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Modello Slovenia per il turismo del futuro

I dati del turismo in Slovenia lasciano pochi dubbi, coi suoi 5,8 milioni di arrivi e i 15,6 milioni di pernottamenti è la realtà europea che nel 2022 ha recuperato di più e meglio rispetto al 2021: una performance in linea col trend degli anni precedenti, con il primo semestre 2023 e sintonizzata sul sentiment (sic) di quanti la scoprono e la riscoprono.

Per analisti e attori del comparto travel non è tuttavia una sorpresa ché si può ormai parlare di ‘modello Slovenia’, frutto di una strategia che punta su tre componenti: certificazioni di sostenibilità, segmentazione dei prodotti turistici, integrazione dell’offerta.

Un altro dato, per farsi un’idea oltre il mantra che sciorina kpi su kpi: un terzo dei pernottamenti lo si deve agli sloveni stessi – seguono quelli di tedeschi, italiani e austriaci (nel complesso un quarto del totale) – che decidono di viaggiare senza andare troppo lontano. Non male per una nazione con una popolazione (2.116.972 residenti) pari a quella della provincia di Torino su una superficie poco più estesa di quella pugliese.

Cosa cercano (e trovano)? Ozio attivo – altrove un ossimoro, lì una miscela radicata e consolidata – tra esplorazioni in autonomia, esperienze guidate ed elevati standard. Più o meno ciò che attrae parecchi stranieri, con un occhio alle tendenze del turismo rigenerativo: un anno fa il Transformational Travel Council ha scelto la valle Logarska per l’evento Transcend, quattro giorni di incontri e riflessioni intorno all’interrogativo “How travelling to transform changes the world within us and around us?”. Nuove frontiere e domande aperte a parte, è sui fondamentali – destinazioni, gastronomia, hospitality, agenzie – che la piccola repubblica scommette con una cabina di regia che non si limita a coordinarne, facilitandone la promozione, le azioni ma le armonizza in un sistema misto pubblico-privato, dall’alto e superlocale.

Partendo dalle certificazioni del Green Scheme of Slovenian Tourism, lanciato nel 2015: per le destinazioni (ad oggi sono 60) è la Slovenska Turistična Organizacija che fissa i criteri mentre per strutture ricettive (143), ristoratori (60), operatori vari verifica il raggiungimento dei rispettivi parametri di settore.

Per Aljoša Ota, direttore dell’ente sloveno del turismo Italia, “il collegamento tra istituzionale e privato viene realizzato attraverso progetti il cui capofila è l’ente che garantisce l’implementazione della strategia biennale nazionale di sviluppo in collaborazione con i principali stakeholder. Portiamo avanti una smart governance che opera in orizzontale – creando sinergie tra gli operatori turistici del Paese in gruppi di prodotto – e in verticale, con indicazioni alle dmc locali: sono le 35 principali mete turistiche e totalizzano il 97% dei pernottamenti”.

In una nazione per oltre metà coperta di boschi, con un terzo del territorio sotto diverse forme di tutela ambientale e una rete di corsi d’acqua dolce che supera i 25.000 chilometri – cui va aggiunta quella nelle oltre 13.000 grotte carsiche (e due Bandiere Blu sulla costa) – combinare fruizione e tutela era necessario ma non semplice, alcune aree oltreconfine lo dimostrano.

Restiamo al di qua e torniamo alla questione tourism provider e all’ibridazione pubblico-privato. Un esempio su tutti: Visit GoodPlace. Nata (e ancora in esercizio) come tour operator specializzato in cicloturismo, ha collaborato con l’ente per disegnare rotte tematiche, un’attività che continua e si sviluppa.

Il lessico della promozione delle destinazioni sovente scivola nel retorico, punteggiato com’è dalla nonchalance di termini come esclusivo, autentico, irripetibile, etc: niente di nuovo, lo sappiamo. Più interessante comprendere a cosa corrisponda realmente: la Slovenia pare aver optato per una formula tutta sua di pick & mix, oltre però l’approccio-catalogo. Osando, per esempio, con la creazione di esperienze uniche – nel senso figurato e tecnico – che combinano la tecnologia NFT e pacchetti di visita.

O declinando in varie forme le proposte di alloggio: non solo agriturismi, glamping & co, la nouvelle vague miscela acque, rocce e clorofilla e investe anche su larga scala.

Succede sulle sponde del lago Bohinj, il gemello diverso del vicino (e più pop) Bled: qui Damjan Merlak, un giovane magnate delle criptovalute, ha lasciato il mondo dei bit e dei (tanti) coin per investire sull’immobiliare sostenibile, partendo proprio dalle strutture alberghiere.

Capitolo food. Due anni fa la Slovenia è stata Regione europea della gastronomia, unico Paese a ottenere il riconoscimento – istituito dall’International institute of gastronomy, culture, arts and tourism (una non profit spagnola) – per l’intero territorio nazionale. Oggi conta dieci stelle Michelin e, soprattutto, sei coccarde Green Star appuntate dai comitati dell’azienda transalpina.

A guardare troppo in là (nel tempo) o troppo vicino (nello spazio) si rischia tuttavia di perdere qualche coordinata, meglio fare un passo indietro – una rincorsa, in realtà – e visitare Celje. È da quest’incantevole cittadina della Savinjska (in Stiria) che Alma Maximiliana Karlin – letterata poliglotta, insegnante e scrittrice – è partita tra i due conflitti mondiali per le sue rocambolesche peregrinazioni in giro per il mondo. Quasi una Chatwin slava non sufficientemente conosciuta: peccato, anzi no, ché non è mai troppo tardi per darsi un nobile pretesto e farsi ispirare, conoscere e riconoscersi. E rigenerarsi.

 

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