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SVB e Credit Suisse, effetto contagio in Europa? L’analisi di Elena Carletti, professore di finanza all’Università Bocconi di Milano

Il fallimento di Silicon Valley Bank prima, i timori per gli istituti di credito regionali americani poi e infine le difficoltà di Credit Suisse che provengono dall’altra sponda dell’Atlantico.  Gli investitori temono il rischio di contagio nel sistema bancario mondiale e i mercati finanziari continuano a segnare chiusure in rosso. A soffrire particolarmente è Piazza Affari che, con 9 titoli su 40 appartenenti a banche e risparmio gestito, ha terminato le contrattazioni di questa settimana con una perdita di oltre il 6%. In questi giorni così la mente di molti torna al 2008 quando l’effetto domino nel sistema bancario portò a quella che tutti ormai ricordano come la Grande Recessione, una delle più importanti crisi finanziarie del nostro secolo.

Ma fare un parallelismo tra il fallimento della Silicon Valley Bank e quello della Lehman Brothers non è un esercizio così immediato.La Lehman Brothers era sicuramente una banca molto diversa dalla SVB. Intanto era una banca d’investimento, la quarta americana”, spiega la professoressa Elena Carletti, professore ordinario di finanza e prorettrice alla ricerca all’Università Bocconi di Milano.

“Le banche d’investimento sono banche globali e quindi molto più interconnesse sui mercati mondiali rispetto a quanto possa essere stata la SVB. All’epoca poi non si avevano così tante informazioni riguardo questi canali di contagio tra le varie banche e proprio perché era un istituto d’investimento e non commerciale la Lehman Brothers non aveva avuto accesso a tutti quegli aiuti di liquidità o di supporto da parte di autorità governative e di banche centrali che invece hanno avuto gli istituti medi americani oggi. C’è una risposta di politica economica e pubblica molto più immediata rispetto al 2008.

Questo perché abbiamo alle spalle 15 anni in cui si è ragionato sulla regolamentazione ma anche sul crisis management, cioè su quali misure mettere in atto qualora una crisi si realizzi. Poi c’è un’altra discussione perché, insieme alla linea di liquidità che la Fed ha attivato immediatamente per evitare che i depositanti andassero a ritirare e quindi le banche si trovassero costrette a vendere dei titoli mostrando una perdita per via del prezzo basso dell’obbligazione, la banca centrale americana ha anche garantito tutti i depositi sopra i 250 mila dollari, che sarebbe il limite massimo dell’assicurazione sui depositi in vigore in America, proprio per far si che non ci fossero ripercussioni sui depositanti di SVB stessa. E su quello i pareri degli esperti si dividono: alcuni ritengono sia stata una mossa eccessiva perché così facendo sono stati garantiti di nuovo i ricchi venture capital a discapito dei cittadini comuni, altri reputano invece sia stata una mossa importante per non innescare la sfiducia nei depositanti delle altre banche.

La paura di un effetto domino è arrivata anche dall’altra parte dell’Oceano. Ma quali sono le differenze tra il sistema bancario americano e quello europeo?

La regolamentazione europea è molto più stringente. La banca centrale europea è molto rigorosa e oggettivamente se guardiamo ai livelli di capitale e di liquidità per le banche dell’eurozona sono particolarmente rigidi. Gli istituti del vecchio continente in genere inoltre non hanno neanche la caratteristica di essere fortemente concentrate sul lato dei depositi. Neanche le grandi banche statunitensi le hanno. 

E poi anche dal lato dell’attivo, davanti ad un’inflazione e una politica monetaria che stava cambiando, le banche nel corso del tempo hanno cercato di ridurre la scadenza dei titoli obbligazionari nei loro portafogli ed evitare proprio scadenze lunghe con tassi fissi. Non da poco inoltre le banche, soprattutto le più grandi, fanno quello che si chiama hedging, cioè si coprono contro il rischio dei tassi.  Ma la vera cosa fondamentale è che rimanga la fiducia dei depositanti e degli investitori nel sistema bancario perché se tutti cominciano a ritirare i propri soldi non c’è regolamentazione che tenga. 

Le banche tornano a far tremare l’economia? 

Sono due contesti diversi. Silicon Valley Bank è un caso classico di una banca che ha avuto una forte concentrazione di depositi, fondamentalmente provenienti da società tecnologiche 

che avevano aumentato molto le proprie redditività nel periodo 2020- 2021.  Nel frattempo, la banca avendo goduto di questo forte aumento di depositi, in quel periodo ha investito 90 miliardi in titoli con scadenza a 10 anni a un tasso di interesse all’1,6% fisso. Tutto questo è avvenuto durante gli anni del Covid, quando ancora non si ipotizzava un rialzo dell’inflazione e dei tassi da parte della Banca Centrale. Poi questi si sono verificati e hanno comportato sia il peggioramento delle società tecnologiche che hanno iniziato a ritirare i depositi perché necessitavano di liquidità, sia che le obbligazioni a tasso fisso su cui aveva investito la banca stessa avessero una minore profittabilità rispetto ai tassi in rialzo. Quando la banca ha dovuto venderle si è trovata un 15% in meno rispetto a quando le aveva comprate.

Da lì ha iniziato a fare le prime perdite, ha tentato di fare l’aumento di capitale ma non è andato come sperava ed è fallita. Quindi è stata una combinazione di fattori. Da una parte la concentrazione di depositi societari, che sono più sensibili non solo al rialzo dei tassi ma a qualunque informazione, e dall’altro un investimento della banca che, come rischio di credito, era sicuro ma che purtroppo, avendo dovuto vendere prima della scadenza, ha scontato il ribasso dei prezzi dei titoli obbligazionari. 

E Credit Suisse?

Credit Suisse è una storia completamente diversa, è una banca d’investimento, una delle più importanti al mondo, che ha cambiato vari presidenti e amministratori delegati, e ha avuto alcune irregolarità, come quella nel bilancio dello scorso anno che l’hanno portata a doverlo posticipare. Insomma, è una storia di risk management e investimenti sbagliati, di controlli interni che non hanno funzionato, di cambi al vertice e quindi di governance non proprio esemplare. Inoltre, avevano avuto grosse perdite anche dai fallimenti da Greensill e Archegos.  È scoppiato ora perché hanno fatto il bilancio qualche giorno fa e c’erano di nuovo delle perdite anche per il 2022 ma soprattutto perché ci sono di nuovo i nervi tesi per il sistema bancario. 

Quindi cosa succederebbe ai risparmiatori di Credit Suisse in caso di fallimento?

Dipende da quello che farà la banca centrale. Se prendiamo il caso del SVB, gli azionisti e gli investitori obbligazionari perderanno i loro soldi ma i depositi sono tutti garantiti. In credit Suisse, se mai dovesse succedere una cosa del genere i primi a perdere saranno gli azionisti e coloro che detengono obbligazioni subordinati e, a mano a mano, a salire. Ma è davvero difficile pensare che i depositanti perdano i loro soldi. 

In Italia abbiamo un fondo di assicurazione per i fondi dei risparmiatori più o meno simile, come funziona? 

In Italia si è garantiti fino a cento mila euro ma in caso di crisi bisogna sempre vedere. In quello della SVB hanno richiamato al rischio sistemico, dunque a un’eccezione. Grazie a questa ipotesi il governo americano ha potuto garantire i depositi anche oltre il limite dei 250 mila dollari dell’assicurazione. Qualora si ritenga infatti che il fallimento di una banca possa portare a questo scenario c’è sempre la possibilità di derogare a quelle che sono le regolamentazioni correnti e andare oltre. Se trasliamo dunque anche in Italia, qualora dovesse succedere che ci fosse una banca o più banche che dovessero fallire- cosa che io ritengo molto lontana dalla situazione attuale- tutti i depositi fino a 100mila euro sarebbero garantiti, oltre bisognerebbe vedere eventualmente quale banca ne sarebbe protagonista, quale accezione di rischio sistemico si potrebbe utilizzare e tante altre variabili.

Spesso governi e autorità di vigilanza sono disposti a concedere prestiti di emergenza a un grande istituto proprio per salvaguardare il sistema bancario. Quali sono le conseguenze di queste scelte?

È un argomento su cui si discute da vent’anni. Da una parte questa scelta aiuta a mantenere la fiducia nel sistema ed evitare il rischio sistemico, dall’altra c’è chi pensa che questo tipo di intervento non sia necessario e che porti al cosiddetto moral hazard. Se noi pensiamo che, nonostante le regole che ci sono, qualora una banca sia in difficoltà c’è sempre l’eccezione è come dire che la banca può fare come vuole perché tanto non c’è più disciplina.

Dunque, le conseguenze che questo comporta può essere una minore disciplina in futuro e che le regole non siano più credibili. è un equilibrio molto delicato, ogni volta bisogna valutare caso per caso ed è molto difficile anticipare gli effetti sistemici che potrebbe avere il fallimento di una banca. È una decisione dei policy makers che io non voglio biasimare perché è davvero molto complicata. Però voglio dire i due lati degli interventi pubblici sono questi, da una parte si cerca di mantenere la confidenza nel sistema e dall’altra si rischia di diventare meno credibili nel futuro e quindi tornare a non diminuire il moral hazard, la mancanza di disciplina. 

La BCE ha aumentato ancora i tassi di 50 punti base, cosa ne pensa?

Quel giorno le borse sono andate subito giù per poi risalire. Questa però è stata una reazione giornaliera, per capire gli effetti bisognerà aspettare. Come possiamo leggere intanto questa mossa? La Bce ritiene che il sistema bancario europeo sia solido e che non ci sia motivo per cambiare la propria politica monetaria. Un messaggio positivo tutto sommato. Se non avesse aumentato il tasso per timore degli effetti sulle banche forse questa scelta avrebbe potuto essere interpretata come una debolezza del sistema. Inoltre, ricordiamoci che nel 2022 le banche hanno vissuto una altissima profittabilità dovuta proprio ai tassi. Ma perché questo? Perché dipende dal business model che una banca ha.

Ci sono banche che tendono ad essere istituti di natura commerciale e dunque, raccogliendo depositi e investendo in prestiti, l’anno scorso hanno guadagnato molti soldi perché i tassi sui depositi non si sono mossi così tanto mentre quelli sui prestiti si sono alzati. Quello che voglio dire è che la politica monetaria non è necessariamente negativa per la profittabilità delle banche. Chiaramente più dura questa politica di rialzo dei tassi più ci sarà una reazione dei depositanti che potrebbe ridurre via via il profitto degli istituti. 

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