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Mini tour italiano seguendo ricorrenze e appuntamenti

La costellazione di spunti di viaggio che ricorrenze e appuntamenti periodicamente squadernano consente – a volte suggerisce (o impone), come in questo caso – di segnare destinazioni sulla mappa e di metterle in evidenza. Tracciamo dunque un agile mini-portolano per il 2024 (e oltre) in Italia. Iniziando da Pesaro, Capitale Italiana della Cultura. Ne abbiamo parlato nel numero scorso, qui ricordiamo che il calendario delle iniziative non si limita al capoluogo ma coinvolge cinquanta comuni della provincia (in una staffetta in cui il testimone passa di mano di settimana in settimana) e che in quest’anno bisestile la città marchigiana riesce a festeggiare Gioachino Rossini nel giorno del suo compleanno (era nato il 29 febbraio 1792) prima, durante e dopo il Rossini Opera Festival di agosto.

Rimaniamo in zona spartiti & co per un salto a Lucca a un secolo dalla morte di Giacomo Puccini. Coi suoi quattro chilometri di mura in primo piano o sullo sfondo (meglio entrambe le cose) si passeggia dal teatro del Giglio, immaginando Chet Baker che nei primi anni ’60 suonava la tromba dal balcone della stanza 15 dell’hotel Grand Universe – in città aveva anche trascorso parecchi mesi in cella per questioni di ‘ordine pubblico’ – puntando poi alle tante ville fuori città, una su tutte: la Reale di Marlia. Per tornare poi a palazzo Ducale, arena degli estenuanti virtuosismi di Niccolò Paganini. Nelle cuffie però anche qualche aria composta da Alfredo Catalani – collega e concittadino di Puccini, nato nel 1854 (altro anniversario) – come la celebre “Ebben? Ne andrò lontana” del melodramma Wally.

 

A fine anno Pesaro consegnerà la coccarda ad Agrigento, la città più a sud da quando il riconoscimento è stato istituito dieci anni fa. Non solo Pirandello, lunghissimi litorali, gessi della Scala dei Turchi, bagli nell’entroterra. Ma due luoghi cui dedicare passaggi ripetuti: il Giardino della Kolymbethra nella Valle dei Templi (nella foto sopra) e il Farm Cultural Park di Favara. Il primo sciorina un palinsesto denso, ricco e soprattutto vivo di storie sospese tra botanica e archeologia. Il secondo è un presidio consolidato di fermenti culturali e integrazione col contesto locale, attivo da quindici anni.

Restiamo in tema e in asse – stessa longitudine, 13° est – saltando però di mille chilometri fino al confine con la Slovenia ché è già iniziato il conto alla rovescia per Gorizia Capitale Europea della Cultura 2025 (nella foto il ponte sul fiume Isonzo). L’ultima volta di un’italiana è stata con Matera (2019), vent’anni fa era toccata a Genova (2004) e ora si punta all’ambiziosa novità di una joint bid con Nova Gorica. Lì è sepolto (ma nella ‘italiana’ Gorizia era nato) Carlo Michelstaedter: pensatore appassionato e originale – fautore di una radicale concezione del solipsismo, centripeto (parecchio) e centrifugo (quanto basta) – è stato anche un discreto poeta e un pittore. Un compagno di viaggio diverso, da interpellare mentre in città ci si muove tra l’austerità dei palazzi nobiliari, del duomo, del castello. E oltre, lungo il crinale delle storie di frontiera.

A proposito, ora che le iniziative del cosiddetto Turismo delle Radici iniziano finalmente a prendere timidamente forma, chiudiamo con un passaggio a Pieve di Santo Stefano per l’Archivio Diaristico Nazionale. Da quarant’anni (ennesima ricorrenza) raccoglie, vaglia, valorizza e rilancia un patrimonio pubblico collettivo di memorie in forma di “scritti di gente comune in cui si riflette la vita di tutti e la storia d’Italia”. Niente nostalgie, però. Né retoriche autarchiche ma il viaggiare come conoscenza di luoghi e accoglienza di culture diverse, fino alla prossima partenza. O al prossimo ritorno.

 

L’ora dei transformers

Il boom al rallentatore del turismo trasformativo pare ora convinto e convincente e nel 2024 la sua nicchia potrebbe iniziare a dirsi non effimera. E candidarsi a diventare componente, se non addirittura driver, del comparto travel più mainstream. Spogliato delle connotazioni più contemplative, retro e di matrice olistica – a lungo saldate ad un misticismo on the go (e à la carte) che ha nuociuto alla percezione che l’ha accompagnato e segnato – punta su quattro elementi: consapevolezza e conoscenza, scoperta e incontro.  Conoscenza di sé, in primo luogo (e in ogni luogo): cercando un equilibrio tra gli input esterni e la propria natura di umani ‘erranti’, si impara a viaggiare per vivere meglio. E viceversa, in una sorta di mindfulness itinerante. C’erano una volta eremi et similia per accogliere viaggiatori ansiosi (sic) di combattere l’ansia in auto-lockdown solitari, oggi il mantra lo scandiscono i retreat che promettono (e mantengono) soggiorni trasformativi e rigenerativi, oltre i presunti detox. Idem per gli itinerari – spesso a piedi, in ogni caso a ritmo ‘naturale’ – che raccolgono l’eredità di ciò che resta del turismo dei cammini e ne fanno esperienze di confronto e scambio. Non si va lontano per chiudersi in sé, non si pretende nemmeno di immergersi nelle realtà locali diverse per conoscerle in fondo in pochi giorni. Quale sintesi, dunque? La scoperta graduale dei tanti strati che compongono i contesti diversi dalle zone di comfort abituali: un’esperienza formativa alla volta, in dialogo e in connessione.

 

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