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Sport e inclusività contro l’omotransfobia

Lo sport, con la sua capacità di unire le persone, dovrebbe essere un terreno di gioco equo per tutte e tutti, promuovendo valori come la competizione leale e il rispetto per l’avversario. Tuttavia, l’omofobia e la discriminazione basata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere persistono nella maggior parte delle discipline e nel mondo dello sport in generale, creando un ambiente ostile e divisivo per gli atleti e le atlete LGBT e costituendo una barriera all’accesso.

Per affrontare il problema bisogna arrivare alle radici dell’omotransfobia che permane nella nostra società, e ciò richiede un impegno collettivo da parte di federazioni sportive, istituzioni, atleti e tifosi.

La sensibilizzazione è essenziale per superare gli stereotipi dannosi e umilianti e promuovere una cultura inclusiva: il primo passo è quello che avviene quando un atleta LGBT ha il coraggio di fare coming out, ispirando gli altri e dimostrando che non esistono assolutamente limiti legati a orientamento o identità.

Per dare un’idea di quanto sia esteso e urgente il problema basti pensare che in Italia, dove lo sport più amato da sempre è il calcio (e ovviamente il calcio maschile), in Serie A vi è un solo giocatore apertamente omosessuale. Statisticamente improbabile, questo dato svela che c’è un mondo invisibile e sotterraneo di giocatori che hanno paura di rivelare il loro orientamento in un mondo maschilista e machista per paura di ritorsioni e temendo di sconvolgere – si fa per dire – lo spogliatoio. Non a caso molti atleti dichiarano la propria omosessualità solo dopo il ritiro dalle gare, quando ormai l’attività si è conclusa, come se vivere la propria sessualità fosse un privilegio da conquistare sul campo.

Un atteggiamento che viene puntualmente ripreso anche dalle tifoserie delle squadre italiane, che troppo spesso si macchiano di insulti e offese omofobiche, tra cori e striscioni vergognosi e il benestare o l’indifferenza manifesta della presidenza dei team, ostaggio delle frange più violente. È una piaga che potrebbe essere facilmente contrastata con l’introduzione di regole e sanzioni molto forti e stringenti che puniscano i crimini d’odio anche nel calcio, come d’altronde avviene in svariati Paesi.

Come si può facilmente immaginare, la situazione varia moltissimo tra uomini e donne: nel tennis, per esempio, atlete come Billie Jean King e Martina Navratilova hanno aperto la strada per la visibilità LGBTQ, mentre il tennis maschile ha visto una minore apertura.

A questo proposito, alcune organizzazioni sportive stanno già compiendo passi significativi nella costruzione di uno sport più aperto, come per esempio International Gay Rugby, associazione che raccoglie le squadre inclusive di rugby a livello mondiale. Dal 23 al 26 maggio, oltre 4.000 atleti suddivisi in più di 70 squadre arriveranno a Roma per la Bingham Cup 2024. Per la prima volta tutti gli sportivi – che siano persone cisgender o transgender – potranno gareggiare liberamente nella stessa squadra, anche grazie al via libera della FIR – Federazione Italiana Rugby – che nel proprio regolamento non pone ostacoli in tal senso.

E tuttavia c’è ancora molto da fare, come ci dimostra il caso di Valentina Petrillo, atleta transgender ipovedente, vincitrice della medaglia di bronzo nei 200 e 400 metri ai Mondiali Paralimpici, ferocemente criticata perché avrebbe occupato un ‘posto’ di atlete nate donne. Il criterio della binarietà assoluta della società si riflette anche nel mondo dello sport e se molti settori stanno aprendo ai diritti degli individui transgender, lo sport è spesso impreparato, anche semplicemente dal punto di vista dei regolamenti.

Basterebbe per esempio un piccolo passo nel sentiero dell’inclusione come quello intrapreso da AiCS – Associazione Italiana Cultura Sport – che ha introdotto la carriera alias, in accordo con il settore LGBTI e la Commissione di parità, nel sistema interno di tesseramento e di comunicazione, consentendo a chiunque di indicare un nome di elezione al posto dell’identità segnata dai documenti ufficiali.

Fortunatamente non sono poche le squadre che fanno dell’inclusività il proprio valore fondante: solo a Roma, dove ha sede il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli di cui sono presidente, possiamo ricordare Libera Rugby, Lupi Roma, RoMan Volley, Dream Ital Volley, I Romei, Gruppo Pesce, Fortitudo Calcio 81. Associazioni sportive, queste come tante altre, che non mancano di supportare i Pride di tutta Italia.

In conclusione, il mondo dello sport ha il potenziale e la vocazione naturale per essere un veicolo di cambiamento positivo. Combattere l’omotransfobia nello sport non è soltanto fondamentale per creare una società più giusta ed equa, ma è anche necessario affinché tutti gli atleti e le atlete possano competere al massimo delle loro capacità, liberi da discriminazioni e pressioni.

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