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Ho visto cose che voi umani artificiali

Ci siamo sentiti al telefono, anzi al videotelefono con Rick. Da sempre ha questa mania della videochiamata anche se non ha ancora capito che non è così trendy ma vallo a capire. Lui è fermo al 2019 inoltrato e da non lì non si smuove. Meglio assecondarlo, o almeno così mi consigliano di fare.

Ci rinuncio e lo aspetto.
Sta arrivando malgrado ci sia un traffico pazzesco e per fortuna ha tutti i mezzi, anzi il mezzo, per evitarlo.

Rick viaggia con un’auto decisamente particolare. Più che sfrecciare, vola. Al principio sembra timido e ha la voce di Michele Gammino ma alla fine gli dico che possiamo anche parlare in inglese e così Michele si dissolve in un prompt con un film di Edwige Fenech, questa la capiscono in pochi, mi fa notare Rick. Io gli dico che non importa e c’è sempre ChatGpt che può rispondere a questo enigma cinematografico.

Oppure posso citare Pierino contro tutt… ok, la smetto e presento Rick. Prima di tutto Rick è Rick Deckard, è quel signore molto cool, vestito con cappottone sciancrato, camicia ton sur ton con cravatta ton sur ton con la camicia, viaggia su una macchina molto Midjourney style, una specie di Lamborghini ma volante e sporcuccia. Bello, molto nella parte, e di poche parole anche se ha una voce molto profonda.

“Francesco, non avrei molto tempo, dimmi cosa ti serve”.

Gli farei notare che ha sempre un po’ un tono eccessivo ma vedo di sfuggita la pistola e quindi rispondo e vado dritto al punto.

“Potresti darmi il tuo punto di vista etico ed estetico sull’impatto dell’intelligenza artificiale nel mondo della comunicazione… detta così è un filo Marzullo style ma in fondo se non sbaglio hai fatto qualche anno in una agenzia di adv dopo gli studi, o sbaglio?”. Qui lui sorride e mi corregge: “Ho fatto uno stage curriculare in una agenzia di branding e poi un contratto a progetto, all’epoca andavano di moda, in una agenzia di advertising famosa, un network ma sembrava di lavorare con dei replicanti di loro stessi”. ‘Replicanti di loro stessi’ mi rimbomba come un sito che riproduce la tua voce perfettamente e con labiale in sync, la trovo meravigliosa e rimango con la bocca aperta per almeno 3 secondi, sembro una gif animata benissimo.

Lo invito a sedersi e faccio una faccia poco convinta quando mi dice i nomi delle due agenzie che però, e qui mi colpisce per la sua discrezione, mi chiede di non scrivere perché ultimamente le agenzie non se la passano benissimo o almeno così sembra farmi capire dal me too, no too no. Quindi mi invita a porgergli la vera domanda della giornata, lui mi precede e sembra l’assistente chatbot per eccellenza e sentenzia: “Vedi mio caro, oggi va tutto molto più veloce di prima. Tutto corre a ritmi inarrestabili. Nel mio 2019 si pensava che si vivesse di videochiamate e di astronavi opache o satinate, a proposito, la mia ti piace? Vabbè, cioè era un artificiale surreal minimalista depressivo. Il layout della comunicazione aveva toni scuri, bada non oscuri, perché la luce era sempre dentro di noi. Eravamo noi la luce. Noi umani, oggi voi direste human touch, studiavamo e vedevamo film fino al mattino per illuminare una città invisibile. E tanto. È vero, avevamo i replicanti, e io posso raccontarti di quella volta che…”.

Ecco qui, lo interrompo perché diventa prolisso come un direttore creativo esecutivo dittatore universale e dico: “Ok, ma cosa succederà a chi vuole fare il creativo? Il fotografo? l’illustratore, il fotoritoccatore, c’è un futuro? In fondo tu sei arrivato dal 2019 al 2049… o no?” Lui mi guarda e giocherella con una matita spuntata.

La prende, la osserva in controluce e poi comincia a temperarla. E poi traccia su un foglio a righe, quelli delle elementari ma non mi permetto di dire nulla, dei piccoli segni, quasi impercettibili. Poi lo mette controluce e dice “Vedi? No, non si vede, non si vede nulla perché la matita è temperata male. E se temperi male una matita non scrivi bene e se non scrivi bene si legge tra le righe. Ma tu hai la capacità di leggere tra le righe?”. Io lo guardo con una espressione uscita dai primi Midjourney, ovvero ho le mani con otto dita sui capelli crespi, un mento spaventoso alla Elephant Man, e un occhio che nemmeno ChatGpt 4.5 a pagamento rateizzato potrebbe descrivere.

Mi siedo e penso immediatamente a una serie di immagini che Rick spara su un proiettore che aveva dentro l’auto: una fila di ragazzi davanti alle scuole di comunicazione, forti di corsi e master, immagini della Nouvelle Vague, minivideo di Er Monnezza e Bombolo, pagine di articoli che disquisiscono se le AI siano di destra o di sinistra, 432 tool che ogni giorno escono per ricordarci che oggi è oggi e poi ci sarà domani senza ieri, la foto di gruppo di 52 prompt designer che sembrano usciti da un istituto per recupero crediti, foto di mani con dita, foto di dita senza mani, paesaggi incantanti e cantanti con paesaggi… e qui lui si ferma e sentenzia. “Secondo te perché cantanti con paesaggi?”. Io vorrei prima chiedergli della matita ma tira fuori dal cappottone un libro di Kandinsky: ‘Punto, linea,

superficie’. Io recito a memoria: “Più di ogni altra forma di superficie, il cerchio tende verso la quiete incolore, perché esso è il risultato di due forze che agiscono sempre in modo uniforme e non conosce la violenza dell’angolo. Il punto centrale del cerchio è, quindi, la quiete più perfetta del punto non più isolato”. Io mi inginocchio e giuro che l’ho letto quando volevo fare il pubblicitario, era tra i libri che mi portavo dietro.

Confesso anche di averci capito poco ma l’ho letto. E poi ho letto Rodari, Queneau, Carver e…

Lui lascia cadere un quaderno un filo impolverato ma nuovo, lo fa per interrompere questa overdose classista di pubblicitario fighetta che si sta impossessando del mio tool replicante. Lo apro, e scopro che è a quadretti. Poi Rick mi guarda e mi invita ad alzarmi. Io mi aggrappo alla matita e mi tiro su. Anzi, è lei che mi tira su.

La matita. Rick sale sull’astronave e sgomma via. Io rimango lì con la sinistra che saluta e la destra che comincia a scrivere qualcosa, sul quaderno.

E mi rendo conto che ho due mani e dieci dita, perfette.

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