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Civita Di Russo, l’Antimafia è femmina

Una vita spesa tra le aule dei tribunali, come avvocato penalista, coronando un sogno coltivato sin da bambina. Per trent’anni è stata una dei più importanti avvocati dei collaboratori di giustizia, pedine fondamentali nei processi di mafia. Oggi Civita Di Russo è impegnata nella sua prima avventura istituzionale, come vicecapo di Gabinetto vicario della Regione Lazio. 

Quando le proposero di assistere un capomandamento di Caltanissetta, che di lì a poco avrebbe collaborato con la giustizia, lei, giovane e assai tenace, non si fece intimidire dalla reazione scettica del mafioso: “Chista fimmina è!”.

Di Russo è stata una delle prime donne ad assistere un collaboratore, contribuendo a rompere il muro del pregiudizio e della discriminazione. Una scelta che ha comportato rinunce e sacrifici ma della quale non si è mai pentita: “Ho sempre pensato che stavo facendo la cosa giusta”.

Avvocato, partiamo dalla nomina a vicecapo di Gabinetto vicario della Regione Lazio.

Ho incominciato a maggio questa esperienza entusiasmante, dopo aver affrontato la campagna elettorale con la lista civica del presidente Rocca, sfiorando l’elezione a consigliere regionale. Per la prima volta mi sono trovata a far parte di un’amministrazione. La fiducia del presidente nei miei confronti viene da lontano: abbiamo iniziato insieme la carriera di avvocati penalisti che si occupavano di criminalità organizzata trent’anni fa.

Il suo nome è strettamente legato alla professione forense. Quando ha capito di voler fare l’avvocato?

Quando avevo otto anni vedevo Perry Mason in tv, la fiction in cui un avvocato penalista americano difendeva e faceva assolvere persone innocenti. Così decisi che avrei fatto l’avvocato penalista. Era il mio sogno e posso dire di averlo realizzato. Per raggiungere questo obiettivo però ho sacrificato molto: sono diventata mamma soltanto a 44 anni e per 21 anni ho avuto la scorta della Polizia di Stato.

Quando ha iniziato ad occuparsi di mafia?

Per inseguire il mio sogno mi iscrissi alle difese di ufficio, perché da qualche parte dovevo pur cominciare. Un giorno fui nominata dal Gip difensore di un imputato al 41 bis. Fu il mio primo contatto col mondo della criminalità organizzata. Un mese dopo, quello stesso giudice, il dottor Kessler, mi richiamò per chiedermi se mi sarebbe piaciuto difendere un collaboratore di giustizia. In quel periodo storico non voleva farlo nessuno, era molto pericoloso. Accettai. Era un capomandamento di Caltanissetta che aveva deciso di collaborare con la giustizia ma non era soddisfatto del suo avvocato. Quando mi vide, il cliente protestò in siciliano stretto. Rivolgendosi al pm disse: “Chista fimmina è!”. A quel punto io non mi persi d’animo e riuscii a convincere il cliente a darmi una settimana di tempo. Ancora oggi, dopo trent’anni, assisto questa persona quando ha delle problematiche e spesso mi ripete che gli ho salvato la vita. Dopo di lui si ruppe l’argine e iniziai ad assisterne tantissimi, fino a diventare l’avvocato con più collaboratori di giustizia in Italia.

Oggi un collaboratore di giustizia risponderebbe allo stesso modo di fronte a un avvocato donna?

Assolutamente no. Anzi, oggi si rende conto che la sensibilità di una donna può essere un valore aggiunto nell’occuparsi della moglie, dei figli e nell’organizzazione della sua nuova vita.
Devo dire che di strada ne è stata fatta tanta. Quando ho iniziato io, di donne che frequentavano le aule di giustizia ce n’erano davvero poche. Oggi di penaliste donne ce ne sono tantissime e sono molto brave. Io a modo mio sono stata una pioniera.

Come si è evoluto negli ultimi anni il fenomeno mafioso?

Lo Stato italiano ha combattuto strenuamente la criminalità organizzata. Falcone si inventò la Direzione nazionale antimafia: aveva compreso che il fenomeno era talmente grave che andava affrontato in modo congiunto, mettendo a sistema tutte le informazioni a disposizione. È stata fondamentale anche la legge sui collaboratori di giustizia, senza i quali tante cose non sarebbero venute a galla. Siamo stati talmente bravi che oggi esportiamo l’antimafia: altri Stati in difficoltà, come i Paesi Bassi, ci vengono a chiedere come abbiamo fatto a combattere le mafie in Italia. Abbiamo indebolito certamente la mafia palermitana, non tanto la ‘ndrangheta che fa traffico di stupefacenti e ha esportato all’estero questa sua capacità. Rispetto ai tempi delle guerre di mafia, oggi le cosche hanno cambiato strategia, perché hanno compreso che col sangue avrebbero avuto sempre lo Stato addosso. E quindi si sono evolute, sono diventate sempre più legate al mondo imprenditoriale. La nostra abilità è quella di andare ad aggredire i patrimoni: è lì che si vince la partita.

Non crede che oggi nel nostro Paese si parli poco di mafie?

No, non mi sembra. Quando non c’è l’emergenza, il caso di cronaca efferata, è evidente che se ne parla poco, ma magistrati, forze dell’ordine, commissioni antimafia continuano a occuparsene. Noi possiamo contare su una grande capacità investigativa.

Quanto è stato cruciale il ruolo dei collaboratori di giustizia nei processi di mafia?

È stato fondamentale. Grazie ai collaboratori di giustizia il velo di omertà è caduto, consentendoci di conoscere il fenomeno dal di dentro. Fu l’intuizione di Falcone: conoscere la mafia dall’interno grazie a qualcuno che lo aiutasse a scoprirne i meandri. Questo qualcuno è stato Buscetta, a cui Falcone faceva gli interrogatori da solo, senza neanche il cancelliere, trascrivendo tutto da solo e Buscetta gli ha disvelato le trame e la struttura di Cosa Nostra.

Ha vissuto per tanti anni sotto scorta. Ha sempre pensato che ne valesse la pena oppure qualche volta le sue convinzioni hanno vacillato?

No, mai. Ero convinta che stavo facendo una cosa giusta, importante. Io questo lavoro ho iniziato a farlo quando non voleva farlo nessuno e l’ho fatto per trent’anni. Adesso sono impegnata in quest’altra avventura e ne sono entusiasta, perché sto mettendo tutta la mia esperienza al servizio della collettività. Io ho tanta esperienza di persone, di vita, di umanità. E quando fai politica questo tipo di esperienza è molto importante.

 

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