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Aldo Patriciello: Recovery Fund per sanare il divario tra Nord e Sud

In campagna elettorale il rischio, almeno in Italia, è sempre lo stesso: discutere di populisti, europeisti, destra, sinistra, euroscettici. Ne parla Aldo Patriciello che da parlamentare europeo uscente conosce l’istituzione e le sue potenzialità.

L’intervista

Quali temi le piacerebbe fossero affrontati e dibattuti per chiedere il consenso agli italiani?

Mi piacerebbe che si parlasse di Europa: niente di più e niente di meno. La campagna elettorale non deve trasformarsi nel solito referendum pro o contro il Governo. Un limite, purtroppo, tutto italiano che ci portiamo avanti da un po’. A perderne è la qualità del dibattito e il diritto degli elettori a discutere dei temi che riguardano il futuro dell’Europa. Mi auguro che stavolta si possa invertire la rotta.

Spesso diciamo che l’Europa è un gigante economico ma un nano politico. Perché su temi cardine come politica estera, difesa, fisco, immigrazione, commercio, l’Europa non riesce a parlare con una sola voce e dunque a ragionare come attore importante a livello planetario come lo sono Usa e Cina?  

Perché non c’è unità politica, al di là del fatto che la si voglia oppure no. Sta di fatto che è così ed è una circostanza che ci porta, nelle crisi internazionali, ad esempio, ad avere 27 voci diverse invece che una voce sola. Stesso discorso vale per temi importantissimi come la difesa e l’immigrazione. Le pare possibile che i Paesi Ue del Mediterraneo come l’Italia, la Spagna e la Grecia debbano affrontare, completamente da soli, il flusso dell’immigrazione con tutto l’enorme carico dei problemi che comporta? Se si vuole davvero cambiare lo stato delle cose la soluzione è una sola: togliere l’unanimità e il diritto di veto in sede di Consiglio Ue che paralizza il grosso dell’attività.

Anche gli avversari politici riconoscono che lei è una persona pragmatica, attenta ai problemi da risolvere e non alle ideologie. Al netto della polemica politica che cosa può fare l’Europa per il Sud del nostro Paese, per risolvere quel gap infrastrutturale con il Nord di cui spesso di parla ma che sembra difficile da colmare?

L’unica ideologia che vale la pena seguire è quella che risolve i problemi dei cittadini. Vengo dal mondo dell’impresa, per cultura personale e politica alle parole ho sempre preferito i fatti. Non so se questo sia o no pragmatismo, ma quello che è certo è che l’ultima cosa che la politica deve fare è stare con le mani in mano aspettando il tempo che passa. Ecco perché sono stato ben felice di lavorare in questi anni sulla messa in opera e l’approvazione del Recovery Fund, tradotto poi in Italia con il Pnrr. Stiamo parlando di un piano da 200 mld di euro che servirà anche a recuperare il famoso divario infrastrutturale tra Nord e Sud. Un divario – è bene ricordarlo –  che dura da troppo tempo e che le istituzioni europee hanno sempre indicato come uno dei principali mali del nostro Paese. Ma anche qui, attenzione: non bisogna farne un dogma ideologico o, peggio ancora, una battaglia di campanile. Le infrastrutture servono al Sud perché i cittadini meridionali ne hanno diritto. E servono al Paese intero perché senza lo sviluppo del Sud la crescita del Paese rimane una crescita a metà.

Politicamente lei è un moderato ancorato da sempre al centrodestra. Ora si ricandida con la Lega di Matteo Salvini. Questo cambia qualcosa nella sua attività politica di uomo del Sud impegnato per Molise, Abruzzo, Calabria, Basilicata, Campania, Puglia, l’intero Sud?

Essere candidato alle europee nella Lega non sposta di una virgola il mio impegno per il Sud e il mio modo di intendere la politica. Anzi: è l’occasione di sfatare un bel po’ di luoghi comuni sulla Lega e di dimostrare che è possibile cambiare le cose con serietà e impegno. Certo, non sono nato ieri e conosco l’obiezione che in molti stanno avanzando: “La Lega è anti-meridionale, fa gli interessi del Nord” e via dicendo. Ma questo ragionamento non tiene conto della realtà dei fatti, e cioè che la Lega è un partito totalmente diverso; un partito ambizioso che punta a radicarsi e a crescere soprattutto nel Mezzogiorno. Ma soprattutto: un partito con una classe dirigente solida, fatta di amministratori capaci, pragmatici. Basti pensare che i tre governatori di centrodestra più amati secondo l’ultimo rapporto del Sole 24 Ore sono tre leghisti: Zaia, Fedriga e Fontana.

Il dicastero del vice premier Matteo Salvini, quello delle Infrastrutture, ha competenze e risorse economiche per aprire o riaprire cantieri importanti per realizzare o completare quelle opere essenziali per lo sviluppo del Sud: dighe, strade, autostrade, alta velocità ferroviaria. Ecco, a proposito di pragmatismo: ne ha parlato con Salvini di queste cose?    

Assolutamente sì. Sono molto orgoglioso che dopo decenni di chiacchiere si stia finalmente per dare inizio ai lavori di un’opera fondamentale e strategica come il Ponte sullo Stretto. E il fatto che a volerlo fortemente sia un partito accusato fino a ieri di essere contro il Sud la dice lunga sulla falsità di tali accuse. Ad ogni modo il ponte è solo la punta dell’iceberg di un piano molto più ampio. Perché una cosa è certa: il Sud d’Italia deve correre sulle sue infrastrutture. Quelle di oggi, ma soprattutto quelle di domani. Sono tanti i cantieri aperti, e ancora di più quelli che apriranno, contribuendo a dotare il Mezzogiorno di opere moderne e sostenibili. Dall’alta velocità che, dopo la tratta Napoli-Bari, è destinata ad arrivare fino in Calabria, al progetto del Ponte sullo Stretto di Messina essenziale per rendere il Sud hub strategico del Mediterraneo grazie alle sue infrastrutture. E poi alta velocità ferroviaria, nuove arterie stradali, linee metropolitane, ponti, progetti di riqualificazione urbana sono i grandi strumenti che oggi attraverso Pnrr, fondi europei, risorse nazionali e locali possono risollevare il Mezzogiorno.

Flussi migratori nel Mediterraneo. Quale è la strada per ridurre il peso degli arrivi in Italia di migranti? Basterà promuovere la cooperazione e la stabilità politica e sociale nei Paesi di origine dei migranti o occorrono altre misure di Bruxelles?

Servono senza dubbio entrambe le cose. Ma prima di ogni altra valutazione serve che ognuno si assumi la propria fetta di responsabilità. Che tradotto dal politichese significa una sola cosa: l’Italia non può essere lasciata sola ad affrontare un problema enorme come questo. Occorrerà rivedere il regolamento di Dublino che non ha più ragione di esistere alla luce delle attuali condizioni storico-politiche. La frontiera dell’Italia è la frontiera dell’Europa: è tempo che questa verità geografica si trasformi in azione politica. Detto questo occorre però essere onesti e dire la verità: il nostro Paese accoglierà sempre coloro che scappano dalla guerra e dalle persecuzioni, ci mancherebbe. Ma non possiamo accogliere tutti i migranti “economici”: servono procedure più veloci per l’accoglienza e il riconoscimento. Chi ha diritto resti pure e sia accompagnato ad una piena integrazione. Ma chi non ne ha il diritto se ne torni nel suo Paese.

Cambiamento climatico: quali azioni proporrà a livello europeo per affrontare questa sfida?

Beh, in questi anni come membro della Commissione ambiente del Parlamento europeo mi sono occupato tantissimo di cambiamento climatico e di tutti i temi ad esso collegati. Qui entriamo in un tema a dir poco cruciale per il futuro non solo dell’Ue ma del mondo intero. E per farlo dobbiamo partire da un assunto tanto semplice quanto veritiero: non abbiamo un altro pianeta in cui vivere. Non c’è un “piano B”, dunque. I cambiamenti climatici cui stiamo assistendo non fanno altro che confermare l’esigenza di invertire la rotta una volta e per sempre. L’Ue è stata ed è orgogliosamente in prima linea su questo fronte. Abbiamo lavorato moltissimo in Commissione ambiente in questi ultimi anni e siamo fieri dei risultati raggiunti. Il Green New Deal varato lo scorso anno trasformerà l’Unione Europea in una società giusta e prospera, con un’economia di mercato moderna e dove le emissioni di gas serra saranno azzerate, e la crescita sarà sganciata dall’utilizzo delle risorse naturali. Un cambiamento epocale, dunque. Resta da superare lo scoglio dei Paesi terzi, è vero. Ma le trattative per una cooperazione rafforzata in questo ambito sono a buon punto. Sono certo che si troverà un accordo per soddisfare le esigenze di tutti. Altro tema, però, è evitare di fare anche del “green” un’ideologia che possa andare a danneggiare le nostre aziende e i cittadini. Ecco, io penso che in quel caso ci troveremmo dinanzi a delle politiche da contrastare senza se e senza ma.

 

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