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Manovra economica e conti pubblici, parla il Ragioniere generale dello Stato Biagio Mazzotta

Biagio Mazzotta, Ragioniere generale dello Stato, spiega il ruolo centrale svolto dalla struttura nella vigilanza dei conti pubblici. Nel corso dell’intervista si sottolinea l’importanza del capitale umano e delle competenze tecniche all’interno dell’organizzazione.

Le faccio una domanda che sembra banale: se dico che i ragionieri sono i guardiani dei conti pubblici, dico una cosa corretta?

Dice una cosa corretta, perché la nostra missione è quella del buon utilizzo delle risorse pubbliche. Questo già accadeva nel 1923. La vecchia legge di contabilità prevedeva che la Ragioneria facesse anche un controllo di merito finanziario. In realtà poi col tempo questa funzione si è un po’ persa: è un ruolo che giustamente svolge la politica. Ma la conoscenza così approfondita che ha la Ragioneria della pubblica amministrazione credo possa e debba essere messa a disposizione non solo dei ministri ma in generale dei governi.

Lei ha sicuramente una conoscenza molto approfondita della pubblica amministrazione, per gli incarichi ricoperti e per l’incarico che ricopre in questo momento: ragioniere generale dello Stato e guardiano dei conti pubblici. Avendo questa conoscenza della macchina amministrativa – e della complessità della società dei nostri giorni, ovvero quella di un Paese che esce da una crisi profonda – crede che ci sia bisogno di una maggiore interazione tra la burocrazia pubblica e i professionisti privati?

La pubblica amministrazione ha necessità di rinnovarsi continuamente. Con il blocco del turnover ci siamo impoveriti: per circa dieci anni il ricambio generazionale ha fatto sì che la pubblica amministrazione perdesse anche in spirito di innovazione. I ragazzi di oggi sono nativi digitali e sono quelli che servono per la nostra attività. È cambiato il mondo, sono cambiate le competenze tecniche. Adesso si cercano molto di più ingegneri gestionali o ingegneri informatici perché conta la digitalizzazione. Senza pensare a tutti gli aspetti che riguardano la sostenibilità, per l’impatto ambientale. Ecco perché è nata la necessità di formare nuove figure professionali specifiche, da retribuire in relazione alle loro capacità e competenze. Questa è la riforma di cui abbiamo bisogno. Ci vuole tempo. Anche per riuscire a stimolare i ragazzi, appassionarli e farli partecipare ai concorsi ci vuole tempo. Il privato può dare una mano per accelerare. L’outsourcing in determinati momenti credo che sia necessario. Si tratterà di trovare il giusto equilibrio tra le competenze professionali che devono crescere all’interno dell’amministrazione (e devono essere pagate meglio) e il privato, che spesso porta anche innovazione. Il partenariato pubblico privato è uno di quegli strumenti che, se attuato bene e con dei criteri corretti, consente di investire e realizzare infrastrutture importanti per il Paese.

Ci troviamo in un momento storico particolare e davanti a noi ci sono le risorse del Pnrr. Il partenariato pubblico privato può essere indispensabile o necessario nel cercare di mettere a terra questi investimenti?

Nell’ambito del Pnrr ci sono già dei progetti che verranno realizzati con l’aiuto dei privati, quindi in comune, col metodo del partenariato pubblico privato. Però queste operazioni devono essere fatte secondo il rispetto di alcune regole europee. Parlo col cappello da ragioniere generale: le operazioni di partenariato funzionano se il rischio resta in capo al privato. Non può farsene carico l’amministrazione, perché in questo caso tutta l’operazione diventerebbe debito pubblico e impatterebbe sui conti pubblici. Quindi io sono aperto a questo tipo di strumento, ma abbiamo regole stabilite dall’Unione europea e devono essere rispettate. Sul partenariato abbiamo fatto in passato, lavorando con ANAC e con la presidenza del Consiglio, uno schema di contratto standard che può essere una base su cui le amministrazioni pubbliche possono lavorare. Così come stiamo sviluppando adesso un simulatore che aiuti le pubbliche amministrazioni a valutare la sostenibilità economica di un’opera che si intende realizzare, che magari viene fatta con capitali privati ma col canone che deve pagare l’amministrazione.

La Ragioneria Generale si avvale anche della collaborazione delle sue strutture periferiche. Quanto sono importanti queste strutture in un Paese come il nostro, che è fatto di tante peculiarità e problemi?

 Noi siamo presenti su tutto il territorio nazionale. Oggi siamo intorno alle 5mila persone. Sul territorio ce ne sono circa 3000-3500, se non ricordo male. Siamo pochi, dovremo ancora implementare, siamo in fase di assunzione di personale in relazione ai nuovi compiti da svolgere. Le nostre regioni territoriali sono oggi 67, sono presenti su 93 province. Su più province magari ci può essere un unico dirigente, ma siamo abbastanza ramificati. I compiti sono vari: dalle verifiche di controllo dei conti pubblici per tutti quegli atti che vengono posti in essere dalle amministrazioni che hanno diramazione sul territorio, fino – purtroppo, mi viene da dire – agli stipendi, compito che ci è arrivato vent’anni fa con la soppressione della direzione del Tesoro. In più, in questi ultimi due tre anni abbiamo istituito degli uffici di audit del Pnrr, per verificare come vengono realizzati i progetti europei a livello locale. Abbiamo fatto anche qualcosa in più. Insieme al Ministero dell’Interno abbiamo stipulato una convenzione in cui le prefetture e le ragionerie territoriali dovranno aiutare i Comuni per l’attuazione del Piano. E quindi dovranno supportarli perché in molti Comuni, soprattutto quelli più piccoli, non è detto che ci siano le capacità amministrative che servono per realizzare un progetto. Lo abbiamo fatto per essere più vicini ai Comuni. Io sono dell’idea che il territorio serva a questo. Con la nostra architettura dello Stato, Stato-Regione-Provincia-Comune, in un’ottica di sussidiarietà perché si arriva sempre più vicino al cittadino, anche la pubblica amministrazione deve essere vicina.

Quanto è stata importante la digitalizzazione e quanto crede possa esserlo l’intelligenza artificiale nel vostro lavoro?

La digitalizzazione è stata importantissima. Io sono entrato nel 1989 qui. Non c’erano ancora le e-mail. In 35 anni, da quando cioè sono in Ragioneria, è avvenuta un’evoluzione incredibile.

Quindi lei ha cominciato qui.

Sì, il ‘percorso interno’ è una delle caratteristiche della Ragioneria generale, che ha sempre o quasi sempre avuto persone che sono nate e cresciute internamente. Eppure, a dare un forte contributo alla digitalizzazione, insieme a tanti altri naturalmente, è stata propria una figura arrivata dall’esterno: il professor Grilli. Con la digitalizzazione si è moltiplicato il lavoro, ma allo stesso tempo la capacità produttiva è schizzata in maniera esponenziale. Abbiamo avuto nuove funzioni e nuovi compiti assegnati. Grazie alla digitalizzazione abbiamo messo su un sistema regis che è quello che rendiconta alla Commissione europea lo stato di attuazione dei progetti. Stiamo cambiando il nostro sistema informativo relativo alle scritture contabili. Passiamo a un sistema Erp Init. Sono cambiamenti notevoli. L’intelligenza artificiale è un tema da approfondire.

Ci sta ‘ragionando’.

Sì. Ho chiesto di fare un’analisi approfondita per capire come possiamo utilizzarla al meglio. Dico sempre che dobbiamo essere un passo avanti rispetto agli altri nelle pubbliche amministrazioni. E a volte dobbiamo dare anche un indirizzo. Questo sistema informativo di contabilità, che stiamo provando a mettere in piedi e che spero vada a regime nel giro di un paio d’anni, oggi lo mettiamo a disposizione di tutti i ministeri. Quindi l’idea di fondo è questa: già spendiamo tanti soldi noi in informatica, per cui se qualcuno vuole approfittare, attaccarsi al nostro sistema lo potrà fare senza spendere altre risorse. Chi vorrà lo potrà fare. In questo senso noi stiamo sviluppando regis, lo facciamo per tutti. Stiamo spendendo parecchie risorse per aggiornarlo, per manutenerlo. A brevissimo credo usciranno anche gli open data di regis, che metteremo a disposizione dei cittadini, del pubblico, delle istituzioni, delle imprese, di chi fa ricerca, anche per vedere come stanno andando le cose. Per questo credo che la trasparenza, l’accountability è una di quelle cose su cui la Ragioneria deve puntare. Per molto tempo è stato detto che la Ragioneria era chiusa, non voleva far vedere cosa faceva.

Era questa l’immagine che dava.

Io sono per aprire perché noi non abbiamo nulla da nascondere. Tutto quello che abbiamo lo metteremo a disposizione appena possibile. La trasparenza è fondamentale, il cittadino vuole sapere. La Ragioneria è ovviamente una materia molto tecnica, non è detto che tutti siano in grado di capirla in prima battuta.

Le faccio un’ultima domanda, che credo le farebbero tutti i cittadini italiani: possiamo dire che i conti pubblici di questo Paese sono sotto controllo e che il debito pubblico è un debito sostenibile?

Sul monitoraggio noi siamo sul pezzo, lo facciamo con i nostri sistemi informativi, con tutte le strutture che sono presenti in Ragioneria, sia quelle centrali, sia quelle situate presso i ministeri, sia quelle sul territorio. Poi è chiaro che i conti non dipendono solo dalla capacità di capire dove sta andando la spesa o l’entrata. Noi questo lo facciamo assieme agli altri dipartimenti di questo ministero, Finanze per l’entrata, il Tesoro per gli aspetti del debito pubblico, delle privatizzazioni, delle garanzie e quindi noi, che facciamo tutto il resto. Ci coordiniamo quindi con loro, quando produciamo i documenti programmatici è un lavoro a tre. Insieme al nostro partner Sogei facciamo questo lavoro e lavoriamo in sinergia, proprio perché il risultato che esce unico, è quello che il Presidente del Consiglio poi presenta in Parlamento e deve essere il più perfetto possibile. Poi è chiaro che molto dipende dall’andamento dell’economia, perché i conti pubblici dipendono anche e soprattutto anche da quello.

Qual è la più bella soddisfazione che le dà questo lavoro, che fa da tanti anni e che le ha consentito di arrivare a diventare il vertice della Ragioneria Generale dello Stato?

Io credo di essere uno fortunato, nel senso che ho fatto la tesi sulla legge finanziaria, sulla programmazione economica e la legge finanziaria. È stato un colpo di fulmine. Mi sono innamorato. Poi quando uscito il concorso di ragioneria ho fatto domanda e l’ho vinto; in realtà ne ho vinti diversi, ma poi ho scelto il MEF e lì è iniziata la carriera interna. Ci vuole molta disponibilità  in termini di tempo, a volte trascurando un po’ la famiglia. Però di soddisfazioni ce ne sono tante, perché comunque hai a che fare con tutta la macchina amministrativa dello Stato, da quella locale a quella centrale. Siamo un punto di convergenza che tutti conoscono, nel bene e nel male. Non siamo perfetti neanche noi. Possiamo fare uno spot per i giovani: chi vuole lavorare nella pubblica amministrazione e vuole effettivamente vedere come funziona tutta la macchina, se viene qui ha questa opportunità: qui vediamo veramente tutto. Io vengo dal basso e mi sono costruito da solo, con l’aiuto dei miei dirigenti e di chi mi ha insegnato le cose. La forza della Ragioneria sono le strutture, in ciascuna delle quali c’è chi è competente in una materia e in un settore: c’è chi conosce spesa sociale, sanità, previdenza, c’è chi sa tutto di enti locali e sono tutti bravissimi. C’è chi sa tutto di personale delle pubblica amministrazione e ce ne sono tante altre: finanza pubblica, previsioni, informatica e così via. La nostra forza è il personale e le competenze tecniche che si acquisiscono col tempo.

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