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Rose Villain vittima di ‘deepnude’. Ma non esiste una legge specifica che punisca il reato

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A settembre 2023 era successo all’attrice britannica Keira Knightley e Hollywood aveva immediatamente cominciato la sua battaglia contro l’intelligenza artificiale, prima ancora che attori e sceneggiatori si opponessero alla proposta di sfruttare l’AI nel cinema. Adesso, è stata la cantante italiana Rose Villain (nella foto in evidenza) a diventare vittima di ‘deepnude’: una sottocategoria dei deepfake in cui, attraverso la manipolazione di immagini o video di persone ignare, un soggetto viene ritratto nudo.

“Stanno girando foto di me nuda. Sono dei fake, ma la cosa mi mette a disagio e mi fa sentire violata”, ha scritto l’artista sul suo profilo Instagram. Che ha poi aggiunto: “Ho già sporto denuncia, ma vorrei ricordare che è illegale ed è punibile chi crea, diffonde e condivide materiale di questo tipo. Il revenge porn è una violenza a tutti gli effetti e queste cose possono succedere anche a persone fragili che magari non sanno proteggersi”.

Sì, è vero. È una violenza a tutti gli effetti e la vittima può avere pesanti ricadute psicologiche. Ma siamo sicuri che ‘deepnude’ e ‘revenge porn’ siano la stessa cosa?

Il revenge porn è un reato grave, regolato dall’art. 612 ter del codice penale, che punisce con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro. Si tratta della condivisione di contenuti intimi via web senza il consenso dei protagonisti coinvolti.

Con il deepnude questi contenuti vengono diffusi allo stesso modo: con la differenza che sono falsi, ‘fake’, generati per mezzo dell’AI.

Il codice penale vigente non prevede una norma specifica dedicata agli illeciti commessi con l’intelligenza artificiale. “L’art. 612 ter non è propriamente applicabile alla categoria dei deepnude perché riguarda altri profili da un punto di vista penalistico”, spiega a Fortune Italia l’avvocato Alfredo Esposito, specializzato in diritto digitale.

“Ci dovrebbe essere un’integrazione sulla scorta di quanto avvenuto con il 600 quater 1 c.p., che riguarda la pornografia virtuale. In questo caso è stato previsto un allargamento specifico in relazione ai minori, ma perché c’era una categorizzazione ben delineata. Il revenge porn, invece, potrebbe non rientrare in questi profili”.

A livello legislativo la discussione è di natura globale. Negli Usa, Keira Knightley davanti alle difficoltà nell’avere una risposta giudiziaria, ha provocatoriamente detto di preferire “chiedere tutela alle piattaforme”, dal momento che quando viene fatta una segnalazione relativa alla violazione di copyright (in cui rientra in Italia la tutela dell’immagine personale) “agiscono più rapidamente”.

Difendersi dai deepfake 

Ci rendiamo sempre più conto di quanto l’AI (e in particolare l’AI generativa) sia uno strumento imprescindibile sotto ogni punto di vista: per lo sviluppo della società e per l’economia. Ma se non ci saranno presto regolamentazioni più chiare e mirate, il rischio è che le bolle ‘fake’ si amplino così tanto da rendere difficile (e già lo è) distinguere tra ciò che è reale e ciò che non lo è. Senza considerare che il fenomeno ormai non riguarda più soltanto i personaggi famosi, ma coinvolge anche persone comuni.

“Difendersi non è semplice. Viviamo in un mondo iperconnesso e le nostre informazioni sono praticamente alla mercé di chiunque. Recentemente, Mira Murati, Cto di OpenAI, in un’intervista al Wall Street Journal che le domandava quali dati fossero stati utilizzati per il training di Sora (il modello di AI generativa sviluppato da OpenAI e specializzato nella produzione di video, ndr), si è rifiutata di rispondere. È stata piuttosto evasiva, perché le compagnie sanno che per portare avanti l’AI stanno violando una serie di diritti, tra cui quelli di immagine e di copyright”, ricorda Esposito.

D’altra parte, nemmeno individuare e identificare gli autori di reati legati ai deepfake è facile. L’identità digitale, suggerisce l’avvocato, potrebbe essere una buona soluzione. “Non deve essere una tracciatura di quello che facciamo in rete, ma un modo per controllare l’accesso a determinate piattaforme di massa con un’esposizione forte, come i social. Facebook, ad esempio, chiede di fornire un documento di identità”, continua.

Il discorso, a ogni modo, in questo momento deve essere fatto soprattutto sul piano culturale, non sanzionatorio. “Non ci sono ancora abbastanza controllori e controlli per fermare la circolazione di immagini. Magari in futuro saranno implementati software capaci di distinguere le varie filigrane che vengono apposte per comprendere se un contenuto sia stato generato artificialmente o meno. Ma anche questa sarà una cosa per addetti ai lavori, riservata ai tecnici. Senza norme, la massa generale rischierà di essere travolta da un’avanzata tecnologica anarchica”.

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