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Stop agli inceneritori, Sergio Costa: l’Italia rischia di diventare una fabbrica dei rifiuti

I rifiuti? Sono più ingombranti al Sud. Famiglie ed imprese pagano infatti una tassa sui rifiuti (Tari) del 25% più cara rispetto a chi abita nelle regioni del Nord, parliamo di cifre medie pari a 359 euro al Sud verso i 282 euro di media al Nord. Lo rivela lo Studio sul settore e la gestione dei rifiuti pubblicato da Cassa Depositi e Prestiti, che traccia l’analisi di un ambito che si attesta in ritardo rispetto agli obiettivi europei. Fortune Italia ha voluto approfondire il tema con Sergio Costa, vice presidente della Camera, già Ministro dell’ambiente, che ha partecipato alla fase di definizione degli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.


Dal rapporto Cdp emerge che il maggior costo che grava sul Sud è dovuto alle spese di trasporto per portare i rifiuti in altre regioni, dove vengono smaltiti. È solo questo il problema?
Il problema è sicuramente legato alla mancanza, nel centro-sud, di infrastrutture per l’organico e di inceneritori. L’organico, in particolare, rappresenta circa il 50% di ciò che gettiamo, e sarebbe prioritario dotarsi di impianti di compostaggio assimilabili, è una cosa che va fatta, non ci sono nemmeno motivi di frizione ambientale, perché si trasformano i rifiuti organici in compost riutilizzabile. I cittadini, organizzati in comitati o associazioni, dovrebbero poter avere accesso ai dati di tracciabilità degli impianti di compostaggio. Sugli inceneritori, invece, non concordo con la linea mainstream,che li considera la panacea di tutti i mali. Io penso che il ritorno energetico che deriva dall’attività degli inceneritori, che è pari al 10%, è molto bassa e rappresenta un investimento, dal punto di vista energetico, decisamente scadente.

Quali potrebbero essere delle soluzioni concrete e facilmente applicabili?
Voglio offrire uno spunto di riflessione: siamo indietro con la raccolta differenziata a livello nazionale. Potenziarla consentirebbe di riciclare meglio i rifiuti non organici. La raccolta differenziata va spinta, in primis applicando una tariffa puntuale e non generalizzata, premiante per chi fa bene la differenziata, che dovrebbe ricevere degli sgravi e pagare meno di chi invece non la fa. Se ne trarrebbe pragmaticamente anche un vantaggio, su una cifra annuale, quella della tassa per i rifiuti, che è pure consistente. Questa tariffa differenziata è già realtà in alcuni Comuni italiani, va estesa a tutti.
Il più grande problema, dal punto di vista dell’applicazione, sono le grandi città. Infatti molti centri medi e piccoli, in Italia, in tema di raccolta differenziata hanno già raggiunto la media europea.
Se invece guardiamo ad aree urbane come quelle di Napoli, Catania, Messina, la percentuale di raccolta differenziata scende drasticamente. La raccolta andrebbe organizzata per blocchi di quartiere, questo consentirebbe di fare verifiche e applicare tariffe puntuali. Si può ‘demoltiplicare la complessità’: con il coinvolgimento dei singoli quartieri, o delle singole municipalità –  per quelle città organizzate in municipi – la grande città diventa un insieme di piccoli centri, con un guadagno dal punto di vista ambientale ed economico.


Una condizione ottimale, con vantaggi per tutti, ma questo porterebbe anche dei risparmi per il sistema?
E’ importante differenziare adeguatamente la spazzatura, perché questo consentirebbe anche di ridurre i costi logistici, che per ottimizzare l’utilizzo anche di molti inceneritori già esistenti, senza doverne costruire di nuovi. È un fatto anche economico, i costi d’ammortamento della costruzione di un inceneritore nuovo, in funzione del cabotaggio dell’impianto, variano dai 20 ai 30 anni, e questo il privato che realizza gli impianti lo sa, che il vincolo di utilizzo diventa plurigenerazionale, perché altrimenti l’investimento non verrebbe ripagato, e per il gestore si verificherebbe un deficit economico.  Senza contare che un inceneritore costruito oggi, alla luce di questo vincolo temporale, va oltre il 2050, data fissata per il raggiungimento della neutralità carbonica (secondo il termine posto dal Green Deal europeo, ndr).


Quindi cosa bisognerebbe fare per evitare che l’Italia diventi una “fabbrica di rifiuti” e continui ad accumulare inceneritori?
Bisogna ottimizzare quello che c’è, migliorando la raccolta differenziata e abbassando i costi logistici, creando le condizioni per destinare l’indifferenziata verso quei 37 inceneritori già esistenti. Se pensiamo poi ai così detti rifiuti ingombranti, rifiuti da apparecchiature elettroniche ed elettriche (Raee), bisognerebbe evitare di farli finire in discarica. Lo si potrebbe fare creando centri di recupero distrettuali, dove possano essere smontati per recuperare le parti nobili, che sono pari al 90% e possono essere riciclate per la realizzazione di nuovi prodotti
Rispetto all’umido, che rappresenta circa il 50% di quello che buttiamo, abbiamo detto che andrebbero realizzati impianti di compostaggio.  Questo consentirebbe anche di recuperare i suoli in via di desertificazione, che in Italia sono circa il 25%, destinando qui i prodotti compostabili certificati. C’è un piano nazionale di adattamento climatico che attende di essere varato, e che prevede tutte queste misure. Partendo da un utilizzo razionalizzato dei rifiuti, potremmo cominciare a tamponare gli effetti del cambiamento climatico per la qualità dei suoli, ad esempio.


E’ quindi un problema di strategie che mancano?
È un problema di visione: se hai una visione politica, se sai qual è l’orizzonte verso cui ti stai orientando, puoi procedere step by step, per obiettivi. I dati elaborati da Cdp rappresentano lo stadio iniziale sul quale maturare la visione, ma solo quello, ipotizzare di mandare tutto l’indifferenziato negli inceneritori per avere energie al 10% può non essere ottimale.
Penso al centro-nord Europa, si veda il caso degli inceneritori di Copenaghen, che ha chiuso il 30% delle linee perché, facendo bene la differenziata, non hanno abbastanza rifiuti da bruciare, e li comprano all’estero.
Noi abbiamo 37 inceneritori in tutta Italia, 2/3 nel centro nord, bisogna razionalizzare i flussi dei rifiuti. Da Ministro ho varato la norma sul piano nazionale dei rifiuti, perché prima c’erano solo i piani regionali, oggi invece c’è un coordinamento nazionale che fa capo al Ministero dell’Ambiente, che ora si chiama Mase. Posso dire che avevamo rilevato una inefficienza al nord, dove ci sono più inceneritori di quelli che servono, in particolare Lombardia e Veneto vorrebbero chiudere gli impianti a minor compensazione, mentre abbiamo un deficit a Sud. La soluzione, a mio parere, è quella di razionalizzare i flussi dei rifiuti, per evitare nuovi impianti e consentire un utilizzo più funzionale di quelli già esistenti.


Parliamo ora di Pnrr,
che vede destinati all’ambiente ben 74 mld di euro. C’è però chi dice che siano pochi, e concentrati in poche regioni, ci aiuti a chiarire questo punto
Non dimentichiamo che il Pnrr è un’occasione. Però ricordiamoci anche che, nel campo dei rifiuti, ci sono anche i Piani regionali già finanziati, pertanto se i fondi del Pnrr sono inferiori in alcune Regioni è perché forse ci sono già i fondi regionali, che però scadono ogni 6 anni e vanno applicati, questo è un tema da mettere in evidenza. Il mio timore rispetto al Pnrr è un altro: se i Comuni – che sono la frontiera dell’applicazione del Piano nazionale di ripresa – non saranno aiutati nella fase applicativa, progettuale e territoriale, e non dovessero riuscire a mettere a terra le progettazioni e terminarle entro il 31 dicembre 2026 si rischia di perdere i finanziamenti, a meno che non si decida di dirottare quei fondi su progetti diversi, anchilosati. Si tratta di appalti da milioni di euro, i singoli hanno timore nella gestione, per questo i Comuni vanno aiutati. Sempre in tema di Comuni, c’è un gap grande da considerare: gli uffici tecnici comunali sono oberati di lavoro e spesso in carenza di organico, in media meno del 50% delle risorse sono in servizio, molti sono andati in pensione e col blocco delle assunzioni non possono essere sostituiti. Una soluzione, almeno per la parte della progettazione tecnica, in realtà c’è: da Ministro dell’ambiente avevo disposto che la società di gestione degli impianti idrici Sogesid, società di progettazione, ingegneristica e ambientale, in-house del Minisero, fosse messa a disposizione dei Comuni a titolo gratuito, col solo agio ripartizione spese, proprio per il supporto nelle attività di progettazione ai fini del Pnrr, e di appaltistica. Quindi la norma c’è, ma bisogna farla conoscere, ci vuole una campagna di informazione.

Il Pnrr destina anche dei fondi all’economia circolare, altro grande tema ambientale di rilievo
Partiamo col dire che il Pnrr nella quota parte che facemmo nel 2020, poi ereditata da Draghi –  che non l’ha cassata –  ci sono le risorse e le idee progettuali. Per fare economia circolare, però, si deve partire dai prodotti, le aziende devono essere aiutate dallo Stato per applicare il concetto di ‘ecodesign’: progettare e realizzare prodotti riutilizzabili, scomponibili, così quando l’oggetto arriva a fine vita, i pezzi possono essere smaltiti facilmente. Se si parte applicando l’ecodesign, progettando in maniera nuova e sostenibile, è chiaro che tutto il sistema dei distretti, della circolarità, cambia. Si pensi alle aziende intermediarie, in senso tecnico, che prendono il prodotto da rigenerare, lo smontano reimmettendone le singole parti nel ciclo produttivo. È stato stimato che così si riciclerebbe il 90% dei rifiuti effettivamente prodotti da ogni singola famiglia, e anche dalle piccole imprese.


Molto legato al tema ambientale, c’è quello delle ecomafie e degli ecoreati. Sono ancora da considerare un problema? Solo italiano o anche internazionale?
Le ecomafie non sono più quelle a cui eravamo abituati, che seppelliscono i rifiuti, perché adesso si fa tutto con il brokeraggio internazionale, sono i ‘colletti bianchi’ che, con i cellulari, trasferiscono centinaia di migliaia di rifiuti pericolosi. Si pensi che il traffico dei rifiuti è terzo solo al traffico di armi e droga nel mondo, e questo già ci dà misura significativa. Se pensiamo allo smaltimento non corretto dei nostri rifiuti domestici, questi finiscono nell’appaltistica deviata, che è però un altro tema. Se parliamo invece di ecomafie, ci riferiamo ai rifiuti tossici che vengono gestiti in modo occulto, ed i guadagni che ne derivano sono elevatissimi: se il tetraclorometano o fango tossico nocivo a base di arsenico –  che a smaltirlo costa 1000 volte più della spazzatura ordinaria – lo si derubrico a spazzatura comune, il plusvalore economico che ne deriva è enorme, a vantaggio del malaffare a scapito dell’ambiente. Anche qui, una soluzione ci sarebbe: i rifiuti speciali e speciali pericolosi, non vengono certo dai consumi domestici ma dalle  attività produttive, che non sarebbero tracciati rispetto alle loro produzioni di derivati inquinanti, non le dichiarano, che è diverso dal certificarle. Proprio a questo proposito, io feci cambiare il Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (Sistri), rispetto alla funzione di produzione delle aziende. Per ogni funzione di produzione esiste un algoritmo produttivo. Faccio un esempio concreto: se produco cento paia di scarpe, comprese di tomaie, lacci, in base ad un algoritmo matematico si dovrebbe stabilire esattamente quale quantità di rifiuti equivale alla mia produzione. Se quella quantità non la trovo in uscita, significa che qualcosa non ha funzionato nel sistema di tracciabilità. È quindi necessario mettere a sistema il sistema produttivo, la profilatura produttiva.

Le soluzioni ci sono, impegnamoci ad applicarle.

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