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L’Iran: l’Impero che si fece Teocrazia

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L’Islam o è politico o non è niente. Parole forti, queste, pronunciate dell’Ayatollah Khomeini (nella foto in evidenza) all’alba della rivoluzione iraniana del 1979 che trasformò il Paese da una monarchia ereditaria in una vera e propria teocrazia. Si, perché l’Iran è forse uno dei pochi Stati al mondo ad essere guidato da una guida spirituale, l’Ayatollah (colui che è religiosamente il più saggio), eletto da un consiglio di 12 anziani esperti, rigorosamente religiosi, che ha il potere di guidare gli eserciti e di dichiarare guerra. Insomma, un regime estremamente conservatore che torna oggi protagonista della scena mondiale ma che bisogna tuttavia comprendere anche a partire dalla sua incredibile storia.

Ebbene, quando si parla di Iran la memoria torna subito all’antica Persia, un impero millenario che, mai conquistato da alcuna potenza, ha conservato un certo nazionalismo intrinseco che affonda radici profonde nella sua cultura plurisecolare. Un Paese di 4000 anni, dimora di Ciro e Dario il Grande e poi di Serse, le cui armate si scontrarono contro i greci nella battaglia campale di Maratona. Gli stessi persiani che affrontarono i 300 spartani alle Termopili, battendo il coraggioso Leonida.

Proprio nell’antica Persia prese piede poi un culto, quello dello zoroastrismo, una religione monoteista che ha profondamente influenzato le filosofie occidentali. Non è un caso che Nietzsche scrisse uno dei suoi capolavori “E così parlò Zaratustra” perché affascinato dalle intuizioni di un culto così antico ma al tempo stesso più che mai attuale. La parità sessuale, l’attenzione per l’ambiente, la carità sono solo alcuni principi cardine di una religione del VI sec. a.C.

Purtroppo, però, anche i Parsi (così vengono chiamati i seguaci di Zorastro) vennero schiacciati da una “volontà di potenza” ancora più forte della loro: quella degli arabi, ma ancor più degli ottomani. Il culto di Allah si diffuse rapidamente anche in Persia, l’onda araba si abbatté sulla fortezza persiana, sommergendo ogni cosa. Però, la dinastia allora reggente, i Safavidi, ebbero un’intuizione.

All’indomani della morte del profeta Maometto, si scatenò infatti una diatriba interna all’Islam tra chi sosteneva come suo successore Ali, cugino del profeta e marito di sua figlia Fatima, gli “sciiti”, e coloro che invece sostenevano come successori i primi tre califfi delle dinastie umayyade e abasside, i “sunniti”. Uno scontro storico ancora molto vivo nella memoria collettiva dei paesi musulmani.

Così, gelosi di preservare la loro indipendenza dagli ottomani e dai luoghi di culto dell’Islam, i persiani si dichiarano sin da subito sciiti, rimarcando così una netta differenza tra loro, discendenti dell’antica Persia, e gli altri, i “beduini” del deserto. Come accadde per l’Inghilterra di Enrico VIII che, con lo scisma anglicano, si sganciò dalla chiesa romana rafforzando l’autonomia del suo regno, così fecero anche i persiani con gli ottomani e le popolazioni arabe, rimarcando la loro indipendenza e le differenze con i popoli di origini arabe, a partire dalla loro lingua, il Farsi.

Ancora oggi basta prendere in mano la bandiera iraniana (nella foto sopra) per ricavarne le sue origini. Quel tulipano al centro è il ricordo della battaglia di Karbala del 680 d.C. in cui Hussein, nipote di Maometto, perse la vita. Per gli iraniani sciiti, a differenza dei sunniti, la suprema guida spirituale risiede in una singola persona, l’Imam, che nella teocrazia iraniana corrisponde all’Ayatollah.

Nel corso della storia, presa di mira da diverse potenze ma riparata da una corona di montagne che la rendono praticamente inespugnabile, l’odierna Repubblica Islamica non è mai stata occupata da forze straniere. Solo l’Inghilterra dopo la fine della prima guerra mondiale, fatti fuori i suoi rivali (i russi alle prese con la loro rivoluzione e i tedeschi e gli ottomani sconfitti) cominciarono a sondare il terreno in cerca di un bene ancora sconosciuto alla popolazione: il famigerato oro nero che ancora oggi rende l’Iran la quarta riserva mondiale di petrolio e la seconda di gas.

Gli inglesi fondano dunque la Anglo Iranian Oil Company e si aggiudicano i diritti esclusivi di estrazione e di vendita del petrolio persiano, cercando in tutti i modi di trasformare il Paese in un protettorato, senza mai riuscirci. I persiani sono duri di carattere, difficili da sottomettere, estremamente gelosi della loro indipendenza. Così, con un colpo di mano, il Majles, il parlamento persiano, nomina come Scia (il re di Persia) Reza Khan Pahlavi, colui che ribattezza il paese Iran, mutando per sempre le sorti dell’antico impero.

Eppure, nonostante l’uomo forte al potere, gli inglesi, seguiti poi dagli americani, continuano a detenere per larga parte i proventi del petrolio. Ma agli iraniani questa situazione non sta più bene, sono troppo colti per farsi mettere i piedi in testa da una potenza occidentale. E guadagna così popolarità un politico nazionalista, in parte laico, Mossadeq, che promette e minaccia, dipende dal punto di vista, la nazionalizzazione della Anglo Iranian Oil Company nel 1951.

Il momento di svolta è arrivato. La storia dell’Iran e del mondo prende una direzione totalmente diversa. I servizi segreti inglesi e americani sovvertono l’ordine costituito, agevolando un colpo di Stato militare. Mossadeq viene destituito, lo Scia torna al potere, la volontà del popolo iraniano rimane inascoltata e l’odio anti-occidentale comincia a fomentarsi nell’opinione pubblica.

Il germe della Rivoluzione komheinista del ’79 è stato istillato. Comunisti, liberali, laici, religiosi tutti si scagliano contro il regime dispotico dello Scia. È vero, a Teheran tra gli anni ’60 e ‘70 le donne hanno gli stessi diritti degli uomini. È vero, si respira un’atmosfera “elettricamente” occidentale. Ma i dissidenti politici vengono perseguitati, il dissenso sottaciuto, i comunisti eliminati.

Gli unici ad essere lasciati in pace sono i religiosi, o meglio gli integralisti religiosi sciiti, supportati da orde di fedeli ma anche di laici che chiedono a gran voce il rientro in patria della guida di quel movimento, l’Ayatollah Khomeini. Una figura dall’oscuro fascino carismatico attorno al quale si radunano tutti gli oppositori al regime dello Scia che vedono in Khomeini l’unico in grado di liberare il popolo iraniano dal giogo delle potenze straniere in un paese, per sua storia e per sua cultura, intrinsecamente geloso della sua autonomia.

La rivoluzione è irrefrenabile. I Pahlavi sono costretti a fuggire mentre l’ambasciata americana viene presa d’assalto e 44 ostaggi statunitensi vengono sequestrati per più di tre mesi. Un’onta gravissima di cui si macchia il nuovo governo teocratico iraniano. Gli americani chiudono i rapporti diplomatici con Teheran e la parte della società più progressista e laica comincia ad emigrare all’estero. Una fuga di cervelli senza precedenti che prosciuga l’Iran delle sue menti più brillanti.

Sfilata del Corpo delle guardie della rivoluzione durante la parata annuale che si svolge in occasione dell’anniversario dello scoppio della guerra del 1980-1988 contro l’Iraq.

Per gli altri, invece, l’Ayatollah ha istaurato l’IRCG ovvero il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, una vera e propria classe politica che si incomincia ad arricchire nei settori finanziati dal regime: l’edilizia, l’industria dei media funzionale alla propaganda integralista e anti-occidentale del governo, la tecnologia e la ricerca sul nucleare.

Si, proprio il nucleare. Bisogna premettere che l’Iran, per la sua posizione geografica, rappresenta un’isola sciita in una maggioranza variegata di Stati sunniti, quella che viene comunemente chiamata la “cintura dei paesi sunniti” che lo circondano: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Egitto in primis. Così, ha pensato bene di sviluppare un programma nucleare a scopi pacifici, almeno così dichiarato dai suoi leader. In realtà l’intento è quello di difendersi, utilizzando anche con i suoi vicini l’arma del secolo breve: la deterrenza.

Missili iraniani.

Eppure, l’Agenzia per l’Energia Atomica ha i suoi sospetti, come parte della Comunità internazionale, gli Stati Uniti primi fra tutti che hanno prontamente applicato delle sanzioni per colpire l’economia iraniana, ormai al tracollo tra un’inflazione alle stelle e un altissimo tasso di disoccupazione, dipendente com’è dalle sole importazioni cinesi di gas e petrolio e dall’export di armi, in particolare droni e missili alla Russia e ai suoi alleati.

Oggi l’Iran è un paese in cui il dissenso si percepisce, ma viene messo a tacere. In cui, le guide spirituali hanno perso la loro presa in favore di una classe militare, i Pasdaran, sempre più egemone. In cui, certo, c’è chi si oppone a questo oscurantismo religioso ma anche chi ci sguazza, chi nel regime si arricchisce con l’edilizia, con le televisioni, le radio, il cinema. Chi ricopre un incarico pubblico, anche tra i giovani.

Un paese in cui lo scollamento nella società è lampante e le manifestazioni degli ultimi anni in favore dei diritti per le donne lo dimostrano. Dalla morte di Mahsa Amidi, uccisa a percosse dalla “polizia morale”, un’onda rivoluzionaria si è abbattuta sul regime. Alle ultime elezioni un trionfo di schede bianche ha lanciato un messaggio chiaro ai governanti. Non solo, le tensioni al confine con il Pakistan, i gruppi terroristici nelle regioni periferiche del Belucistan e del Sindh e i sabotaggi alle infrastrutture energetiche destabilizzano il fronte interno facendo scricchiolare l’impalcatura teocratica.

Un paese in cui la “diplomazia delle armi”, nonostante il tracollo economico e la ormai dilagante corruzione interna, forgia una politica estera alquanto “muscolare” nei confronti dei suoi vicini, ricercando, al contempo, un’alleanza con Russia e Cina per sovvertire l’ordine mondiale.

Per non parlare poi dell’odio che il governo di Teheran cova contro il “paese di Satana”: Israele, mai riconosciuto e sempre considerato come una “forza occupante”. L’Ayatollah Khomeini era solito reputare gli ebrei “creature impure”, mandanti di un complotto mondiale, insieme agli americani, per distruggere la Repubblica Islamica. Fondamentalmente, Teheran si è sempre opposta ad una egemonia israeliana in Medio Oriente, desiderandone la distruzione e un ritiro definitivo degli americani dall’area. Ora, una resa dei conti sembra sempre più vicina.

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