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Paola Severino, un esempio di successo nel mondo del diritto, dell’istruzione e della leadership | VIDEO

La sua vita è un’affascinante storia di successo, un percorso tracciato con determinazione e passione, che l’ha vista protagonista in vari campi, dal diritto all’insegnamento, dal mondo delle istituzioni alla famiglia. Tratto cortese, carattere d’acciaio, grande lucidità, qualcuno l’ha definita una napoletana di formazione tedesca. La incontriamo nella sede della Luiss Guido Carli in via Pola a Roma. Con lei affrontiamo questioni importanti come giustizia, riforme, competenze, merito, formazione della classe forense, intelligenza artificiale, corruzione, burocrazia, Pa.

Professoressa, se le dico che la giustizia è una macchina sgangherata dico una cosa vera o sto esasperando la realtà?

Come sempre ci sono chiari e scuri. Credo sia rassicurante per il cittadino sapere che ci sono tre gradi di giudizio. Così è possibile sanare qualche distorsione. Nella mia esperienza di avvocato – quasi cinquant’anni – non ho visto grandi ingiustizie protrarsi fino all’ultimo grado. È ovvio che tre gradi di giudizio allungano i tempi. Ed è questo uno dei problemi della giustizia italiana. I rimedi ai quali si è pensato sono tanti. Il problema è che ognuno di essi comporta un equilibrio politico, una visione da parte della magistratura o dell’avvocatura diversa. Le riforme della giustizia sono lente, perché ogni cambiamento in materia comporta una serie di problemi di carattere tecnico. Ecco perché nascono le norme transitorie. A volte le riforme si succedono rapidamente l’una dietro l’altra perché ogni Governo che arriva vuole (anche giustamente) dare il suo apporto. Ma il risultato è che non c’è il tempo di mettere a terra gli effetti di una riforma precedente che ne arriva una nuova.

Riforma Cartabia. Anche qui luci e ombre. Si può già fare un bilancio?

Troppo presto. Occorre formare degli osservatori sulla giustizia che siano capaci di misurare i risultati di una riforma. Se sappiamo che una parte di questa ha funzionato e un’altra no, si può incidere sulla parte che non ha funzionato. Il tema degli osservatori e del monitoraggio è fondamentale. Spero che il
ministero si attrezzi su questo.

Dal suo osservatorio privilegiato di grande giurista, come è cambiata la formazione degli avvocati? Di quali competenze c’è bisogno oggi per diventare un buon avvocato?

È cambiata la preparazione sia universitaria che post-universitaria. Il diritto penale, per esempio, avvolge settori come il diritto penale dell’economia, la cybersecurity; il tema della privacy, la tutela del copyright. Sono argomenti che oggi hanno assunto una rilevanza fondamentale. Pensiamo all’intensità degli attacchi hacker e quindi alla necessità di studiare la cybersicurezza. Quando io mi sono laureata la cybersecurity non si sapeva neanche che cosa fosse. Un avvocato che si specializzava in tutela della privacy all’epoca aveva poco lavoro da fare. Non esistono più materie unidirezionali. L’avvocato deve sapere di energia come deve capire di inquinamento e così via. È la multidisciplinarietà la chiave di volta della preparazione di un bravo avvocato.

Lei ha pubblicato un libro su questo tema, dal titolo ‘Intelligenza artificiale, politica, economia, diritto, tecnologia’. L’AI nel suo lavoro che impatto ha? Le fa paura o può essere uno strumento utile?

Non dobbiamo mai avere paura del futuro e di quello che ci riserva. Piuttosto non dobbiamo eccessivamente affidarci a qualcosa che non conosciamo bene. L’intelligenza artificiale può aiutare un giurista. Le ricerche di giurisprudenza per esempio, che si facevano sul cartaceo nelle riviste, oggi si possono fare attraverso motori di ricerca che abbiano come contenuto quell’argomento. Tutto questo diventa molto importante nei sistemi di common law. Ecco, io credo che l’AI sia un mezzo che ci può aiutare, ma va governato.

Quanto è meritocratica la società italiana?

La parola merito può essere intesa e coniugata in vari modi. Spesso si ritiene che il merito possa privilegiare alcune classi sociali. Io credo invece che possa essere il rimedio alla divaricazione tra classi sociali. Il valore del merito si lega a quello della legalità. Non esiste una sua valorizzazione se non in un sistema legale. Il sistema delle raccomandazioni è la negazione del merito. Un sistema nel quale chi è bravo viene aiutato a studiare, a emergere, a laurearsi nel migliore dei modi, funziona. Noi siamo un’università (la Luiss, ndr) nella quale si entra per merito, c’è una selezione accurata che viene fatta in maniera oggettiva.
E attraverso borse di studio consentiamo ai migliori di andare avanti.

La cattiva burocrazia spesso alimenta la corruzione. Quali iniziative possono essere intraprese per ridurre il livello di corruzione?

Credo che molto si sia già fatto. Vent’anni fa, con le leggi si è puntato su un sistema di prevenzione per l’assetto pubblico simile a quello che era stato creato per le imprese. Un sistema nel quale ci fossero regole e princìpi che impedivano o comunque allontanavano il rischio di corruzione. Tutto questo è stato riprodotto anche nell’ambito della Pa, ma con un sistema forse eccessivamente formale e pesante. Credo che nella Pa spesso si debba andare alla sostanza delle cose. Le leggi devono essere rispettate ma ci sono dei valori, degli interessi che devono essere realizzati.

La formazione. C’è bisogno di nuove competenze all’interno della Pa?

Ha usato la parola più corretta: competenze. Di solito la selezione che avveniva nell’ambito della dirigenza della Pa richiedeva conoscenze. Non bastano. Occorrono le competenze, la sperimentazione. Occorre mettere in contatto la dirigenza pubblica con la dirigenza delle imprese private. Formare la dirigenza della Pa a dei comportamenti che sono quelli che la possono qualificare. Non a caso nel concorso che adesso si sta svolgendo per la selezione di circa 350 alti dirigenti della Pa, abbiamo introdotto una prova comportamentale: mettiamo il candidato di fronte ad un problema e gli chiediamo di risolverlo. Valutiamo la sua capacità di comportarsi in maniera costruttiva e non demolitiva.

Lei parla di una nuova classe dirigente meno ingessata dalle regole?

Assolutamente sì. Il problem solving è uno degli elementi sulla base dei quali noi, nel campo dell’economia privata, selezioniamo le persone. La capacità di risolvere problemi deve diventare un aspetto qualificante della dirigenza della Pa perché questo combatte l’ingessatura burocratica del Paese.

In un sistema giudiziario giusto, cresce più facilmente l’economia. L’ha detto lei.

Diritto ed economia hanno un andamento omogeneo tra di loro. Ridurre la corruzione ci fa guadagnare fino al 2% del Pil. Ogni investitore estero, quando arriva nel nostro Paese, chiede due cose: se c’è corruzione e se il sistema giudiziario funziona. A queste due domande bisogna dare una risposta rassicurante. Sulla prima io penso che la risposta sia più rassicurante di quanto non si creda. Per quanto riguarda l’efficienza del sistema giudiziario, le garanzie ci sono ma il sistema è lento.

Se io fossi un imprenditore straniero e le chiedessi: “Mi conviene investire in Italia?”

Non direi mai a uno straniero di non investire nel mio Paese. Anche perché se facciamo una comparazione, altri Paesi spesso nascondono la polvere sotto al tappeto. Noi dichiariamo quello che facciamo. Abbiamo una magistratura che indaga e interviene sui fenomeni più rilevanti. È chiaro che non abbiamo un sistema come quello anglosassone, basato sul precedente, che dà una maggiore certezza sul futuro delle decisioni. In Italia c’è una percentuale inferiore di prevedibilità delle decisioni, ma questo non vuol dire che le decisioni siano peggiori.

Lei si è spesso espressa sull’importanza di attivare processi di internazionalizzazione per creare ponti tra Paesi e persone.

Noi abbiamo cercato di farlo all’interno della Luiss creando i Dialoghi italo-francesi, un evento annuale che si svolge coinvolgendo un’università francese (quella di Sciences Po) e la Luiss, per confrontarci con il mondo delle imprese e della Pa su quelli che sono i problemi della relazione italo-francese. Questo esperimento poi è sfociato nel Trattato del Quirinale, per il quale sono stata individuata tra i tre saggi italiani che hanno partecipato alla stesura. L’emozione con cui ho assistito alla firma tra Macron e Draghi alla presenza del presidente Mattarella si è accompagnata alla soddisfazione di vedere che il confronto tra Paesi stava creando nuove possibilità di dialogo, di dialettica, di sviluppo dell’economia. Di sviluppo della giustizia. Il nostro compito con quel Trattato non si è esaurito. La mia idea è sempre stata che dovesse essere il preludio per un trattato italo-franco-tedesco. Non dimentichiamo che noi siamo i Paesi fondatori dell’Europa. Tre Paesi importanti insieme possono avere più voce in capitolo di Paesi che si muovono da singoli.
Quindi la mia speranza è che il dialogo si allarghi. Inoltre, il fatto che questo Trattato sia nato in università mi fa pensare che l’affidamento ai giovani sia molto importante. Insomma: bisogna creare nei nostri giovani una mentalità internazionale.

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