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Terzo settore e Pubblica Amministrazione, la vision di Vanessa Pallucchi

Lavorare per il beneficio comune. Questo è il senso dell’operare al servizio della comunità ed è il nesso che connota le aziende, associazioni e organizzazioni mosse da finalità sociali.
Il terzo settore, in Italia, rappresenta un importante volano di sviluppo dei territori. Una presenza in costante crescita in Italia, come rivelano i dati Istat, che parlano di circa 400 mila istituzioni no profit attive nel 2020 (+0,2% sul 2019; dat di pubblicazione ottobre 2022).
Per comprendere meglio il fenomeno, e la relazione che il terzo settore ha con la PA italiana, ci siamo confrontate con Vanessa Pallucchi, portavoce del Forum Terzo settore.

Il Terzo settore si propone come mediatore di collaborazione fra PA ed esigenze sociali, con quali finalità?
Il Terzo settore ha, già nel suo Dna, la capacità di intercettare i bisogni di persone e territori, e di proporre soluzioni nella direzione del miglioramento della qualità della vita.
È anche un bacino importante di competenze e innovazione, dunque il soggetto più qualificato con cui le Pa possono rapportarsi per realizzare azioni efficaci a vantaggio delle comunità.
Il Terzo settore risponde poi al principio costituzionale della sussidiarietà, e sarebbe l’interlocutore ideale per l’ideazione e la realizzazione di politiche pubbliche.
La partecipazione del Terzo settore all’ideazione e realizzazione di politiche pubbliche risponde al principio costituzionale della sussidiarietà, ma occorre fare ancora molti passi in avanti per far sì che questo mondo sia riconosciuto un interlocutore necessario e sia dunque coinvolto nei processi che riguardano lo sviluppo socio-economico del Paese.

Oggi la PA è costituita al 58,4% di donne, ma è governata da una dirigenza al maschile. Quali cambiamenti culturali devono essere messi in campo per sovvertire questa situazione, e creare più opportunità di crescita delle donne, nella PA e nella società in generale?
I cambiamenti culturali sono quelli più profondi che, per essere realizzati, richiedono più tempo e la partecipazione attiva delle persone. L’esperienza del Terzo settore, dove il gender gap è minore che altrove, può insegnare molto.
La questione di genere si affronta in modo efficace se viene inserita in una più ampia visione di società, improntata su principi di inclusione, solidarietà, uguaglianza e giustizia sociale.
Molta responsabilità è anche in capo ai decisori politici, che dovrebbero prevedere norme che garantiscano uguale trattamento tra donne e uomini – penso ad esempio alla parità salariale, che peraltro l’Italia non ha ancora raggiunto – ma soprattutto di creare le condizioni affinché le donne riescano a realizzare le loro ambizioni in ambito professionale.
C’è ancora tanto da fare, ad esempio, rispetto a una migliore conciliazione vita-lavoro: basti pensare ai sostegni alla maternità non sufficienti o agli asili nido carenti. L’avanzamento sul piano legislativo credo sia un presupposto necessario per un reale progresso sociale.

In che modo il Governo può lavorare per implementare un piano di sviluppo dell’economia sociale?
Si tratta innanzitutto di declinare, a livello nazionale, il Piano d’azione europeo per l’economia sociale presentato nel 2021 dalla commissione Europea. L’obiettivo è quello di sviluppare il potenziale di imprese sociali, cooperative e associazioni non profit, e valorizzarne il loro contributo in ottica di transizioni verde e digitali.
Il Terzo settore italiano ha però delle specificità, è un unicum in Europa per caratteristiche e dimensioni. Pur svolgendo un ruolo essenziale di risposta ai bisogni delle persone, di creazione di opportunità sui territori, di costruzione di coesione sociale e crescita economica, le realtà sociali sono troppo spesso dimenticate dalla politica. Servono azioni concrete e mirate, dai sostegni contro il caro-bollette a norme fiscali adeguate, che discendano dal principio di solidarietà che caratterizza tutto questo mondo.

Pnnr e azioni connesse, siamo ancora in tempo per portare vantaggi e sviluppo sui territori?
Siamo in tempo se si cambia il metodo di utilizzo delle risorse: servono meno bandi competitivi e più sostegno alle amministrazioni, soprattutto quelle che operano in territori svantaggiati, che spesso non hanno strumenti o competenze adeguate. È fondamentale, ad esempio, realizzare la co-progettazione con più attori sociali, in modo da costruire risposte integrate e adeguate alle reali esigenze dei territori. Il Terzo settore chiede in questo senso più protagonismo, attraverso i processi di amministrazione condivisa. Inoltre, si dovrebbe iniziare a riflettere su come trovare le risorse per la gestione delle infrastrutture sociali, come gli asili nido e le Case di comunità, una volta terminati i fondi del Pnrr.

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