di approfondire l’armonia nel mondo greco. L’ho fatto perché dentro di me l’ho cercata sempre e l’ho anche trovata. Sono una persona armonizzata, cui piace armonizzare. Quindi mi definisco armonizzatrice, più che mediatrice, perché ho un compito ben diverso: devo mettere insieme cose, idee, persone, aspetti diversi per creare qualcosa di nuovo, armonico appunto. L’obiettivo è raggiungere quella cosa rotonda, senza spigoli che funziona, è efficace.

Quindi Valentina Mercati è una direttrice d’orchestra?

Diciamo di sì. Credo che la musica sia l’esempio più calzante: note e strumenti interagiscono per dar vita a qualcosa che viene percepita come bella, nel senso del suo insieme.

Le è venuto sempre facile armonizzare? O in quanto donna ha avuto difficoltà a farsi riconoscere come dirigente?

Sono sincera: tempo fa le avrei risposto di no, che il mio lavoro è sempre stato riconosciuto e valorizzato. Col senno di poi le dico di sì: alla mia età e con l’esperienza acquisita riesco a riconoscere i segnali, a distinguere nettamente le cose giuste e quelle sbagliate.

E col senno di poi che segnale ha riconosciuto?

Circa 15 anni fa mi chiamano dal liceo classico che ho frequentato da giovane e mi chiedono di fare una lezione agli studenti. Accetto volentieri, in fondo ho sempre tenuto corsi a Perugia, a Padova. Mi richiamano dopo poco scusandosi e dicendomi che la scuola avrebbe preferito mio fratello a me. “Sai, è un uomo” mi hanno detto. Ci sono rimasta male, ma non ho reagito, non ho saputo dire nulla. Ho detto “certo, nessun problema”. Invece il problema c’era, ma ho preferito non crearne uno più grande. Ho scelto di ignorare la cosa e andare avanti. Se potessi tornare indietro non lo rifarei.

Perché è successo? Perché ha ignorato la cosa?

Perché mi sembrava normale, mi dicevo che poteva succedere. Mi faceva male, ma pensavo fosse accettabile. Peraltro, la cosa su cui rifletto di più oggi è il fatto di essere proprietaria dell’azienda.

Cioè?

Da proprietaria posso anche essere messa in secondo piano, ma resta il fatto che sono il capo, che formalmente sono più potente. Nei miei confronti c’è e ci sarà sempre una forma di rispetto diversa, ancorché forzata e non totalmente riconosciuta, in alcuni casi. Pensi a chi non occupa questo ruolo, a chi invece è professionalmente meno autorevole e che, per questo, viene sottovalutata… Nel mondo di oggi, nonostante i passi avanti in questo senso, alla lavoratrice viene sempre attribuita una debolezza, una sensibilità che invece di essere interpretata, percepita e valorizzata come punto di forza, viene denigrata, mortificata. Mi è capitato mille volte di sentire gente che parlando di me dice “sai, è sensibile”, come fosse un difetto…La sensibilità è un valore aggiunto che permette di percepire il contesto più a fondo, di sentire le cose. E siamo così immersi nella società degli stereotipi, che spesso noi donne non ci accorgiamo dei confini in cui siamo costrette. Diventa difficile, come è successo a me, capire se una cosa è giusta o sbagliata.

L’anno scorso lei ha ricevuto un premio come donna dell’anno che ha voluto dedicare a sua madre e a tutte le donne della sua generazione che pubblicamente in realtà non sono mai state premiate. Le chiedo, allora, le cose oggi sono cambiate per le donne?

Le cose stanno cambiando, è innegabile. Anche banalmente il fatto che lei mi abbia chiesto di fare un’intervista ne è la prova.

E che non l’abbia chiesta a suo fratello.

Esatto. E poi, guardi, il nostro presidente del Consiglio è Giorgia Meloni, il presidente della Commissione europea è Ursula von der Leyen, la Bce è guidata da una donna così come il Parlamento europeo: come si fa a dire che le cose non sono cambiate? Però le discriminazioni persistono e ci sono ancora molte donne che, se premiate, chiedono al compagno, marito, amico, fidanzato di ritirare il premio. Ma perché? Perché siamo abituate a stare un passo indietro e non va bene.

Ha parlato di Giorgia Meloni, la prima premier donna a guidare il nostro Paese. È la prova che l’Italia sta facendo passi avanti sul tema della parità di genere?

Al di là dei colori politici, Giorgia Meloni è una donna che ce l’ha fatta ed è un esempio per tutte. Però una rondine non fa primavera. Lei ha dimostrato di essere forte, determinata e vera. Fino alla fine si è imposta anche con i suoi alleati minacciando di rinunciare a formare il Governo se non avessero accettato le sue condizioni: questo sì che è un esempio da seguire. Ma la primavera è arrivata? No, perché nelle aziende ci sono ancora molte donne che restano incinte e vengono automaticamente messe da parte.

Che succede ad una donna che resta incinta in Aboca?

Guardi, l’anno scorso ho promosso una dirigente che era in maternità. Lavora con noi da tanti anni, era a casa e gliel’ho comunicato. Lei è rimasta sorpresa, non se l’aspettava. Perché non avrei dovuto promuoverla, se lo meritava. Ho ricevuto tanti di quei complimenti che ho capito che sì, abbiamo un problema grande. Per me la promozione era scontata, per altri no. Non è che se una sta a casa 8 mesi le cresce la pancia e perde competenza.

Quote rosa sì o no?

In teoria non mi piacciono, in pratica sì. Le quote rosa danno direzione, guidano. Credo che se vuoi trovare donne competenti le trovi e ne trovi parecchie. Però nella realtà le cose sono diverse, le donne competenti non si cercano. Quando ero più idealista, più giovane, dicevo no alle quote rosa. Con il tempo ho capito che servono, la società ne ha grande bisogno.

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