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Cia, il manifesto degli agricoltori e la priorità della genetica

presidente fini conferenza economica cia

Puntare sulle tecnologie di evoluzione assistita per proteggere i raccolti da siccità e fitopatie: secondo Cristiano Fini, il futuro dell’agricoltura italiana passa da questo. A margine della IX Conferenza Economica di Cia – agricoltori italiani, il presidente riassume a Fortune Italia quale sia la priorità su cui Governo italiano e Ue devono puntare per aiutare un settore che, tra crisi climatica e altalena dei prezzi delle commodity, è costretto a trovare nuovi modi di difendersi.

Le tecniche genomiche (o Tecnologie di evoluzione assistita, Tea) riproducono in vitro i risultati dei meccanismi alla base dell’evoluzione biologica naturale, senza l’inserimento di Dna estraneo alla pianta, come avviene invece nel caso degli Ogm. Ma quella sulle Tea non è l’unica richiesta lanciata da Cia-Agricoltori Italiani dal Palazzo dei Congressi di Roma. Davanti alle istituzioni italiane ed europee (i ministri Francesco Lollobrigida, Antonio Tajani, Raffaele Fitto, il viceministro Maurizio Leo, il commissario Ue Janusz Wojciechowski) e a 600 imprenditori agricoli è stato presentato un ‘manifesto’. Dalla legge sul giusto prezzo agricolo lungo la filiera al piano di insediamento abitativo nelle aree rurali, fino all’ora di educazione alimentare nelle scuole, le richieste sono tante, per un comparto fondamentale per l’economia italiana e sul quale si giocano 8 mld del Pnrr.

Ma tra tutte le richieste, forse nessuna rappresenta meglio delle Tea quanto l’agricoltura italiana potrebbe aver bisogno di una trasformazione profonda, per poter sopravvivere. Nel caso delle proposte di Cia, una trasformazione a livello genetico.

Il cammino europeo delle tecniche genomiche

Le Tea, spiega Fini, sono “tecnologie legate alla genetica e la genomica delle piante per renderle più resistenti alla siccità e alle fitopatie. Quindi chiaramente senza l’utilizzo di input chimici, per poter continuare a produrre come prima”. Al momento delle regole chiare mancano: in Ue è terminata la fase di consultazione, e la Commissione si pronuncerà quest’anno sull’esenzione degli Ngt (new genomic techniques) dal novero degli Ogm e delle loro regole (una ‘deregulation’ contro la quale è stata presentata una petizione).

Sulle tecniche di editing genetico ‘in vitro’ si è però espressa la Corte di giustizia dell’Ue, escludendole dalle regole riguardanti gli Ogm. Sono escluse dall’ambito di applicazione della direttiva sugli Ogm “gli organismi ottenuti mediante applicazione in vitro di una tecnica/metodo di mutagenesi che convenzionalmente è stato utilizzato in un certo numero di applicazioni in vivo e ha una lunga storia di sicurezza per quanto riguarda quelle applicazioni”.

Un punto su si è espresso anche il presidente di Cia: “La priorità è comune alle istituzioni italiane ed europee: dovrebbero puntare in maniera decisa alle tecnologie di evoluzione assistita, ovvero quelle tecnologie che ci consentano di coniugare al meglio la produzione agricola alla sostenibilità ambientale. Serve un riconoscimento di questa tecnologia differenziandola dagli Ogm. Dal punto di vista del governo italiano serve fin da subito una legge per la sperimentazione a pieno campo di queste tecnologie. Significherebbe poter utilizzare anche in futuro questa tecnologia. Sarebbe uno strumento fondamentale per poter coniugare la sostenibilità economica a quella ambientale dell’agricoltura”.

Insomma, secondo Cia va favorita la ricerca per lo sviluppo di piante più green e resistenti a cambiamenti climatici e malattie, “avviando urgentemente la sperimentazione in pieno campo delle NBT con l’Italia a fare da apripista”, si legge nel manifesto.

Le altre richieste

Al di là delle singole proposte, Fini sottolinea quella che è stata una “proposta sul metodo”: quello della concretezza. “Va bene porre queste questioni e affrontarle, ma dobbiamo anche scaricare tutto quanto sul territorio. Qualcuno qui ha detto i temi che sentiamo oggi purtroppo, sotto certi aspetti, sono di 10 anni fa: è vero, perché sono vecchi i temi della manutenzione del territorio delle aree interne, del cambiamento climatico, dell’infrastruttura: sono tutti temi che noi abbiamo già affrontato da tempo ma che purtroppo non hanno trovato soluzione. Bene io credo che serva davvero un cambio di passo per cercare di affrontarli, ma soprattutto risolverli una volta per tutte, perché risolvere questi problemi significa mettere al centro la copertura dei sistemi economici e l’agricoltura, e sostenere tutto il paese”.

“Riportare le ‘Agricolture al Centro’, come recita lo slogan della nostra conferenza”, ha spiegato Fini, “vuol dire unire le forze e fare presto e bene”. A partire dagli 8 miliardi del Pnrr riservati al comparto, tra la gestione del Masaf e quella del Mase, investendo su innovazione e ricerca per ottimizzare le produzioni; logistica e trasporti per connettere aree e mercati; agroenergie per ridurre la dipendenza dall’estero e incentivare la transizione green; la difesa del Made in Italy da “falsi, etichette fuorvianti e cibo sintetico”: sull’etichettatura, Cia ribadisce il suo “no” totale al sistema Nutriscore.

A supporto del Manifesto di Cia, lo studio realizzato ad hoc da Nomisma illustrato dal responsabile per l’agroalimentare Denis Pantini, da cui emerge un’Italia in crisi e più preoccupata della media Ue per inflazione, povertà e guerra, con il 51% dei cittadini in difficoltà economiche contro il 45% del resto d’Europa. Ecco i punti principali:

  • Cambiano i consumi alimentari per l’84% dei cittadini, con lo stop al superfluo per il 46% e solo il 22% che non rinuncia alla qualità. Volano, quindi, i discount, il cui valore cresce del 12% annuo.
  • Tra i nuovi trend, quello dei novel food, con la produzione di insetti per alimenti in Ue in crescita di 180 volte dal 2019 al 2025, passando da 500 a 90.000 tonnellate. Gli investimenti globali sulla carne in vitro, intanto, aumentano vertiginosamente.
  • Attività connesse (agriturismi, fattorie sociali e didattiche, agroenergie): valgono 5,3 miliardi e incidono sulla produzione nazionale per oltre il 10% contro una media Ue di appena il 4%.
  • Nelle aree interne sale al 28% il rischio di esclusione sociale ed è maggiore l’incidenza di NEETs (giovani che non hanno impiego, non studiano e non si formano): 22% in Italia rispetto al 15% della media comunitaria. L’agricoltura, essenziale per queste aree, paga per prima sia i ritardi infrastrutturali che quelli digitali, con la penisola ancora al 18° posto in Ue, dietro anche a Slovenia, Lituania e Lettonia.
  • L’Italia dei campi è anche tra i Paesi più in corsa per il Green Deal: ha già avviato il percorso di riduzione dei fitofarmaci (-38%), impiega per il 45% i prodotti ammessi nel bio e può centrare il target del 25% di superfici biologiche, con 2,2 milioni di ettari già convertiti e uno scarto da colmare di 900 mila ettari entro il 2030.

Gli agricoltori e il problema della formazione

Ma al di là delle regole da dare al settore, per innovarlo serve anche preoccuparsi di un approccio dal basso, cioè della formazione degli agricoltori e degli attori della filiera, che per poter utilizzare quelle tecnologie hanno bisogno delle competenze necessarie.

Durante il convegno, Pantini di Nomisma ha ricordato  che per raggiungere gli obiettivi Ue “occorrerebbe che la transizione digitale andasse di pari passo con quella ecologica”. In agricoltura, quindi, “l’adozione di tecnologie 4.0 di agricoltura di precisione dovrebbe aumentare. Sembra facile ma non lo è. E non lo è per la particolare conformazione della nostra agricoltura. I dati dicono che le aziende digitali del settore agricolo in Italia sono circa il 16% del totale. Quelle che poi hanno investito in innovazione negli ultimi tre anni sono appena l’11%”. Inoltre, Pantini sottolinea un problema generazionale: il tasso di innovazione dei giovani agricoltori supera di 15-20 punti percentuali quello dei colleghi over 40. Ma quei giovani rappresentano solo il 9% delle aziende agricole da più di 50 ettari.

La formazione, dice Fini, “è fondamentale. Purtroppo oggi i dati non sono confortanti rispetto l’utilizzo dell’innovazione in agricoltura. Questo puramente per un difetto di divulgazione ma anche per un difetto di formazione. Dobbiamo davvero puntare alla formazione dell’agricoltore per poter utilizzare al meglio questa tecnologia perché altrimenti ci riempiamo la bocca di tanta innovazione ma alla fine poi non riusciamo ad applicarla”.

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