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Energia nucleare pulita, opinione pubblica divisa su vantaggi e criticità: l’analisi del professor Zollino

Mentre la Commissione Europea apre alla possibilità di prendere in considerazione sovvenzioni statali a favore dell’energia nucleare, il dibattito sul suo utilizzo rimane ancora molto accesso sia in Italia sia all’estero. Tante le posizioni che in campo divergono su questo tipo di energia che non riesce a mettere d’accordo l’opinione pubblica.  Gli aspetti positivi – ci spiega il professor Giuseppe Zollino, docente all’Università di Padova di Tecnica ed economia dell’energia e Impianti nucleari a fissione e fusione– si trovano senz’altro, specialmente nell’ambito in cui abbiamo deciso di tagliare le emissioni, nel fatto che l’energia nucleare per unità di energia elettrica prodotta nel ciclo di vita sia quella con le emissioni più basse. Lo dicono tutte le analisi. Oggi, considerando tutto il ciclo di vita e l’estrazione dei materiali necessari, il nucleare emette circa sei grammi di CO2 per chilowattora. Il fotovoltaico, a seconda di dove viene installato, tra i 25 e gli 80. Questa è una cosa, per esempio, che in pochi sanno. L’altro aspetto molto importante è che l’energia elettrica di una centrale nucleare viene prodotta con continuità. Le fonti rinnovabili che stiamo diffondendo invece sono variabili e, soprattutto, sincrone. Di notte, quando non c’è sole, se il vento cala, per quanto grande sia l’impianto solare ed eolico, la produzione diventa zero.  Si devono poi fare considerazioni anche sulle superfici occupate, sui materiali impegnati per costruire gli impianti e sui costi. Un ultimo dettaglio, a proposito proprio dei costi, riguarda la materia prima, cioè l’uranio, che è sottoposto ovviamente a fluttuazioni di prezzo, ma che incide pochissimo sul costo di generazione dell’energia elettrica, a differenza, ad esempio, di quanto avviene in una centrale a gas.

E i tratti più critici? 

I tratti più controversi sono, ovviamente, quelli legati alla produzione di rifiuti radioattivi. Durante il suo esercizio una centrale ne produce sia a bassa attività, tipologia simile a quelli degli ospedali, delle attività di ricerca e delle industrie, sia ad alta attività, le cosiddette scorie, che devono essere gestiti in un modo diverso e smaltiti in un deposito sotterraneo come quello quasi completato, ad esempio, in Finlandia o che hanno iniziato a costruire in Svezia. Ma la cosa che va detta è che la quantità totale che una centrale, durante i suoi sessant’anni di ciclo di vita, produce è veramente piccola. Il loro volume netto, cioè senza considerare i contenitori dentro i quali poi sono collocati, è circa un cubo di un metro e venti di lato.

Quali sono le ripercussioni sull’ambiente di queste scorie?

In questo momento nel mondo ci sono 440 centrali nucleari in attività e circa 60 in costruzione. I rifiuti non hanno mai causato nessun problema perché esiste una filiera che li gestisce e se lo fa bene l’impatto sull’ambiente è trascurabile, cioè sotto le soglie di rilevanza. Su questo va sottolineato anche che la radioattività esiste in natura, è una cosa che ci circonda. Anche se si mangia una banana si ingerisce una dose di radioattività perché il potassio ha al suo interno un isotopo radioattivo. Il vero obiettivo è evitare che, per cause legate alle nostre attività industriali, di ricerca e di produzione di energia, ci sia una dose assorbita dalla popolazione superiore alle soglie che vengono considerate di rischio. Tutto qua. Quindi se fossero gestiti male creerebbero un problema per l’uomo e l’ambiente ma siccome una centrale nucleare è costruita e gestita da tecnici che sanno cosa fare, i rifiuti nucleari non costituiscono un pericolo.

Perché è così controverso l’inserimento dell’energia nucleare tra le energie pulite?

Beh, è controverso… Intanto sarebbe molto bello andare a leggere un corposo rapporto che è stato prodotto dal Centro comune di ricerca, cioè l’organismo tecnico della Commissione europea che supporta le decisioni politiche sia della Commissione che del Consiglio europeo. Questo rapporto ha analizzato tutta la filiera del nucleare che esiste oggi, non quello del futuro, come per esempio la fusione, e ha certificato che, al pari delle rinnovabili, il nucleare non presenta rischi significativi, per cui entrambi sono idonei alla decarbonizzazione.  Quindi questo aspetto, almeno da un punto di vista tecnico, è stato affrontato e risolto. Poi è chiaro che nel nostro Paese continua ad esistere una crosta, dura da rimuovere, di esagerazioni che ad esempio in Francia, che è nostro confinante e una potenza industriale come noi, non attecchiscono. Se ci fosse realmente un rischio nucleare come da sempre sostengono alcune associazioni ambientaliste, non si capisce come mai in Francia con 58 reattori in esercizio, non se ne tenga conto. Devo dire però che recenti sondaggi, in particolare uno a maggio, mostrano che anche in Italia le cose stanno cambiando. La fetta di popolazione che è nettamente contraria al nucleare ad oggi è di poco superiore al 30%, una percentuale analoga a quella della Francia. 

Alcuni Paesi europei vogliono mantenere il nucleare tra le tecnologie strategiche per l’industria Green tech, altri invece vorrebbero dismetterla. Qual potrebbe essere secondo lei il punto di convergenza?

La convergenza già c’è. A Bruxelles sul tema del nucleare ci si comporta un po’ da struzzi. La gestione dell’argomento è ancora oggi di competenza dei Paesi membri e questo è stato un errore gravissimo che adesso verrà probabilmente corretto, anche alla luce dell’entrata in vigore della tassonomia europea che citavamo prima e che comprende nell’elenco delle tecnologie idonee a decarbonizzare anche il nucleare. Poi rimane il fatto che il mix energetico che vuole utilizzare uno Stato è competenza di quel Paese. Quindi la sintesi è semplice, chi lo vuole usare lo usi, chi non vuole usarlo non lo usi. Però ci sono dei nodi che vanno sciolti. L’anno passato le emissioni di anidride carbonica della Germania, riguardanti la produzione di energia elettrica, sono state sei volte superiori rispetto a quelle della Francia che usa, oltre naturalmente a idroelettrico, eolico e solare, un’alta quota di nucleare. E ora arriva il paradosso. La Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione verso uno di questi due Paesi, ma non alla Germania, bensì alla Francia perché ha mancato gli obiettivi che l’Ue aveva fissato di quota di fonte rinnovabile sui consumi di energia.  L’intento è ridurre le emissioni e ogni Paese valuterà in maniera razionale quali sono i suoi vantaggi a usare una o l’altra tecnologia. Invece la Commissione da una parte da discrezionalità e dall’altra fissa obiettivi obbligatori di fonti rinnovabili. E questo è un errore clamoroso che va rimosso. Faccio un esempio. Stati come il Regno Unito, la Danimarca e l’Olanda dispongono di molto vento e l’eolico offshore, come sappiamo, viene largamente diffuso in quelle zone, ma le condizioni dei fondali poco profondi e l’abbondanza di vento creano dinamiche tecniche ed economiche che in quei luoghi funzionano ma che non sono riproducibili in Italia. Diversamente, qui da noi c’è più sole ma di notte non si può utilizzare e a luglio produce sino a cinque volte più energia di quanto produca a dicembre anche se la domanda in quel periodo è persino più alta e aumenterà ancora nel prossimo futuro perché anche il riscaldamento dovrà essere elettrico. Dunque, in uno scenario senza emissioni, le analisi vanno fatte sul sistema complessivo. Non c’è una soluzione buona per tutti, ma il mix migliore varia da Paese a Paese. L’importante è che l’Unione Europea fissi dei paletti alle emissioni. 

Gli obiettivi che si prefiggono le normative europee hanno tempi sempre più stringenti….
Certo, però questa cosa va collegata a quello che dicevo in risposta alla sua prima domanda. È dal 2000 che l’Unione Europea fissa obiettivi vincolanti di fonti rinnovabili e per questo tutti i singoli Paesi mettono a disposizione incentivi molto cospicui per aumentarne l’utilizzo. Negli ultimi 23 anni si stima che questi complessivamente abbiano superato i mille miliardi di euro. Non c’è da stupirsi dunque che negli ultimi due decenni nel mondo siano stati collegati in rete103 nuovi reattori nucleari e di questi solamente due in Europa. 

Quali sono i tempi di realizzazione di un reattore nucleare? 

Quando facciamo il conto di quanto tempo occorre per installare vari impianti non possiamo confrontare la realizzazione di un impianto fotovoltaico da dieci ettari che, tra autorizzazioni e costruzione, in due anni e mezzo viene tirato su, con quello di una centrale nucleare che di anni ne richiede in media otto. Dobbiamo vedere anche quello che succede dopo. L’impianto fotovoltaico ha bisogno di essere rinnovato ogni 25 anni e, a parità di superficie occupata, produce 100 volte meno energia di una centrale nucleare, che per di più dura 60 anni. Quindi se si fanno delle analisi complessive si scopre che una quota di nucleare migliora il sistema e lo rende più sostenibile perché, oltre a occupare meno spazio, usa meno materiali e complessivamente costa di meno. Poi è ovvio che mentre vado avanti a costruire la centrale nucleare, realizzo gli altri impianti più piccoli, solari ed eolici, per avere il giusto mix sostenibile. Il vero snodo sta nel fatto che qualunque sia il colore del governo in carica, oggi dovrebbe prendersi la briga di aprire alla costruzione di centrali nucleari i cui benefici saranno evidenti due governi dopo. Ma se non ragioniamo da statisti e continuiamo a ragionare per avere risultati immediati, non faremo mai le scelte ottimali. 

Perché allora gli ambientalisti sono così contrari all’energia nucleare?

Ma intanto lo sono alcuni ambientalisti italiani, gli ambientalisti finlandesi ad esempio sono favorevolissimi. Infatti, la Finlandia con la entrata in servizio di un grosso reattore ad Olkiluoto, adesso marcia con emissioni simili a quelle della Francia. L’obiettivo poi non è aumentare la quota nucleare che a qualcuno potrebbe piacere, o quella fotovoltaica che piacerà ad altri e nemmeno quella eolica che piacerà ad altri ancora. L’obiettivo è ridurre fino ad azzerare le emissioni nel modo più sostenibile possibile. Se facciamo il confronto tra la superficie occupata da una centrale nucleare composta da quattro reattori con quella che servirebbe per produrre la stessa energia con un impianto eolico, scopriamo che servono 200 ettari per la prima e 200.000 ettari per la seconda. Questa è una cosa da tener presente in un Paese come il nostro. Se dovessimo fare solo fonti rinnovabili le superfici da occupare sarebbero veramente ingentissime. E come dicevano i greci, ottima è la misura, ci vuole misura nelle cose. 

Gli episodi di Chernobyl e di Fukushima però spaventano l’opinione pubblica. 

Quella di Chernobyl era un tipo di centrale che già allora non esisteva nei Paesi occidentali, una centrale senza edificio di contenimento. Quindi un incidente come quello è irripetibile, per fortuna. Anche le ripercussioni di quell’episodio in Italia erano state in realtà irrisorie, cioè le dosi assorbite dai cittadini italiani non erano assolutamente di livello tale da creare alcun allarme, altrimenti ci sarebbe stata l’evacuazione. Ma vediamo cosa è successo dopo Chernobyl. In Europa c’erano 150 reattori in esercizio a quell’epoca in Paesi persino più vicini all’Ucraina dell’Italia, dove il fallout radioattivo era stato anche più intenso, ma nessuno di questi prese la decisione di chiudere all’istante le centrali in esercizio sul proprio territorio. Nessuno tranne l’Italia, che decise sull’onda delle opinioni prevalenti della popolazione che era stata aizzata contro il nucleare. Col risultato che oggi noi importiamo e usiamo energia nucleare in quantità più che tripla rispetto al massimo che abbiamo prodotto quando l’avevamo in casa. Quindi siamo così contrari all’energia nucleare che ne facciamo largo uso importandola.

Ma non siamo i soli, anche la Germania ha chiuso gli impianti l’anno scorso.

Noi li abbiamo chiusi subito, in Germania è partito un movimento antinucleare che si è concretizzato, dopo l’incidente di Fukushima, con la decisione che quando le centrali fossero giunte a fine vita sarebbero state chiuse senza sostituirle con delle nuove. È molto diverso da fermare la produzione subito. Se noi avessimo preso la stessa decisione dopo Chernobyl, la centrale di Caorso, la più grande che avevamo, che lavorò solo quattro anni, avrebbe lavorato altri 40-45 anni come quelle analoghe nel resto del mondo e avrebbe prodotto per tanti anni molta energia pulita che ci sarebbe servita. Invece l’abbiamo chiusa. Questa è una follia che non ha niente a che fare con la vicenda tedesca, che io non condivido ma che almeno ha una razionalità. I tedeschi la loro decisione l’hanno pienamente portata avanti, anche nonostante la crisi energetica che c’era nell’anno in cui hanno confermato la chiusura. Ora però se andiamo a vedere cosa sta succedendo in Germania dico anche che la realtà non è sensibile alle ideologie. L’altra notte, per esempio, nonostante ci fosse un gran vento in Nord Europa, in Germania le emissioni di anidride carbonica del settore elettrico erano 15 volte superiori a quelle della Francia. Noi dobbiamo azzerare le emissioni, non aumentare la quantità di eolico e fotovoltaico. Se qualcuno mi dimostra che con solo eolico e fotovoltaico si raggiunge l’obiettivo allo stesso modo senza bisogno del nucleare, non ho pregiudizi. Io sono un tecnico e miei conti li ho fatti, sono dieci anni che ci lavoriamo. Non c’è gara. Un mix col nucleare è il migliore. Inoltre, tutto il mondo deve decarbonizzare, non può usare i materiali solo l’Europa. Questi devono essere disponibili per tutti quindi se c’è un mix che usa meno materiali spendendo, per di più anche meno, io lo devo tenere ben presente.

 

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