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Rivoluzione rigenerativa, l’agricoltura del futuro

Qualsiasi industriale, posto di fronte all’alternativa tra un processo di produzione che svaluti gli asset tecnologici dell’azienda e uno che li preservi, sceglierebbe il secondo. L’asset principale dell’agricoltura, il suolo, è stato invece progressivamente deteriorato nonostante sia disponibile una ‘tecnologia’ alternativa, capace di assicurare risultati complessivi superiori e un miglioramento della qualità del suolo. Questa tecnologia superiore è l’agricoltura rigenerativa.

L’agricoltura convenzionale è votata alla massimizzazione del prodotto e all’economia di scala. I terreni sono trattati come un semplice sostrato che, con l’apporto di input esterni (primi tra tutti i fertilizzanti di sintesi), garantisce una produzione abbondante. Per gli imprenditori che adottano questo approccio gli asset sono i macchinari.

Le controindicazioni sono molteplici. La produzione dei fertilizzanti, per incominciare, richiede un immenso dispendio di energia, per lo più da fonte fossile e perciò inquinante. L’Europa, in secondo luogo, ne importa il 95%, per i due terzi da paesi geopoliticamente a rischio come la Russia e la Bielorussia. Inoltre, questo tipo di agricoltura degrada sensibilmente la qualità dei terreni. Il rapporto Salute del suolo dell’Ispra evidenzia che l’80% dei terreni agricoli è sottoposto a fenomeni erosivi, il 68% di quelli adibiti a pascolo ha perso più del 60% del carbonio organico originariamente presente (disperdendolo nell’atmosfera ed accelerando così il cambiamento climatico), il 23% presenta azoto in eccesso.

La stragrande maggioranza di questi effetti sarebbe evitabile adottando l’agricoltura rigenerativa, un approccio che enfatizza pratiche agricole sostenibili che riducono al minimo la perturbazione del suolo e promuovono la biodiversità. Oltre alla riduzione dell’utilizzo di macchinari agricoli (fino alla semina su sodo, che non prevede l’aratura), l’approccio suggerisce una serie di pratiche, tra cui l’introduzione di coltivazioni di copertura nell’ambito della rotazione delle colture. Queste coltivazioni sono costituite da piante che creano un ambiente propizio per la biodiversità, e assorbono anidride carbonica, poi stoccata in forma di carbonio nei terreni quando le piante vengono appositamente distrutte nei campi prima della coltura da reddito successiva.

Una valutazione condotta dall’Invernizzi AGRI Lab di SDA Bocconi sui dati di una sperimentazione ultra-decennale su terreni della Pianura Padana mostra che l’agricoltura rigenerativa non solo allinea le operazioni agricole con obiettivi etici ed ecologici, ma ha anche una ragion d’essere economica. La resa dei terreni ad agricoltura rigenerativa si allinea a quelli dell’agricoltura convenzionale già dopo i primi due anni – ma a costi assai inferiori perché sono necessari meno input di sintesi, dai fertilizzanti al gasolio per i trattori, che può essere ridotto fino al 70%. Ma questo non può e non deve essere l’unico parametro di valutazione. Se il principale asset di un’azienda agricola sono i terreni, è su questi (e non sui macchinari) che si devono condurre le tradizionali valutazioni di efficienza e la produzione non può essere considerata l’unico output di riferimento. Nel quadro devono rientrare anche i cosiddetti servizi eco-sistemici, come lo stoccaggio del carbonio, la riduzione dei fertilizzanti e la biodiversità.

Adattando a queste esigenze un diffusissimo e flessibile strumento di valutazione dell’efficienza degli asset tecnologici (l’Oee, Overall equipment effectiveness), osserviamo che il suo valore nei terreni ad agricoltura rigenerativa è circa 6 volte superiore rispetto a quello dei campi coltivati in modo convenzionale.

Perché, allora, l’agricoltura rigenerativa non è più diffusa? Oltre alla naturale resistenza al cambiamento, pesa anche la mancanza di una struttura di incentivi adatta. L’Unione europea la annovera tra le soluzioni naturali atte a contrastare il cambiamento climatico, ma pone tutta l’attenzione su un solo parametro, lo stoccaggio di anidride carbonica, insufficiente a innescare il cambiamento.

Ad oggi, il passaggio al rigenerativo si tradurrebbe in un incentivo di circa 10 euro l’ettaro; quello al biologico ne frutta 300. Una spinta importante potrebbe darla il mercato creditizio. I prestiti alle aziende agricole sono garantiti al 70% dal valore dei terreni e le banche sono sempre più sottoposte ai regolamenti ESG. L’approccio rigenerativo è ESG-compliant e garantisce un apprezzamento dei terreni che può arrivare, secondo le nostre stime, al 6%. Potrebbe, perciò, garantire prestiti più abbondanti e meno costosi per le aziende agricole.

*Vitalliano Fiorillo è associate professor of Practice di operations and technology presso Sda Bocconi School of Management, dove dirige l’Invernizzi AGRI Lab – Romeo ed Enrica Invernizzi Agribusiness research initiative.

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