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In questa Russia fragile, Mosca si prepara all’offensiva “finale”

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La musica ruvida dei Piknik, un’istituzione del rock russo, e poi, tutt’a un tratto, spari, urla, fuoco. Mosca si risveglia in un bagno di sangue. Sono più di 140 le vittime dell’attacco terroristico di matrice islamista nel cuore dell’impero russo. Ad esser presa di mira una sala concerto, undici gli arrestati, quattro i terroristi che hanno aperto il fuoco sulla folla, a volto coperto, come nel peggiore degli incubi, armati, ironia del destino, proprio da Kalashnikov, il fucile d’assalto più famoso del mondo, orgogliosamente russo.

L’Isis, la cui branca afghana, Wilayat Khorasan, si propone di rifondare un califfato che riunisca le ex repubbliche sovietiche del Turkmenistan, del Tagikistan e dell’Uzbekistan, ha rivendicato l’attentato, nonostante le iniziali accuse del Cremlino fatte ricadere sull’Ucraina.

C’è chi ritiene che lo Zar possa utilizzare strumentalmente questa carneficina per legittimare una nuova contro-offensiva contro Kiev. Secondo tale narrazione, il governo ucraino avrebbe consentito ai terroristi di transitare sul suo territorio, indebolendo in questo modo l’apparato di sicurezza del Cremlino. Con questa scusa, alcuni esponenti dell’establishment russo, tra i quali l’ex presidente Dmitry Medvedev, suggeriscono raid contro la dirigenza stessa del paese. In tale contesto, il Cremlino potrebbe imporre la legge marziale, silenziare ancora di più l’opposizione interna con l’uso brutale della forza, attaccando ancor più violentemente l’Ucraina per fiaccarne la resistenza.

Ad oggi, però, la preoccupazione maggiore è quella di prevenire il panico ed evitare spaccature in un Paese multietnico e multiconfessionale, dove i musulmani rappresentano una cospicua minoranza e il jihadismo di stampo islamico rappresenta una seria minaccia alla tenuta dello Stato dopo lo scioglimento dell’Urss.

Insomma, una tragedia quella alla Crocus City Hall di Mosca,  figlia di una vendetta. E forse il ruolo che Mosca ha ricoperto nelle operazioni militari in Siria al fianco di Turchia e Stati Uniti per sradicare lo Stato Islamico ne appresenta il movente.

Curioso, però, è il fatto che tutto sia accaduto una settimana dopo le elezioni che hanno incoronato lo Zar presidente della Santa Madre Russia. Di nuovo. Vladimir Putin è stato eletto con un’affluenza al 77% e l’87,2% delle preferenze (dieci punti in più rispetto al 2018 quanto incassò il 76,5%). Elezioni farsa? Certamente.

Il risultato elettorale

Vera o falsa che sia, però, Putin riceve quella legittimazione di cui aveva bisogno per portare avanti la sua visione politica (un sistema di potere sempre più accentrato, che non lascia scampo ad alcuna opposizione), economica (all’insegna di un’autonomia strategica e un riavvicinamento agli alleati, Cina e Iran in testa), e militare. L’”operazione” speciale in Ucraina ha ottenuto ufficialmente il beneplacito della popolazione. Alcune indiscrezioni sostengono che il Cremlino stia predisponendo un’offensiva di “primavera”. Più di 100mila nuovi soldati da mandare al fronte potrebbero mettere fine alla resistenza ucraina. Questa volta definitivamente.

Eppure, il discorso post-vittoria elettorale del presidente non lascia nulla all’immaginazione. “Ci riprenderemo i territori occupati, libereremo l’Ucraina dai nazisti, porteremo a termine l’operazione speciale”. Ora però, forte del suo consenso, non si fermerà. Mentre nel campo occidentale le elezioni sono state condannate da quasi tutti i paesi, a congratularsi per la vittoria plebiscitaria sono stati invece i fedeli compagni di viaggio. Il presidente cinesi Xi Jinping ha ribadito l’“amicizia senza limiti” che lega Pechino a Mosca.

Così anche il suo omologo iraniano, Ebrahim Raisi. Ad aggiungersi, però, anche Mr. Narendra Modi. Il presidente indiano si augura che possa proseguire con Mosca una partnership “strategica, speciale e privilegiata”. Realismo puro. Nuova Delhi tiene molto ai suoi affari con Putin, in particolar modo quelli legati al  fiorente business delle armi e del petrolio. Non è un mistero che il greggio russo venga prima commercializzato ai paesi del Sud globale, tra cui l’India, e poi rivenduto, dopo essere staro raffinato, agli occidentali, aggirando in questo modo le sanzioni.

Ad accodarsi alla “marcia trionfale” dello Zar di tutte le Russia c’è anche il Venezuela, con il suo leader socialista chavista Nicolas Maduro, Cuba, le giunte militare di Mali e Niger dell’Africa subsahariana. Mai come in questo momento gli schieramenti globali vengono alla luce così nitidamente.

Nel suo discorso post-elettorale Putin non ha poi perso occasione di rispondere piccato a chi ha giudicato il processo elettorale “farlocco”, sostenendo che le elezioni tenutesi in Russia, in parte per via telematica, sono di gran lunga più democratiche di quelle statunitensi, criticando il voto postale americano e strizzando così l’occhio a Donald Trump che, ricordiamolo, forse sarà il futuro Presidente degli Stati Uniti. Gli equilibri si modificano.

Eppure, è indubbio. Una parte della popolazione sta con Putin, convinta che solo lo Zar possa governare l’Impero. La Russia è fame e freddo. Le aspirazioni di libertà si potranno pur concentrare nei grandi centri urbani, nelle “cosmopolite” San Pietroburgo e Mosca, ma nella Siberia più profonda il popolo apprezza lo Zar, garantisce la loro sicurezza.

Vista sull’inverno di Novosibirsk, la città più popolosa della Siberia, la Russia profonda.

Bisogna poi essere obiettivi. Dopo tutti i pacchetti di sanzioni approvati negli ultimi due anni, l’interruzione delle forniture di gas all’Europa, l’embargo petrolifero, l’esclusione dai sistemi di pagamento internazionali, l’economia russa tutto sommato tiene. La Russia non è fallita. Anzi.

L’economia cresce…

L’inflazione, dopo un’iniziale impennata causata anche dalla guerra in Ucraina, è ora sotto controllo. Solo a febbraio, i prezzi sono cresciuti solo dell’0,6% rispetto all’1,1% della fine 2023. Grazie ad una ferma politica restrittiva da parte della Banca Centrale Russa, gli alti tassi di interesse hanno incoraggiato i russi al risparmio. E dunque, in generale, la performance economica russa si trova in linea con il trend pre-invasione dell’Ucraina. Il PIL, in termine reali, è cresciuto di ben il 3% nel 2023.

All’abbandono dei grandi marchi occidentali come BMW e H&M si sono sostituiti omologhi cinesi e russi. Complice la guerra, gli impianti manifatturieri del paese, un tempo di proprietà di alcune aziende occidentali, si sono oggi riorientati verso una produzione locale (Mosca promuove una politica di generosi sussidi all’industria domestica), un’autonomia strategica reindirizzatasi verso partner più vicini. La Cina, prima fra tutti. Pechino compra a buon mercato il gas e il petrolio russo. Denari che entrano nelle casse del Cremlino per tarare l’economia russa su esigenze di guerra.

…Ma quella di guerra

Dall’integrazione dei mercati capitali e il rigore fiscale della fase post-sovietica al controllo dei capitali e l’aumento della spesa pubblica nel settore militare è un attimo. È la nuova fase dell’economia putiniana.

Eppure, non tutto è come sembra. È vero, la disoccupazione ha raggiunto livelli record, bassissimi. Si attesta al 2,9%. Ma l’incrocio tra l’aumento dei salari e la mancanza di manodopera non per forza è un segnale di ripresa. Affatto. Infatti, la priorità assoluta data al comparto militare sottrae forza lavoro a tutti gli altri settori. Gli uomini chiamati al fronte sono quasi 318.000, 460.000 i reclutati a contratto, mentre i russi che hanno lasciato il paese dalla guerra in Ucraina sono intorno ai 500-600.000. La scarsità di manodopera, che influenza il basso tasso di disoccupazione registrato, è dunque un problema molto serio, alcuni dicono “catastrofico”, che Mosca deve affrontare.

Soldati russi al fronte.

Dall’altra parte poi, grazie ai risparmi, i consumi crescono ma la produzione interna non riesce a soddisfare la domanda crescente. E dunque, aumentano le importazioni. Il saldo commerciale russo è in negativo mentre i prezzi dell’energia, una delle fonti di reddito sostanziali per l’economia russa, calano. In ogni caso, il Cremlino sembra non curarsene: per il 2024 è stato programmato un ulteriore aumento record della spesa militare a 10.800 miliardi di rubli. Per la prima volta dall’URSS la spesa sociale verrà superata da quella militare.

In poche parole, come la società, anche nell’economia è in atto un fine processo di militarizzazione. Una corsa agli armamenti che droga il mercato, stimolando almeno per il momento l’economia. Ma se la guerra dovesse finire? I più colpiti saranno proprio i cittadini. E il motore russo, la macchina bellica si spegnerebbe di colpo. Sarà molto difficile riconvertire l’industria bellica per usi civili.

Paradossalmente, però, per il 2024 l’economia russa resiste, le minacce di un default del paese sembrano sempre più lontane. Con il sommo dispiacere del blocco occidentale. Ora, però, rispetto e dolore per le vittime del vile attacco terroristico che ha colpito al cuore il sistema di sicurezza putiniano.

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