A Porto Marghera il polo della grafite per spingere sull’elettrico

Porto Marghera

Al momento, se la Cina decidesse di bloccare l’export di grafite sintetica, uno dei materiali di cui sono composte le batterie, l’intero mercato mondiale di auto elettriche e sistemi di accumulo si paralizzerebbe in pochi giorni.

Oggi Pechino controlla il 97% della grafite sintetica e il 99% della grafite naturale lavorata. Ciò significa che ogni nuova batteria al litio dipende dalla Cina. Per questo a Porto Marghera la capofila Alkeemia sta costruendo, tra innumerevoli difficoltà, un distretto delle batterie, partendo dalla grafite e dalla sua materia prima a monte, il fluoro, che produce sali di litio.

La sfida entro il 2027 è di sfornare oltre 10mila tonnellate di sali di litio. Il fluoro può essere molto utile anche per i microchip sfruttando quello che potremmo chiamare la chimica evoluta basata sull’acido fluoridrico.

Da chi fa assemblaggio a chi produce le componenti, l’elettrolita, le celle: la necessità è di costruire un distretto, ma al momento mancano tutti i pezzi del puzzle per rispondere ai bisogni di un mercato che necessita di sale di litio. Si attendono in Europa dal 2030 al 2032 tra le 100 e 120mila tonnellate, ora se ne fanno zero, sia in Europa, sia in Usa.

Un differenziale senza precedenti. Servono anche competenze e nuovi profili professionali. Elettrochimici, polimeristi, chimici organici. Dalle università italiane ne escono pochi e spesso vanno all’estero attratti da stipendi migliori.

Alkeemia è una startup da 70 milioni di fatturato e ha appena varato un piano da 100 milioni per raggiungere i volumi richiesti di sali di litio per diventare il leader europeo del fluoro, un acido che ora usano in gran quantità solo i cinesi per la produzione delle batterie.

Insiste su un’area industriale che è tutt’altro che dismessa, con una buona logistica tra porto, ferrovie e capitale umano costruito nella vicina università di Padova. La volontà è di farla diventare una “piattaforma per tutte le produzioni derivate del fluoro”, dice l’amministratore delegato Lorenzo di Donato.

Il 15% di ciascuna batteria è composta da prodotti fluorurati. “Si parla molto di gigafactory, che però è solo l’ultima fase dell’assemblaggio delle batterie, mentre c’è da costruire tutta una filiera ora interamente appannaggio della Cina, che controlla tutti i processi e le fasi di produzione”, spiega il top manager.

“Lavoriamo sui sali di litio, ma vogliamo sviluppare tecnologie che superino il modello cinese che prevede, solo come numeri esemplificativi, 5mila tonnellate di prodotto e 35mila tonnellate di scarti. Numeri inaccettabili se pensiamo all’impronta ecologica e all’economia circolare”, attacca Di Donato.

Non solo. La Cina è in vantaggio sui materiali critici, ma anche sul modo di riciclarli. Negli impianti cinesi il tasso di recupero di nickel, cobalto e manganese attualmente ha raggiunto il 99,6%. Per il litio, il 91%.

Nel 2023 la cinese Catl ha riciclato più di 150 mila tonnellate di materiale da batterie esauste, rigenerando quasi 20mila tonnellate di carbonato di litio. Nei prossimi 5-10 anni, segnalano le stime degli analisti, con il ritiro su vasta scala di batterie auto, il riciclo diverrà la modalità più importante nel garantire la tenuta della catena del valore.

Dopo il 2035 potrà coprire un’ampia parte della domanda, riducendo molto la dipendenza dalla produzione mineraria. L’Europa e gli Stati Uniti arrancano, riusciranno a recuperare? A Porto Marghera ci provano.

Poste Italiane Dic 25

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