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Lobbying, dopo 30 anni l’anello debole è ancora la politica

Nomos Centro Studi Parlamentari, la prima società di consulenza per le attività di relazioni istituzionali e di lobbying nata in Italia, ha compiuto 30 anni. Abbiamo chiesto a Licia Soncini (nella foto in evidenza), che ne è socia fondatrice e presidente, di fare una riflessione su come e quanto sia cambiata questa attività nel corso degli anni.

Trent’anni non sono pochi in un settore come quello del lobbying in Italia. Un bilancio?

Sicuramente un bilancio positivo. Dopo 30 anni siamo ancora qui e anche se la nostra è rimasta una dimensione medio-piccola, siamo riconosciuti da tutti come leader in questo settore. Questa è sicuramente una grande soddisfazione, soprattutto se penso al sottoscala da cui ho cominciato nel 1993, dando vita ad una attività completamente nuova per il contesto italiano e in un momento storico (Tangentopoli) in cui l’unica cosa certa era la confusione all’interno del mondo delle istituzioni.

Da lì, con grande prudenza e attenzione, ho posto le basi di ciò che siamo ancora oggi. All’inizio ho scelto di stare dietro le quinte, di dare ai primi clienti solo informazioni sull’attività legislativa delle Istituzioni perché fare lobby mi sembrava troppo rischioso. Il rischio di perdere reputazione, che è il patrimonio più grande che ogni professionista della lobby deve avere, era troppo grande. Questa purtroppo è una cosa che non è cambiata molto, ancora oggi siamo accomunati ai faccendieri e agli affaristi.

La cronaca degli ultimi giorni conferma quanto dico, basti pensare che ancora oggi un giornale nazionale del calibro di Repubblica può titolare, a proposito dello scandalo deli appalti Anas, “L’assenza di regole fa dilagare le lobby”. Di fatto equiparando una professione a un reato. Il retropensiero, evidente anche nell’impostazione dei tanti disegni di legge che sono stati presentati nel corso degli anni sulla regolamentazione del lobbying, è: i lobbisti sono tutti malfattori. Può immaginare che clima c’era attorno ad una professione che non esisteva o quasi, trent’anni fa con Tangentopoli che impazzava.

Ciononostante, ero convinta che le aziende continuassero ad avere bisogno di informazioni sull’attività legislativa che impattava il loro business e di confrontarsi con il legislatore, ma non avevano più i loro referenti storici nelle Istituzioni.

Questa analisi si è rivelata corretta e questo è stato il primo passo per la trasformazione della lobby da “attività di potere”, gestita solo dai vertici delle aziende con i referenti istituzionali storici dei vari settori produttivi, ad attività professionale, gestita all’interno delle aziende da apposite strutture o gestita per le aziende da società di consulenza.

Così le aziende hanno iniziato a contattarci, in quegli anni in particolare era in via di definizione tutta la legislazione ambientale. Penso alla legge Galli, sulla gestione dell’acqua, che è del 1994 o al decreto Ronchi sui rifiuti, che è del 1997 e ai lunghi dibattiti che accompagnarono queste normative. Ancora conservo da qualche parte tutte le schede di lettura che feci sulla nuova impostazione, dettata dal decreto Ronchi, per la gestione dei rifiuti.

Questo è stato l’inizio del percorso di Nomos. Non ero più sola, Fabio Franceschetti e Luca Soncini, ancora oggi soci di Nomos, mi hanno affiancato, insieme abbiamo dato vita all’avventura che ci ha portato fino a qui. Dopo qualche anno il clima si è rasserenato e ci siamo sentiti più tranquilli di poter offrire anche attività di lobbying e formazione ai nostri clienti. Poi nel 1998 è nata la Srl, in realtà per un motivo molto pratico, dovevamo partecipare ad un bando del comune di Roma per l’attività di monitoraggio parlamentare. Perdemmo la gara perché la raccomandata con i documenti per partecipare non arrivò in tempo, ma la nuova forma societaria ci permise di crescere e di consolidare quanto stavamo facendo.

Oggi i servizi offerti dalle varie agenzie sono notevolmente aumentati, così come il giro d’affari, quindi le aziende ne hanno capito il reale valore?

Mediamente sì. Ci sono sempre più aziende che si rivolgono a professionisti del settore, tuttavia quelle più piccole si accostano ancora con un mix di diffidenza e ignoranza, pensando di non potersi permettere questi servizi o addirittura di cadere nell’illecito. Per questo affianchiamo all’attività di relazioni istituzionali anche quella di formazione, con particolare attenzione verso i giovani, perché, non si dirà mai abbastanza, il nostro è un settore in crescita che necessita costantemente di nuovi professionisti e di formazione sempre più specialistica.

Naturalmente il contesto è cambiato. Con l’innovazione tecnologica e il processo di digitalizzazione, lobbying, advocacy, comunicazione hanno raggiunto tanti e tali punti di sovrapposizione che non è più possibile tenerle separate. Le agenzie lo hanno capito e stanno cercando di crescere per rispondere adeguatamente alle nuove richieste dei clienti.

Lo scorso anno, commentando i primi movimenti del mercato, affermava che in fondo questo è il Paese dei piccoli campanili. È ancora di quell’idea oppure inizia a intravedere cattedrali?

Credo si tratti di un processo ciclico. Agli inizi, piccole realtà locali hanno sostituito le grandi agenzie internazionali, che volevano affermarsi in Italia perché ci consideravano un mercato potenzialmente molto interessante, ma non erano in grado di interpretare i nostri processi bizantini e cercavano piccole realtà per farne i loro partner locali. Ora il mercato preferisce di nuovo le società grandi, nazionali stavolta, che si sono affermate in Italia. Sicuramente le grandi realtà hanno il vantaggio di poter fare economie di scala ma proprio per questo motivo non possono permettersi di offrire consulenze tagliate su misura per il singolo cliente. Probabilmente la formula vincente sarà l’aggregazione di piccole realtà, caratterizzate da expertise differenti ma contigue, che permetta di proporre un’offerta integrata di alto livello e di mantenere, allo stesso tempo, la propria autonomia. Perché rimaniamo comunque il Paese dei campanili.

Voi siete rimasti piccoli per scelta. Cosa vuol dire?

Diciamo che abbiamo applicato criteri di sostenibilità ante litteram. Abbiamo sempre creduto in una crescita gentile, sostenibile nel tempo e rispettosa di equilibri integrati, piuttosto che perseguire una crescita a tutti i costi. Il tempo ci ha dato ragione, la grandezza è sempre più un concetto legato alla dimensione qualitativa della stessa. E oggi, pur non avendo avuto la crescita di altri, siamo una realtà solida, comunque affermata e riconosciuta dal mercato per la qualità della consulenza che offre. Con i nostri 20 dipendenti e un fatturato di circa due milioni di euro ci posizioniamo fra le realtà di medie dimensioni, che anno su anno cresce, consolidandosi e rafforzandosi.

Se posso, faccio un esempio pratico di cosa significa il concetto di crescita gentile. Abbiamo sempre avuto l’accortezza di scegliere i nostri clienti, a volte abbiamo detto no, sia quando non ci convinceva il settore di attività del cliente, sia quando non ci convinceva la richiesta. Tanti anni fa venne una associazione che rappresentava una categoria professionale, aveva l’obiettivo di istituire un Albo. Ma era il momento in cui l’Antitrust era fortemente contraria all’istituzione di nuovi albi, facemmo una analisi della situazione e convincemmo il cliente che l’obiettivo in quel momento era irrealizzabile.

Immagino non si possa sapere chi è rimasto fuori dalla porta…

No, naturalmente no. Ma come ho detto i criteri che applichiamo sono di ordine etico, i clienti devono condividere i nostri valori, messi nero su bianco nella carta dei Valori di Nomos, e di ordine pratico, se l’obiettivo richiesto dal cliente non ha possibilità di essere raggiunto, lo diciamo chiaramente. Non è un caso che la nostra attività preliminare, prima di accettare un incarico, sia l’analisi del cliente e della fattibilità reale della sua richiesta.

Questo approccio nasce anche da esperienze passate non positive. Ne racconto una. Quando lavoravo per Ferruzzi, un bel giorno, in pieno agosto, ufficio deserto, chiamò uno dei dirigenti dell’azienda, dovevano girare uno spot per i mondiali di calcio di Roma, e lo volevano girare nel Colosseo, unendo così il concetto dello sport a quello della cultura nella città eterna. Si trattava, mi disse, di far saltare in aria dei palloni, la ripresa sarebbe stata fatta da fuori, cosi si sarebbero visti dei palloni che volteggiavano in aria all’interno del Colosseo. Ma il sovrintendente non dava l’autorizzazione a girare lo spot. E quindi chiedeva il mio aiuto per convincerlo. Ero giovane e ingenua, non indagai prima di chiamare la sovrintendenza e mi ritrovai dall’altro capo del filo una signora imbufalita che mi urlò contro perché le avevano chiesto di portare una gru dentro il Colosseo. Ecco, questo tende a succedere piuttosto spesso, il cliente non ti racconta tutto, soprattutto all’inizio quando il rapporto di fiducia deve essere costruito, se non analizzi preventivamente la situazione molto accuratamente, rischi di ritrovarti brutte sorprese.

Ovviamente tutto questo ha un prezzo economico ma è ciò che ci contraddistingue e di cui siamo fieri ed è chiaro che, in questo momento il mercato sta cambiando e il 2024 sarà per noi l’anno delle scelte. Abbiamo già iniziato trasformandoci in Società per Azioni, diventando una Società Benefit e ottenendo la certificazione di genere. Da qui inizierà un nuovo capitolo della storia di Nomos.

Nonostante tutto i media continuano a collegare la corruzione alla rappresentanza di interessi.

Vorrei ricordare che chiunque ha il diritto di presentare e far valere le proprie posizioni dinanzi al decisore pubblico, attraverso i molti canali che oggi abbiamo a disposizione per raggiungerlo, ed è questo che si definisce rappresentanza di interessi. È poi compito del legislatore trovare una sintesi tra le diverse posizioni avendo sempre come faro guida il bene comune del Paese. La medaglia ha sempre due facce e chi ha le maggiori responsabilità è il decisore politico che deve rispondere all’interesse della collettività e decidere in nome del bene comune, un concetto troppo spesso dimenticato dalla nostra classe politica.

Regolamentare la lobbying è sacrosanto per dare legittimità ad una professione difficile e utile anche per il decisore pubblico, ma non è regolamentando la lobbying che ci si tutela dai reati. Per quelli c’è il codice penale e ci sono già alcune fattispecie di reato, quali il traffico di influenze illecite, che certo andrebbe riformato, ma questo è un altro discorso. E poi c’è il conflitto di interessi che andrebbe finalmente regolamentato, a mio vedere il vulnus sta li. E il conflitto di interessi non ha nulla a che vedere con la lobbying. Ma anche questi due concetti vengono spesso confusi dalla stampa.

Gli articoli usciti in questi giorni sono il trionfo dell’allusione, come spesso accade, ma di sostanza ce ne è ben poca: si lascia presumere che ogni qualvolta vi sia un’attività di lobbying ci sia un illecito e viceversa. Cioè il lobbista è delinquente per presupposto. Le notizie sono scarsamente approfondite, si confondono i piani, facendo di tutta l’erba un fascio; ripeto lobbying e conflitto di interessi sono due cose diverse.

In realtà, credo fortemente che sia la classe politica a rappresentare l’anello debole della catena, visto che tenta di riformarsi da anni senza troppo successo, noi continuiamo ad essere il capro espiatorio di questa situazione.

Ogni volta che c’è uno scandalo parte in automatico l’appello sulla necessità di regolamentare la lobby. E questo la dice lunga sul presupposto, è come dire dobbiamo istituire una nuova fattispecie di reato, quello di lobby. Tuttavia vorrei far presente che se un politico è investito di un incarico pubblico non è obbligato a istituire un trust aziendale prima della nomina e ciò gli consente (potenzialmente) di agire, durante il suo mandato, in maniera tale da favorire soprattutto gli interessi personali.

Questa come si definisce? I giornali parlerebbero di lobbying e malaffare, pur trattandosi di puro conflitto di interessi. Tuttavia è più comodo giocare sull’equivoco.

Ciò che serve realmente, quindi, per fare chiarezza non è solo una regolamentazione dell’attività di lobbying, ma soprattutto una legge che regoli definitivamente il conflitto di interessi.

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