“Pirelli è oggi in stallo. Serve una risposta forte del Paese. Auspichiamo che il governo difenda Pirelli”. L’appello del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini (nella foto in evidenza insieme al ministro Adolfo Urso) ha riportato al centro dei riflettori l’allarme lanciato già settimane fa dall’azienda, e scosso il governo, che sembra già pronto a risfoderare il golden power per sbrogliare il nodo con i cinesi di Sinochem che rischia di far sfumare buona parte del mercato americano di Pirelli e una fetta enorme del fatturato dell’azienda, con ricadute anche in Italia. Intanto, oggi il titolo Pirelli perde mezzo punto a Piazza Affari.
Pirelli e golden power, la risposta del governo
Su Pirelli “il governo è attivo e vigile nell’ambito di una procedura della Golden Power che è stata già realizzata”, ha detto il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, dopo l’appello del presidente di Confindustria. Nel 2023 infatti la presenza di Sinochem aveva portato all’esercizio del golden power sui sensori ‘intelligenti’ degli pneumatici. Il governo potrebbe sfoderare nuovamente lo stesso strumento “anche alla luce dei provvedimenti americani”, ha detto il ministro.
Pirelli, cosa sono gli pneumatici Cyber Tyre
Lo “stallo” evocato da Orsini nasce dalla comunicazione inviata dal governo americano al Gruppo. A partire dal 2027, gli pneumatici Pirelli con tecnologia Cyber Tyre potrebbero essere estromessi dal mercato americano. Si tratta di pneumatici in grado di raccogliere dati durante il movimento e trasferire le informazioni in tempo reale al veicolo, tramite la centralina.
Il nodo è il decreto Usa entrato in vigore a marzo, che vieta “l’accesso al mercato a società con soci pubblici cinesi su tecnologie sensibili, come il Cyber Tyre”, ha riassunto Orsini.
Pirelli, la situazione oggi
Al momento Sinochem (legata allo Stato cinese) è il primo socio di Pirelli, con una quota del 37%. Servirebbe una riduzione della quota sotto la soglia del 25%, come detto da Orsini, per non avere preoccupazioni in America. La Camfin controlla al momento il 27,3% del Gruppo dopo che la società del vicepresidente esecutivo di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, ha comprato a fine maggio un totale di circa 3,6 milioni di azioni. Si tratta dello 0,3% del capitale del gruppo, dopo lo 0,6% della settimana precedente.
Lo scontro per il controllo della società
Lo scontro tra italiani e cinesi in Sinochem va avanti da mesi. Ad aprile Pirelli ha stabilito che pur essendo socio di maggioranza relativa, Sinochem non aveva più il controllo della società, una decisione che naturalmente non ha trovato d’accordo i cinesi.
Pochi giorni dopo i 6 consiglieri legati a Sinochem di Pirelli (con il presidente, Jiao Jian) si sono espressi contro la prima trimestrale 2025, che ha portato a un aumento dell’utile del 26% e dei ricavi del 3,7%. In quell’occasione i consiglieri hanno motivato la bocciatura “unicamente in ragione della dichiarazione di avvenuta cessazione del controllo di Sinochem su Pirelli ai sensi dell’IFRS 10, non condividendone le relative motivazioni”, si legge in un comunicato dell’azienda.
Insomma, il nodo del controllo e del patto parasociale che rischia di essere sciolto non è ancora risolto. Milano Finanza, ricostruendo le possibili mosse del governo, riporta che dopo la stretta sulla governance ci potrebbe essere anche un intervento sul capitale, con l’eventuale ingresso di nuovi investitori.
La soluzione Pirelli e il rifiuto cinese
La spaccatura in consiglio di amministrazione sull’esistenza o meno di un controllo su Pirelli con i rappresentanti di Sinochem ha portato a uno stallo che “sta mettendo a rischio lo sviluppo futuro del gruppo”, ha detto in un’intervista al Corriere a fine maggio l’amministratore delegato della società, Andrea Casaluci.
Il Ceo ha ricordato come Sinochem si sia mossa ‘in proprio’ direttamente con gli uffici governativi che si occupano del Golden power. “Oggi da un punto di vista geopolitico c’è un conflitto ormai consolidato tra Stati Uniti e Cina” e “in questo contesto avere un socio di maggioranza relativa controllato direttamente dal governo della Repubblica popolare cinese ci sta creando molte difficoltà nello sviluppo del business negli Stati Uniti”. Per cui, ricorda, il tema “non è il rapporto con la Cina, ma la presenza nella struttura azionaria e nella governance di Pirelli di un socio cinese controllato dal governo e con una quota rilevante”.
“Abbiamo proposto a Sinochem una soluzione – dice Casaluci – nell’interesse di tutti gli azionisti, per consentire a Pirelli di rispettare le normative negli Stati Uniti, perché gli impatti ci sono già su un mercato che vale il 40% del segmento High-Value. Purtroppo, come Pirelli ha già comunicato, Sinochem ha rifiutato la proposta e ci ha invece informato di averne presentata una propria direttamente al Golden power, senza coinvolgere la società, neanche successivamente su nostra sollecitazione, e che ancora oggi non conosciamo”.
Ora, in attesa delle valutazioni del Golden power, Casaluci ribadisce come “l’obiettivo sia trovare soluzioni che possano garantire a Pirelli di operare in tutti i mercati del mondo, in particolare quello Usa, senza vincoli e restrizioni, pensando solo allo sviluppo industriale della società. In assenza di una soluzione, lo sviluppo delle tecnologie rilevanti di Pirelli sarebbe compromesso e di conseguenza anche la crescita futura sarebbe fortemente a rischio, in tutti i mercati e soprattutto in Italia”.
Le conseguenze del bando USA, per ora: stop agli investimenti
Secondo Orsini il bando della tecnologia Pirelli negli Usa non mette in pericolo solo lo sviluppo globale del Gruppo. Ci sarebbero “gravi ricadute anche in Italia: molte nuove assunzioni e importanti investimenti sarebbero infatti a rischio”. Pirelli ha già annunciato di aver sospeso i piani di investimento statunitensi a inizio aprile per le preoccupazioni sulle nuove regole Usa, che rappresenta più del 20% del business dell’azienda e il 40% del segmento High Value, che per Pirelli è fondamentale. Prima della decisione di Pirelli (che attualmente negli Stati Uniti ha solo una fabbrica, in Georgia, e produzioni più grandi in Sud america e Messico) si era parlato di un potenziamento della sua presenza industriale negli Stati Uniti, ma i nodi relativi alle nuove norme e alla governance hanno frenato tutto, ha detto l’azienda.

