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Caso appalti Anas, Daniela Bianchi (Ferpi): sul lobbying ancora solo tanta confusione

Il caso degli appalti Anas è una vicenda di presunta corruzione che investe in questa fase delle indagini preliminari gli apparati della politica e della pubblica amministrazione. In un già rovente contesto di scontro politico creare il collegamento con un’attività professionale importante ma mai compresa realmente, agevola una comunicazione d’impatto che fa presa sui lettori.

Al fine di fare un po’ di chiarezza e andare oltre la confusione, le analisi sbagliate e i pregiudizi che hanno caratterizzato la narrazione di questi giorni, abbiamo provato a ragionare su quanto sta accadendo con Daniela Bianchi – Strategic and Policy Advisor, membro di task force per le strategie di attuazione del PNRR e Segretaria Generale di FERPI.

“Caso appalti Anas”. A distanza di un anno si ripete lo schema narrativo visto per il Qatargate con una narrazione che associa il reato di corruzione all’attività di lobbying.

Il “Caso Anas”, che sta attirando l’attenzione, secondo l’indagine della Procura di Roma, è un presunto sistema illecito di favori, borderline rispetto alla politica, orchestrato da alcuni soggetti attraverso la loro società di “lobbying”. La società veniva presumibilmente utilizzata da imprenditori coinvolti per accaparrarsi appalti. Ora, se il dato verrà confermato, già solo il fatto che si identifichi una società di affari con una società di lobbying la dice lunga: ambiti professionali completamente diversi e contrapposti, perché un lobbista non è un procuratore di affari.

Sul caso indaga naturalmente la magistratura, quello che però rileva è il contributo negativo che ancora una volta si dà alla narrativa che vede equiparati i sistemi corruttivi ai sistemi di relazione. Dimenticando che i primi si muovono nell’illegalità e, con influenze illegali indebite o ingiuste, influenzano le politiche e la politica di un paese. I secondi sono alla base e a fondamento di un’attività legittima, mirata a influenzare le politiche e le decisioni di governi o istituzioni a favore di una causa specifica o di un risultato: l’influenza viene cioè esercitata perché vengano cambiate le regole, e non per aggirarle di volta per volta. Si chiama rappresentanza di interessi e tutela il processo democratico. Questa differenziazione è fondamentale per comprendere la dinamica tra il lobbying come strumento legale di advocacy e la corruzione come esercizio illegale di influenza. 

I toni di alcuni articoli di questi giorni riportano al 1993. 

La voglia di ripristinare i confini della “purezza” è un sentimento che a fasi alterne attraversa il nostro Paese da sempre. E ricordare quella stagione di 30 anni fa mi sembra un ottimo esercizio di memoria, perché ci consente di riguadagnare una prospettiva storica di lungo periodo, che invece nel cavalcare la cronaca spesso manca.

Quella fu una stagione di rottura in cui l’incapacità della politica di rigenerarsi dall’interno rese necessario individuare un sistema altro, che legittimasse un confine tra bene e male, al quale delegare completamente la propria autonomia. Ricordiamo che un Presidente della Repubblica non firmò, per la prima volta nella storia della Repubblica, un provvedimento perché la folla reclamava a gran voce lo stigma dell’untore. Non evoco il lancio delle monetine, né le sfilate in tribunale, né i suicidi in carcere, che tanto hanno colpito l’immaginario collettivo, mi limito solo a dire che il ‘ 93 dovrebbe averci insegnato che i modelli di purezza basati tra bene e male, alla lunga non tengono perché dentro i modelli ci sono le persone e  quelle stesse persone nel tempo hanno dimostrato la debolezza del teorema, e perché la rappresentazione del modello è comunque funzionale ad uno scopo, non sempre immediatamente percettibile, nascosto tra le pieghe dei titoli e del clamore.

Se è vero che la semplificazione del linguaggio aiuta la comunicazione, talvolta si rischia di perdere la capacità di leggere la realtà o, peggio, di manipolarla.

Quello che si ripropone in questi giorni, l’accento della corruzione come regola di sistema e non come reato dei singoli, ha il sapore di una scorciatoia forcaiola e già vista. Anche perché parlare di corruzione in Italia è un po’ come sparare sulla Croce Rossa, la sollevazione corale è garantita, la presa di coscienza un po’ meno. E semplificare la complessità diventa motivo per continuare a non creare valore condiviso.

Con i partiti che non hanno più il ruolo di cinghia di trasmissione, l’attività di rappresentanza degli interessi aiuta a ridurre la distanza democratica. È così difficile capirlo?

Banalmente perché per noi, culturalmente, le salvaguardie di trasparenza e di responsabilità sono concetti deboli. E la voragine che si è aperta con la crescente sfiducia nei confronti dei partiti politici e delle istituzioni democratiche ha portato ad una generale disillusione e scetticismo riguardo a qualsiasi forma di rappresentanza. Questo scenario complica il riconoscimento del ruolo vitale che il lobbying e la rappresentanza degli interessi possono avere nel colmare le lacune di comunicazione e comprensione tra elettori ed eletti, specialmente quando i partiti tradizionali perdono la loro funzione di collegamento.

Se la rappresentanza e la funzione di “cinghia di trasmissione” si riferiscono al ruolo dei partiti politici e di altri intermediari nella mediazione tra gli interessi dei cittadini e le decisioni del governo, dobbiamo dirci con assoluta semplicità e franchezza che l’efficacia di questo ruolo si è ridotta a causa di vari fattori, tra cui la percezione di una classe dirigente politica debole o disconnessa dalle realtà e necessità dei cittadini. La percezione di opacità dei sistemi politici, favorita e iniettata a piccole dosi negli anni ha generato un diffuso sentimento di disaffezione proprio verso il concetto di civil servant. Dovremmo iniziare con il rigenerare proprio questo aspetto, riaffezionarci ad un sentimento di partecipazione e di rappresentanza come principio di responsabilità diffusa, ancor prima che di trasparenza. 

Una regolamentazione della rappresentanza d’interessi basterebbe a risolvere ogni problema?

Una regolamentazione efficace della rappresentanza d’interessi è un passo importante, ed è quello a cui FERPI lavora da tempo in sinergia con altri attori ed istituzioni. Creare trasparenza e responsabilità nelle attività di lobbying, regolamentare chi può fare lobbying, su cosa, e come devono essere riportate queste attività, è necessario se non fondamentale per il sistema democratico, e diventa il contrappeso e l’antidoto naturale al rischio di corruzione e influenze indebite.

FERPI è pienamente consapevole del ruolo che l’Associazione è chiamata a dare a questo dibattito ed è per questo che è stata istituita una “task force” a presidio del processo. Tuttavia siamo anche consapevoli che quella della regolamentazione non è una soluzione completa a tutti i problemi legati alla fiducia nel sistema politico e democratico. Può certamente contribuire a garantire trasparenza e responsabilità nelle interazioni tra lobby e politici, riducendo il rischio di corruzione e migliorando la percezione pubblica. Ma occorrono altre misure come il rafforzamento delle istituzioni democratiche, l’educazione civica, la partecipazione attiva dei cittadini e una maggiore accountability dei politici e trasparenza dei processi, tutti elementi essenziali per affrontare con una visione olistica e in modo più maturo la crisi di fiducia e non rifugiarsi nello spauracchio delle lobby per esorcizzare altre mancanze.

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