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Metaverso, la nuova frontiera del lavoro ibrido

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Se siete come me – e come milioni di altre persone che fanno pendolarismo per andare a lavoro – uno dei vostri primi pensieri al risveglio nei giorni feriali è una semplice e retorica domanda: “Devo davvero andare in ufficio?”.

Una domanda che ne suscita altre: quella sul meteo ad esempio, oppure sulla disponibilità di un dog sitter, sulle scadenze, sui buoni pasti e, soprattutto, su chi altro si recherà in ufficio. Ci sono riunioni a cui dovreste partecipare di persona? Saranno riunioni noiose e ibride, metà online e metà di persona? I sostenitori del metaverso sostengono che la realtà virtuale potrebbe eliminare quasi del tutto questo rituale quotidiano, rendendo inutile per le persone scegliere tra il lavoro di persona e quello online. La tecnologia ha già provato di essere uno strumento di formazione efficace per aziende come Hilton, Walmart e BMW, con studi che dimostrano che le persone imparano e ricordano di più attraverso la realtà virtuale.

Mark Zuckerberg, Ceo di Meta, e altri immaginano sempre di più che il lavoro si sposterà nel metaverso. La realtà aumentata, dicono, offre la miscela ideale di presenza nel mondo reale e l’autonomia del lavoro da remoto. Zuckerberg insiste in modo controverso sul fatto che software come il suo ‘Horizon Workrooms’, in cui le persone appaiono come avatar senza gambe, possono rendere irrilevante la loro posizione geografica. In una nuova partnership con Microsoft, Meta sta spingendo adesso verso il lavoro di ‘realtà mista’, promettendo un futuro in cui i dipendenti in carne e ossa si incontreranno con ologrammi e avatar e maneggeranno oggetti reali e virtuali.

Il fatto che Meta abbia licenziato 11.000 persone e abbia visto crollare il prezzo delle azioni a causa del fallimento della sua scommessa sul metaverso, non ha scoraggiato la missione del suo amministratore delegato di cercare il primato in un settore ancora poco esplorato. E sono in molti a sospettare che la sua attenzione per il mondo delle imprese faccia parte di un piano a lungo termine per abituare le persone a questa nuova tecnologia. Convincere le aziende che il metaverso cambierà definitivamente il lavoro è un modo per garantire che milioni di persone che non fanno parte del metaverso, non abbiano altra scelta che avvicinarsi alla realtà virtuale.

Meta e Microsoft non sono le uniche aziende che vedono questo scenario di ‘rimodellamento lavorativo’. Anche gli esperti che hanno parlato con Fortune sono entusiasti del lavoro in VR. In un momento in cui i manager temono che la mancanza della condivisione di tempo in ufficio finisca per causare il disimpegno dei dipendenti, la perdita di produttività e, peggio ancora, la diminuzione dell’inventiva, il metaverso potrebbe svolgere un ruolo nel rafforzare la connessione. Questi stessi sostenitori, però, elencano anche diversi rischi.

Lavoro, la tecnologia che evolve

Per quanto Zuckerberg voglia dare l’impressione che l’ufficio virtuale sia pronto, la maggior parte dei tecnologi sostiene che siamo ancora lontani da questo traguardo.

Sandy Carter, dirigente nell’ambito tecnologico da molti anni, si occupa di questo e dirige attualmente le partnership per Unstoppable Domains, una startup che consente alle persone di acquistare il loro dominio Web3 per mantenere una singola identità mentre i loro avatar fluttuano attraverso gli universi online. L’autrice punta letteralmente sul fatto che il metaverso possa avere una diffusione molto più ampia e indica successi come la festa virtuale di Capodanno di Paris Hilton, che secondo quanto riferito ha attirato più partecipanti dell’evento di Times Square di New York dell’anno scorso. Un segnale evidente del fatto che il metaverso funziona davvero.

Carter, professoressa a contratto alla Carnegie Mellon University e presidentessa dell’organizzazione no-profit ‘Girls in Tec, è però realista. Non finge che gli spazi professionali virtuali siano pronti a sostituire le sale conferenze fisiche o le chiamate Zoom. In effetti dice che le uniche persone che trascorrono molto tempo a fare lavoro o brainstorming nel metaverso sono quelle che sviluppano prodotti per esso, come gli sviluppatori di app per giochi e le società di consulenza. E anche per gli esperti di VR, tutto ciò non sembra così entusiasmanete. Nonostante Zuckerberg affermi che i team di Meta si riuniscono regolarmente nelle Workroom virtuali, sembra che i dipendenti si siano invece opposti all’uso di questa piattaforma per cui sono stati spesi miliardi dal Ceo. Il problema, secondo la professoressa Carter, è che il lavoro virtuale è ancora troppo scomodo da gestire. Un esempio su tutti: quando l’anno scorso ha ospitato una discussione nel metaverso di Decentraland, un relatore, un professore della Carnegie Mellon, si è trovato nell’impossibilità di staccare il suo avatar dal soffitto, rimanendovi sospeso per tutta la durata della conferenza. In un altro evento, diversi avatar sono rimasti bloccati fuori dall’edificio digitale perché non riuscivano a capire come aprire le porte. Alla fine le porte sono state eliminate. “Deve diventare più facile per tutti noi operare, o interoperare, in quel mondo”, dice Carter.

Storie come queste, per non parlare dell’estetica da cartone animato del metaverso e dell’innegabile ingombro dei visori di realtà virtuale, rendono facile deridere la promessa del lavoro virtuale. Carter e altri ritengono tuttavia che l’hardware diventerà sempre più leggero, elegante e meno appariscente, e che entrare e uscire dalla VR diventerà un gioco da ragazzi.

Le tecnologie di VR e la realtà aumentata stanno avanzando rapidamente e l’imminente arrivo di Apple in questo settore dovrebbe aumentare l’interesse. Nel frattempo i tecnologici critici considerano l’ultimo visore Quest Pro di Meta – che costa 1.500 dollari – come un grande miglioramento rispetto ai dispositivi Quest 2, meno costosi. Il nuovo legame di Meta con Microsoft, l’azienda tecnologica più associata ai prodotti aziendali, rende inoltre disponibile nelle Workroom di Meta il pacchetto software da ufficio Microsoft, ampiamente utilizzato nel mondo del lavoro.

Secondo Janet Balis, responsabile marketing per le Americhe di EY, utilizzare il metaverso a piccole dosi potrebbe essere il segreto per trarne il massimo beneficio. Balis suggerisce che le aziende prendano in considerazione la possibilità di organizzare riunioni sul metaverso limitate nel tempo, soprattutto per la formazione o la collaborazione interna. I dipendenti dovrebbero quindi familiarizzare lentamente con le possibilità della VR, soprattutto se l’azienda intende lanciare un’attività di realtà virtuale rivolta ai consumatori – come una boutique digitale che vende beni reali o digitali, o uno showroom virtuale. Allo stesso tempo però, il manager di EY mette in guardia dal tenere riunioni centrali per il core business di un’azienda, in un ambiente virtuale, perché i dipendenti qui potrebbero non sentirsi subito a proprio agio fisicamente o psicologicamente.

Anche Allison Horn, direttrice esecutiva dei talenti globali di Accenture, consiglia di fare piccoli passi nel metaverso. Lavorare in VR è meglio delle riunioni bidimensionali, come le videochiamate, perché si può camminare in una stanza virtuale, avvicinarsi a una lavagna o mescolarsi tra colleghi. La sensazione di essere insieme ad altre persone è reale, dice, ma i dipendenti potrebbero non crederci finché non la provano di persona. È possibile, ad esempio, “cocreare e sentire le voci degli altri, invece di presentarsi come uno-a-molti o uno-a-uno”, dice. Anche se non ci fossero intoppi nel software, secondo la relatrice, la VR è un nuovo modo di percepire il mondo e alcune persone avranno bisogno di costruire le proprie capacità in questo mondo. Horn suggerisce di iniziare con un’esperienza di metaverso da cinque a dieci minuti da seduti, di arrivare poi a mezz’ora e di provare solo in seguito a stare in piedi. E mette in guardia dall’utilizzo della realtà virtuale per riunioni che riguardano argomenti privati, facendo notare che le aziende utilizzano ancora apparecchiature di livello consumer. Anche se ci sono livelli di sicurezza integrati nel software esistente, “non teniamo mai riunioni riservate con i clienti nel metaverso”, afferma.

La VR non renderà più equo il posto di lavoro

Accenture è una delle poche aziende che si è avventurata nel metaverso lavorativo in grande stile. Ha acquistato 60.000 visori Oculus per i dipendenti durante la pandemia e ha annunciato che avrebbe iniziato a inserire i neoassunti nel metaverso aziendale, l’Nth Floor. Certo, Accenture ha più motivi della maggior parte delle aziende per investire tempo e denaro in questo spazio. Come altre società di consulenza, ha iniziato a fornire consulenza ai propri clienti aziendali sulle strategie del metaverso e ad utilizzarlo per le riunioni con i clienti. L’Nth Floor ha anche permesso ai team di dipendenti di Accenture di connettersi attraverso i fusi orari, di creare spazi sicuri per le riunioni e di ospitare eventi aperti a tutta l’azienda. Un gruppo ha reso omaggio ai veterani a novembre, mentre un altro ha creato un museo nel metaverso durante il ‘Black History Month’ che ha attirato 400 visitatori in un solo giorno. Alcuni sostengono che, in teoria, il passaggio al metaverso potrebbe favorire ulteriormente la diversità e l’equità sul posto di lavoro. Le applicazioni di realtà virtuale e realtà aumentata potrebbero essere di aiuto ai dipendenti che vivono in aree rurali e alle persone con disabilità, eliminando i pregiudizi di prossimità.

Permettere ai dipendenti di costruire avatar e di modificarli dà anche ai lavoratori la libertà di scegliere come presentarsi e come essere a loro volta percepiti, che si tratti di figure umane, animali o oggetti inanimati. Carter di Unstoppable vede questo tipo di pseudo-anonimato come una liberazione, notando che alcune aziende usano gli avatar anche per nascondere l’identità dei candidati al lavoro. “Non saprete se sono un uomo di 85 anni o una giovane donna di colore”, dice. “Credo che sarà un grande strumento di equalizzazione”. I pregiudizi e gli abusi hanno però ancora modo di insinuarsi in interazioni apparentemente anonime, secondo Phoebe Gavin, career coach e direttore esecutivo dello sviluppo dei talenti di Vox. Anche con un avatar fantastico, dice, “pensate che la gente non scoprirà che la lucertola in ufficio è in realtà una donna di colore?”. Lavorare con avatar la cui identità reale è almeno inizialmente nascosta creerebbe anche un lavoro più cognitivo per le persone provenienti da contesti emarginati, aggiunge. Questo perché questi dipendenti gestiscono costantemente il modo in cui gli altri li vedono, cambiando codice quando necessario per evitare i rischi del razzismo e di altre forme di pregiudizio; capire quando modificare il modo in cui comunicano o si comportano richiederebbe uno sforzo maggiore in un metaverso di avatar non rappresentativi.

Balis, di EY, ritiene che le aziende debbano aspettare e vedere quali norme culturali si sviluppano in merito alle identità online, notando che i dipendenti della Gen Z che entrano nel mondo del lavoro sono la generazione più eterogenea che ci sia. “Apprezzano la capacità di esprimersi”, sottolinea. L’espressione di sé può significare iper-realismo per alcuni, mentre altri trovano maggiore soddisfazione nell’essere irriconoscibili. “Continueremo a vedere uno spettro completo di espressioni, ed è davvero importante non imporre quali debbano essere gli avatar o le forme”, dice Balis.

Le aziende devono tener conto dei rischi per i dipendenti quando lavorano fuori sede in un mondo virtuale. Molte organizzazioni hanno scoperto durante la pandemia che il lavoro a distanza non eliminava le molestie sessuali e altri abusi. Lo stesso varrà per la VR. Il suo vantaggio rispetto ad altri mezzi – la sensazione che dà agli utenti di essere fisicamente presenti con gli altri – rende anche le molestie virtuali particolarmente inquietanti, spingendo Meta a creare una funzione di bolla di sicurezza per gli utenti che desiderano tenere gli avatar circostanti a distanza di sicurezza. I datori di lavoro che aprono uffici virtuali o adottano applicazioni VR dovranno applicare lo stesso rigore nell’imporre un comportamento corretto ai dipendenti nel metaverso, come fanno in qualsiasi altro luogo, sia che si tratti di un ufficio vero e proprio, sia che si tratti di un evento aziendale. Le aziende dovranno ricordare ai lavoratori che anche nel metaverso rappresentano il loro datore di lavoro e dovranno essere consapevoli del fatto che alcuni potrebbero usare gli avatar come alter ego attraverso i quali incanalare comportamenti negativi.

Accenture, per esempio, ha ricevuto alcune segnalazioni di molestie da parte dei dipendenti e afferma di trattare gli incidenti virtuali allo stesso modo di quelli reali. “Stiamo imparando che i comportamenti negativi si manifestano in qualsiasi ambiente in cui si inseriscono più esseri umani”, afferma Horn. “Anche se si potrebbe obiettare: ‘Beh, nel metaverso il comportamento non è così grave perché non si può fare fisicamente nulla a nessuno’, la preoccupazione emotiva è comunque presente”.

Pianificare il benessere nel metaverso lavorativo

Con l’aumento degli utenti aziendali del metaverso, le aziende devono considerare anche i rischi per la salute, secondo Horn. I dipendenti si trovano troppo spesso in VR? Sono a rischio di burnout? “Stiamo contribuendo a un sovraccarico digitale?”, si chiede la direttrice esecutiva dei talenti globali di Accenture. Un’altra area di preoccupazione: i dipendenti potrebbero identificarsi con i loro avatar più che con il loro io fisico, al punto da essere sopraffatti dal mondo fisico. Ci sono molte domande senza risposta sugli effetti psicologici dell’assumere una forma di avatar o di apparire come un ologramma al lavoro.

Su richiesta dei dipendenti, Accenture ha recentemente investito in programmi di benessere, tra cui abbonamenti all’app di fitness Supernatural e applicazioni di meditazione immersiva, in modo che i dipendenti possano usare le loro cuffie Quest per fare una passeggiata di 10 minuti nella foresta virtuale tra una telefonata Zoom e l’altra. Anche se la VR non salverà le persone dal sovraccarico di lavoro, potrebbe favorire il rilassamento; piccoli studi hanno rilevato che le infermiere che hanno utilizzato lo stesso tipo di interventi meditativi in VR all’apice della crisi del Covid hanno registrato una riduzione dello stress. Sia Horn che Balis ritengono che i dirigenti debbano continuare a istruire se stessi e i dipendenti su come trovare il giusto equilibrio tra lavoro in presenza, telelavoro e realtà virtuale. A loro avviso, il metaverso non sostituirà mai completamente il lavoro di persona, né eliminerà la necessità di e-mail, telefonate, app di messaggistica e chiamate Zoom. I dipendenti potranno mantenersi in salute trovando varietà e imparando a scegliere il dispositivo giusto a seconda di ciò che devono realizzare. Le conversazioni difficili potrebbero ancora dover avvenire faccia a faccia, a prescindere dalla sensibilità degli avatar alle microespressioni umane.

Balis raccomanda di creare “una tavolozza completa di interazioni sul posto di lavoro”, in modo che le persone abbiano accesso a tutto ciò di cui hanno bisogno per lavorare in modo tranquillo e indipendente o per collaborare, sia online che in una stanza virtuale o di persona. “Stiamo imparando dal nuovo ambiente di lavoro ibrido che dobbiamo creare interazioni diverse per momenti diversi”, afferma l’esperta. E alcuni di questi incontri non possono essere virtuali, anche se immersivi.

L’articolo originale è disponibile su Fortune.com.

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