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Da banche e finanza mille mld per le armi in 3 anni. La top 10 europea

banche finanza armi

Quanti soldi vengono dati dalle banche mondiali all’industria delle armi? Almeno mille miliardi dal 2020 al 2022, secondo il rapporto ‘Finanza di pace. Finanza di guerra’ commissionato da Fondazione Finanza Etica (Gruppo Banca Etica) e dalla Global Alliance for Banking on Values (GABV), realizzato dalla Merian Research.

Lo studio, presentato in occasione del 16° incontro annuale di GABV, il primo in Italia, ha analizzato l’esposizione del settore finanziario verso la produzione e il commercio di armi utilizzate in conflitti su larga scala.

In tre anni oltre 959 miliardi di dollari sono stati usati dalle istituzioni finanziarie mondiali (per la metà americane) per sostenere la produzione e il commercio di armi. Un dato che gli autori dello studio pensano sia sottostimato, visto che non esiste un database ufficiale che raccolga tutti gli investimenti, i prestiti e i servizi di tutte le istituzioni bancarie e finanziarie del mondo nel settore degli armamenti. “Nonostante gli scarsi dati disponibili e la scarsa trasparenza in questo campo, appare chiaro che il settore finanziario globale è fondamentale nel sostenere la  produzione e il commercio di armi, facilitando, per estensione, i conflitti militari” dice Mauro Meggiolaro di Merian Research, che ha curato il rapporto.

L’industria delle armi negli anni dei conflitti in Ucraina e Palestina

Un trilione in tre anni effettivamente sembra molto, ma nel solo 2023 la spesa globale per la difesa è stata di 2,2 trilioni di dollari. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), le risorse stanziate dai governi per le forze armate arrivano al 2,2% del Pil mondiale. Intanto tra Ucraina e Palestina i mercati stessi hanno iniziati a scommettere sui produttori di armi, le cui azioni hanno raggiunto livelli record.

La metà dei fondi stanziati dai governi a livello globale per le forze armate sarebbe sufficiente per fornire assistenza sanitaria di base a tutti gli abitanti del pianeta e per ridurre significativamente le emissioni di gas serra, secondo uno studio dell’International Peace Bureau.

Il report ricorda che anche se in anni recenti i produttori di armi si sono trovati fuori dalle scelte di investimento di grandi investitori come i fondi pensione, i conflitti recenti li hanno riportato al centro della scena. Si sta “cogliendo l’occasione per sostenere la tesi secondo cui le aziende del comparto bellico dovrebbero essere incluse nei quadri di investimento ESG. A questo proposito, nel novembre 2023 i ministri della Difesa dell’Ue hanno approvato una dichiarazione congiunta sul rafforzamento dell’accesso dell’industria della difesa ai finanziamenti, in nome della sua presunta capacità di contribuire alla pace, alla stabilità e alla sostenibilità in Europa. Così, alcune istituzioni finanziarie che avevano escluso gli armamenti dai loro investimenti, hanno modificato le loro politiche di investimento per accogliere questi sviluppi. Sono a oggi casi isolati, ma dimostrano che l’esclusione delle armi dagli investimenti e dai prestiti non è scontata, nemmeno tra gli investitori sostenibili”, si legge nella nota che ha accompagnato il rapporto.

Armi, le top 10 degli investitori: nel mondo…

Nel triennio analizzato, metà del trilione investito è arrivato dagli USA, mentre 79 miliardi provengono dai primi 10 investitori europei.

Quali sono quelli che finanziano di più l’industria? Secondo l’analisi nelle top ten (mondiale ed europea) non ci sono italiane.

Top 10 degli investitori a livello globale:

  • Vanguard $92bn
  • State Street $68bn
  • BlackRock $67bn
  • Capital Group $55bn
  • Bank of America $45bn
  • JPMorgan Chase $33bn
  • Citigroup $28bn
  • Wellington Management $27bn
  • Wells Fargo $25bn
  • Morgan Stanley $24bn

…E in Europa

I primi 10 investitori europei hanno contribuito collettivamente con 79 miliardi di dollari, circa l’8% del totale, e sono tra le prime 40 istituzioni finanziarie che investono nell’industria degli armamenti a livello globale.

Secondo il rapporto, mentre la maggior parte di queste banche ha una politica dei rischi relativa al settore della difesa, alcune banche limitano l’applicazione di questa politica al finanziamento di specifiche transazioni di armi. Queste politiche consentono alle banche di fornire prestiti aziendali generali e sottoscrizioni ai produttori di armi, che “possono quindi utilizzare questi prestiti a propria discrezione (e potrebbero usarli per finanziare la produzione per il commercio di armi ad alto rischio)”, si legge nel report.

Ecco la top 10 degli investitori a livello europeo:

  • BNP Paribas , Francia,  $14 mld
  • Deutsche Bank, Germania, $13 mld
  • Crédit Agricole, Francia $10 mld
  • Société Général, Francia, $7 mld
  • UBS, Svizzera, $7 mld
  • Barclays, UK, $6 mld
  • Groupe BPCE, Francia, $6 mld
  • Legal & General, UK, $5 mld
  • Santander, Spagna, $5 mld
  • Banco Bilbao Vizcaya Argentaria – BBVA, Spagna,  $5 mld

I criteri di investimento

Ogni investitore adotta dei criteri di esclusione per capire dove investire, ricorda il report. Ad esempio la maggior parte dei fondi esclude le armi “controverse” già vietate da leggi e accordi internazionali, cioè le mine antiuomo, le bombe a grappolo, le armi chimiche e biologiche.

Un rapporto del 2020 dell’ONG Pax ha rivelato che 88 tra banche, compagnie assicurative, fondi pensione, fondi sovrani e gestori patrimoniali avevano investito circa 9 miliardi di dollari in sette società produttrici di bombe a grappolo, con sede in Brasile, India, Cina e Corea del Sud. Tra gli investitori in ‘cluster munitions’ riportati dal rapporto ci sono anche le americane Blackrock, Vanguard e Citigroup.

Alcuni investitori estendono questo divieto anche alle aziende che producono armi nucleari, armi all’uranio impoverito e fosforo bianco, date le difficoltà nel controllarne l’impatto, soprattutto sui civili. L’ultimo ambito di esclusione riguarda le aziende produttrici di equipaggiamenti e servizi militari che comprende armi, forniture militari ed equipaggiamenti che possono essere utilizzati per scopi militari, compreso il software utilizzato dagli eserciti.

Poi ci sono le banche etiche.

Le 71 banche aderenti alla GABV non hanno alcuna esposizione materiale alla produzione o al commercio di armi. Secondo la nota che accompagna il rapporto questa esclusione, se resa nota, sensibilizza l’opinione pubblica sul fatto che investire in armi non è come investire in un’industria convenzionale, perché i cosiddetti “sistemi d’arma” hanno un effetto catastrofico sulle persone, sulla società, sull’economia e sull’ambiente, provocando migliaia di vittime civili e di fatto amplificando le guerre. In secondo luogo, l’esclusione rende più difficile per le aziende produttrici di armi acquisire capitali.

Chi disinveste dalle armi

Oltre all’esclusione, va anche considerato il fenomeno del disinvestimento, soprattutto quello in armi nucleari. Il report, citando le Ong Pax e Ican, sottolinea che cresce il numero di istituzioni finanziarie che stanno cambiando o hanno cambiato le loro politiche per escludere gli investimenti in armi nucleari è cresciuto costantemente nell’ultimo decennio.

L’appello delle banche etiche

Insomma, da una parte i trend della finanza degli ultimi anni hanno spinto verso un allontanamento dal mondo delle armi. Dall’altra gli avvenimenti geopolitici le hanno poste sotto una nuova luce.

Non è un caso se a Milano, all’incontro annuale di GABV, è stato presentato il Manifesto per una finanza di pace: “Condanniamo fermamente ogni tipo di violenza, combattimento o guerra, in qualsiasi circostanza e ovunque avvenga. La risoluzione duratura dei conflitti può avvenire solo attraverso un dialogo aperto e una collaborazione sincera, come mezzi per costruire la fiducia che sottende alla pace. Per questo, invitiamo l’industria finanziaria a smettere di finanziare la produzione e il commercio di armi, incoraggiamo le istituzioni a introdurre o ampliare politiche esistenti che limitino il finanziamento all’industria delle armi e chiediamo di divulgarle in modo trasparente. Infine, invitiamo gli istituti finanziari a unirsi a GABV ed esprimere sostegno a questa Dichiarazione”.

“Dai tempi della guerra fredda, mai il mondo aveva assistito a una corsa al riarmo come quella che stiamo vivendo. Da ogni parte arrivano spinte per aumentare le spese militari mentre consulenti finanziari in tutto il globo esultano per le impennate dei profitti e dei rendimenti registrate negli ultimi mesi dal comparto bellico. E’ nostro dovere incoraggiare persone e istituzioni finanziarie a chiedersi fin dove è lecito fare profitti con le catastrofi. L’illusione che un mondo più armato sarà un modo più sicuro e più in pace è smentita dai fatti: alla crescita della spesa militare globale ha sempre corrisposto un aumento dei conflitti. Oggi sentiamo parlare con disinvoltura addirittura del possibile utilizzo di armi nucleari: è un passo indietro che non possiamo accettare. La finanza può cambiare il corso degli eventi e le banche della GABV sono in prima linea insieme ai milioni di persone e organizzazioni che le hanno scelte per non essere complici di questa deriva”, ha detto Anna Fasano, presidente di Banca Etica.

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