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Stagione balneare 2023 tra boom di presenze, concessioni balneari e accessibilità

Sui quasi ottomila chilometri di coste e intorno ai bacini d’acqua dolce italiani sventolano le Bandiere Blu 2023 – 458 spiagge, 84 approdi – issate anche quest’anno dalla Foundation for Environmental Education. Private company non governativa registrata come charity nel Regno Unito e con sede a Copenhagen, negli oltre quattro decenni dalla creazione s’è estesa in ottanta Paesi – da noi è presente come Fondazione FEE Italia, onlus del terzo settore – e assegna anche le Green Key, eco-label del comparto hospitality.

Tra imperativi e raccomandati, i criteri di valutazione si articolano in quattro aree – gestione ambientale, qualità delle acque, educazione ambientale e informazione, servizi e sicurezza – e vengono presi in esame da una commissione: composta da circa 15 membri, s’interfaccia con i Comuni in cui gli arenili e gli approdi in esame ricadono. “Li accompagniamo in un percorso che dura anni, mettendo insieme soggetti che non sempre lavorano in sinergia”, precisa Claudio Mazza, presidente di FEE Italia.

Sulla querelle vessilli-Comuni una cosa va chiarita prima di altre: i riconoscimenti vanno ai singoli lidi, non ai Comuni in quanto tali – il rapporto è oggi quasi di due a uno – sicché la dicitura ‘Comune Bandiera Blu’ è dunque impropria e potenzialmente fuorviante. “La valutazione complessiva di ogni dossier tiene tuttavia conto anche di fattori che vanno oltre la singola spiaggia e prendono in esame il rapporto coi tratti di costa contigui all’interno dello stesso territorio comunale”.

A un primo sguardo salta all’occhio l’alta densità di blu in cinque regioni: Liguria, Toscana, Campania, Marche e Puglia. Standardizzando per sviluppo costiero, una componente residua (ma significativa) pare legata alla geometria della suddivisione amministrativa – parcellizzata soprattutto in Liguria e nelle Marche – che facilita il rispetto di alcuni parametri per quelle aree, ovviamente insieme ad una consuetudine di buone pratiche consolidate.

Le due grandi isole srotolano il 44% del profilo costiero nazionale ma hanno iniziato tardi e puntato su aree circoscritte dei propri territori, col risultato che in Sardegna ci sono 43 Bandiere Blu – il 9,4% del totale nazionale, concentrate in larga parte nel Sassarese – mentre le siciliane campeggiano in tre sole province (Messina, Ragusa, Agrigento) e ammontano a 18 (appena il 3,9%).

“In Sicilia a pesare storicamente di più sono le componenti relative alla gestione dei rifiuti e in certi casi della depurazione delle acque”, spiega Mazza. “C’entra ovviamente anche l’estensione di talune porzioni di costa e la difficoltà di garantire con continuità la combinazione di accesso libero e tutela della sicurezza dei bagnanti”.

C’è poi il tema dell’accessibilità, uno dei più critici alla luce degli standard che evolvono al centro delle agende di certificazione internazionali. Resta però ancora demandato a due soli criteri: quello per le spiagge richiede che almeno una di ogni Comune in cui ci sono Bandiere Blu deve avere ‘accesso e servizi per disabili fisici’. Per gli approdi si richiede la dotazione di ‘strutture e servizi per disabili’.

Secondo Roberto Vitali – esperto di turismo accessibile, Ceo e cofondatore di Village for All – il tema è “segnato da una contraddizione cronica. Esistono da decenni norme che impongono l’accessibilità, molto spesso disattese per cause che non sono solo in capo ai gestori degli stabilimenti. Dei 7.000 stimati sul suolo italiano gli accessibili sarebbero circa 400, se però oltre a quella motoria si considerano altre disabilità il numero si riduce a poche unità. Con qualche notevole esempio virtuoso, uno su tutti: Bibione. Tenendo conto anche di quanti non hanno condizioni certificate ma che manifestano comunque esigenze di accessibilità si arriverebbe ad un bacino di 130 milioni di persone in Europa”.

Quanto agli approdi, le stesse osservazioni per i litorali di balneazione continuano a valere per moli & co sulle sponde del Tirreno – Liguria, Toscana, Campania – mentre sul versante adriatico agli abituali presidi delle Marche vanno aggiunti i tanti nel nordest friulano (quasi tutti a Lignano Sabbiadoro) e in Veneto, come la Marina del Cavallino e la Darsena dell’Orologio a Caorle.

Le eccellenze, pur nella loro variabilità e complessità di percorso di adeguamento e processo di valutazione, costituiscono esempi di governance lungimirante. Lo stesso non si può dire della questione delle concessioni pubbliche del demanio agli stabilimenti: rimandata senza soluzione di continuità (né di colore politico) da più di tre lustri, sembrava arrivata ad un punto di svolta con l’avvio della procedura di infrazione avviata dalla Commissione Europea e col pronunciamento del Consiglio di Stato che fissava al 31 dicembre di quest’anno la cessazione delle concessioni. Niente da fare, ennesima proroga della proroga e nuovo termine ultimo: 31 dicembre 2024. Canoni mediamente bassi, determinati in base a scarsa rispondenza con misure ragionevoli di valore (attuale e potenziale) e mappatura da aggiornare perpetuano lo stallo. E un solo elemento pare mettere d’accordo i gestori degli stabilimenti: si naviga a vista (col mare sullo fondo) e nelle casse dello Stato entra molto meno di quanto potrebbe.

 

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