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Il senso dello spazio nell’era del digitale

Quando Walter Benjamin, nel 1936, si interrogò sul significato dell’opera d’arte in un’epoca in cui la tecnologia ne permetteva la riproduzione industriale e di massa, probabilmente non immaginava che, a distanza di quasi 100 anni, la stessa domanda ce la saremmo posta su qualcosa che è sempre stato oggettivo e indiscusso: lo spazio che ci circonda.

Qual è il senso dell’originale artistico – si domandava l’autore tedesco – se la sua forma può essere riprodotta in modo assolutamente identico infinite volte? E, allo stesso modo, ci chiediamo oggi: qual è il senso dello spazio se, con l’avvento del digitale, la nostra presenza può essere moltiplicata ovunque, senza il vincolo del nostro corpo?

Spostarsi è stato, fino a ieri, l’unico modo di ‘essere’ in un luogo. Adesso non è più così. L’idea tradizionale dello spazio come ‘qualcosa’ che è immediatamente a contatto con il nostro corpo è messa in discussione da quella dimensione immateriale che è il digitale, nella quale ‘siamo senza essere’. Tutto questo incide profondamente sulla nostra vita, chiedendoci, in effetti, di rivedere il modo in cui abitiamo ogni contesto e ridefinirne il significato. Il digitale sostituirà il mondo fisico, come racconta Spielberg in Ready Player One? Avatar e ologrammi saranno in grado di restituirci gli stessi impulsi neuronali che caratterizzano la nostra percezione in presenza? Forse. Allora qual è il senso dei luoghi, oggi? Perché dovremmo decidere di spostarci per andare fisicamente da qualche parte?

La domanda riguarda evidentemente tutte le sfere della vita, ma ci sono alcuni ambiti in cui irrompe con maggiore evidenza. Su tutti, il mondo del lavoro. “La tecnologia sta rimodellando la vita e il business – scrive Larry Fink, chairman di BlackRock – Anche il rapporto tra azienda, dipendenti e società viene ridefinito”. Abbiamo vissuto in questi anni la dicotomia casa-ufficio e quasi tutte le aziende – che oggi ridisegnano continuamente soluzioni ibride per le proprie persone – si interrogano su come dare nuova vita a quei luoghi di lavoro che da sempre hanno delimitato il confine della nostra professione. Perché una persona dovrebbe spendere mediamente una o due ore al giorno per andare in un luogo, se può fare ciò di cui ha bisogno da casa o da qualche altro posto in prossimità?

La risposta – ci dicono i dati delle survey più recenti – è nell’esperienza. Questa è la chiave intorno alla quale si sta ridisegnando il significato dello spazio: non più l’accesso ad un contesto funzionale (l’ufficio per lavorare, il negozio per comprare, l’ospedale per curarsi, la scuola per imparare), ma la ricerca di un’esperienza di valore, che arricchisca e ‘aumenti’ il nostro stato d’animo. Un contesto in cui ciascuno di noi sia naturalmente portato a dare il meglio di sé. Quando ciò avviene vuol dire che intorno a noi ci sono delle condizioni che risuonano rispetto a quello che abbiamo dentro e allora la presenza in quel luogo è qualcosa di unico e irrinunciabile.

“Lo spazio è relazione”, chiosava qualche mese fa lo scrittore Alessandro D’Avenia, a margine di un dialogo sul tema che mi vedeva coinvolto. Ed in effetti, dove c’è possibilità di stabilire una qualsiasi relazione – tra persone e persone, tra persone e oggetti, tra persone e luoghi – allora c’è uno spazio che lo consente e lo abilita, ossia rende la relazione agibile e agita. E questo vale non soltanto al di fuori di noi, ma anche dentro di noi. Quello che chiamiamo lo spazio interiore non è che un’estensione di possibilità, un volume nuovo che è indivisibile rispetto al proprio contenuto.

Non esiste, allora, una dicotomia tra spazio fisico e digitale, si tratta di comprendere le modalità in cui queste due dimensioni dello stesso alveo possono integrarsi e ricongiungersi, generando nelle persone una condizione di equilibrio rispetto a ciò di cui hanno bisogno. In questo senso lo spazio fisico si configura sempre di più come hub, come palinsesto di esperienze, come mosaico di opportunità in cui l’elemento caratterizzante è rappresentato dalla vocazione del luogo, dal tipo di community che lo abita, dalla capacità di rispondere alle esigenze mutevoli del percorso di ciascuno di noi, giorno per giorno. Di contro il digitale ne è la prosecuzione intangibile, e rappresenta ulteriori possibilità di accesso all’esperienza, come infiniti touch point che si ancorano allo spazio fisico.

La sfida allora – ed è quello che proveremo a fare su queste pagine, nei prossimi mesi, coinvolgendo voci e punti di vista diversi – è quella di esplorare il pentagramma del cambiamento in corso, nei suoi diversi linguaggi. In che modo questo nuovo concetto di spazio impatta sulle nostre città, modificandone i flussi, i tragitti e persino l’architettura; la necessità crescente di misurare il capitale relazionale dei luoghi, per definire la playlist individuale degli spazi da abitare; il potenziale di innovazione che si può liberare attraverso la connessione digitale di distretti tematici, diffusi in Italia e nel mondo; il modo in cui cambierà la scuola, chiamata ad aprirsi alla città, riconoscendo allo spazio una propria funzione educante; la capacità dei dati di generare soluzioni di rigenerazione dello spazio in modo autonomo.

Sono convinto, da sempre, che spazio ed emozioni abbiano un legame di interdipendenza. Sono le emozioni di chi abiterà un luogo che devono guidare la sua progettazione, sono le emozioni che stabiliranno come e se quel luogo dovrà cambiare e sono le emozioni che ‘sporcheranno’ in modo meraviglioso la perfezione fredda del progetto architettonico. La verità di uno spazio è nella sua capacità di offrire delle sorprese, ha detto il regista Daniele Luchetti durante un tavolo di riflessione sul tema qualche mese fa.
E credo che in questo ci sia la formula dello spazio di domani: la capacità di avvicinarsi il più possibile all’esperienza che le persone desiderano, lasciando però sempre un margine di ‘inatteso’, come una variabile minima che aggiunge alla nostra capacità di determinare le cose, la libertà alla vita di fiorire nella sua autenticità. Nell’alchimia delle proporzioni di queste due componenti è probabilmente celata l’identità di ogni spazio.

*Ceo di eFM

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