In precedenti contributi pubblicati su questa rivista ho introdotto la nozione di posizione dominante epistemica, riferendomi alla condizione di chi non si limita a detenere dati o infrastrutture strategiche, ma esercita il controllo sulle condizioni di accesso ai processi attraverso i quali la conoscenza viene prodotta, organizzata e distribuita condizionando lo sviluppo economico e sociale di intere comunità e popolazioni. Si potrebbe obiettare che si tratti di una categoria teorica, un’astrazione utile al dibattito accademico, ma ancora lontana dalla concretezza dei fatti.
Che questa categoria, invece, non è affatto teorica lo abbiamo potuto riscontrare quando lo scorso 12 giugno 2026 il Bureau of Industry and Security del Dipartimento del Commercio ha notificato ad Anthropic una direttiva di export control, trasmessa dal Segretario Howard Lutnick direttamente all’amministratore delegato Dario Amodei. La lettera ordinava la sospensione immediata dell’accesso ai modelli Fable 5 e Mythos 5 per qualsiasi cittadino non americano, dentro e fuori dai confini statunitensi, inclusi i dipendenti stranieri dell’azienda stessa. La lettera, per stessa ammissione di Anthropic, non forniva dettagli specifici sulle preoccupazioni di sicurezza nazionale invocate. Anthropic, non potendo applicare il blocco in modo selettivo per nazionalità, ha spento entrambi i modelli per l’intera base utenti mondiale. Quei modelli erano stati rilasciati tre giorni prima. Il 26 giugno l’accesso a Mythos 5 è stato ripristinato solo per un ristretto gruppo di organizzazioni statunitensi impegnate nella protezione di infrastrutture critiche – una selezione tuttora in vigore. Il 30 giugno il Bureau of Industry and Security ha revocato la direttiva anche per Fable 5, e il primo luglio quest’ultimo è tornato disponibile per l’intera base utenti mondiale. Diciotto giorni di sospensione totale, seguiti da un ripristino parziale e differenziato per giurisdizione e per grado di rischio percepito – imposti e ritirati con la medesima opacità, senza che il governo abbia mai reso pubbliche le ragioni dell’una o dell’altra decisione.
Quanto accaduto non può essere circoscritto a un mero fatto di politica interna di un Paese sovrano nella sua giurisdizione territoriale. È piuttosto un vero e proprio precedente politico. Anzi geopolitico. Per comprenderne la portata reale, occorre risalire a qualche mese prima. A febbraio 2026, il Pentagono aveva chiesto ad Anthropic un accesso senza restrizioni ai propri modelli per “tutti gli usi leciti”, formula volutamente ampia che includeva la sorveglianza di massa della popolazione americana e lo sviluppo di armi completamente autonome, capaci di colpire senza intervento umano. Anthropic aveva rifiutato. Dario Amodei aveva dichiarato pubblicamente che in un ristretto numero di casi l’IA può minare, anziché difendere, i valori democratici, e che in buona coscienza l’azienda non poteva accogliere quella richiesta.
La risposta dell’amministrazione Trump non si è fatta attendere. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha classificato Anthropic come un rischio per la catena di approvvigionamento, qualifica normalmente riservata agli avversari stranieri, e Trump ha ordinato a tutte le agenzie federali di cessare immediatamente l’uso di Claude. La giudice Rita Lin del tribunale distrettuale della California settentrionale ha sospeso in via cautelare, il 26 marzo, entrambe le determinazioni governative, definendole arbitrarie e costituenti un abuso di discrezionalità, osservando che nulla nel diritto vigente supporta l’opzione che un’azienda americana possa essere bollata come potenziale avversaria per aver espresso disaccordo con il governo. Il contenzioso, però, corre anche su un secondo binario. Davanti alla Corte d’Appello del Distretto di Columbia, investita separatamente della sola designazione come rischio per la catena di approvvigionamento, Anthropic si è vista negare l’8 aprile la sospensiva richiesta, e la discussione sul merito, tenutasi il 19 maggio davanti a un collegio diviso, non ha ancora prodotto una decisione. La designazione resta dunque sospesa in California e formalmente in piedi a Washington – un conflitto tra corti che è di per sé la prova più diretta di quanto sia difficile, persino per il potere giudiziario, arginare uno strumento costruito apposta per sfuggire al sindacato ordinario.
In questo ambito di incertezza del controllo giudiziario si inserisce la direttiva del Bureau of Industry and Security del 12 giugno, che rappresenta il modo per superare il vincolo derivante dal potere giudiziario.
La novità, infatti, non risiede nell’esistenza dell’export control, istituto consolidato e legittimo quando destinato a impedire il trasferimento di tecnologie sensibili verso soggetti ostili. Essa consiste nel progressivo slittamento della sua funzione da strumento di protezione dell’interesse nazionale a leva di condizionamento del comportamento di soggetti che ostili non sono. È in questo mutamento che la sicurezza nazionale rischia di cessare di essere una categoria essenzialmente difensiva per trasformarsi in una sofisticata tecnica di governo delle tecnologie e, indirettamente, dei processi di innovazione.
Quando un governo invoca la sicurezza nazionale per bloccare tecnologie che non si piegano alle proprie richieste, siamo ancora nel perimetro dell’interesse nazionale o siamo già dentro una nuova sintassi della censura, più sofisticata e più difficile da contestare, ma non per questo meno distorsiva?
La sicurezza nazionale ha sempre rappresentato, nei sistemi democratici, una categoria eccezionale, legittima nella sua funzione ma strutturalmente opaca nei contenuti e perciò insidiosa se impiegata come strumento di politica ordinaria. Che la direttiva del 12 giugno sia stata notificata senza che il governo fornisse ad Anthropic alcuna spiegazione delle preoccupazioni specifiche di sicurezza nazionale invocate non è dunque una svista procedurale ma la postura di un potere che agisce senza ritenere di dover rendere conto a nessuno, inclusi i contrappesi costituzionali.
La vicenda Anthropic non è un fatto isolato. È l’episodio più visibile di un metodo che si sta consolidando e che utilizza l’accesso alla tecnologia come strumento di potere geopolitico e leva di condizionamento tra Stati e tra le loro istituzioni più rilevanti. Il precedente più eloquente risale al 2019 quando il Dipartimento del Commercio statunitense ha progressivamente tagliato l’accesso dell’azienda cinese Huawei alle tecnologie americane, inclusi i semiconduttori avanzati. Nel maggio 2025, il Bureau of Industry and Security ha stabilito che l’utilizzo dei chip Ascend di Huawei, ovunque nel mondo, costituisce una violazione delle norme americane sull’export control. Il principio sottostante, di una chiarezza lapalissiana, è che la giurisdizione degli Stati Uniti non si ferma ai propri confini territoriali. Si estende ovunque arrivi la tecnologia americana e, per derivazione, ovunque arrivi la tecnologia sviluppata con componenti o know-how americani. Va detto, per onestà argomentativa, che il caso Huawei poggia su un fondamento diverso da quello Anthropic – la normativa cinese sull’intelligence nazionale obbliga le aziende a cooperare con lo Stato, ed è questo un rischio strutturale che buona parte della comunità internazionale, non solo Washington, riconosce come reale. È proprio questa differenza, tra un rischio verificabile e un mero dissenso etico sanzionato, a rendere il caso Anthropic particolarmente rilevante.
Il medesimo approccio aveva già ispirato, pochi mesi prima, l’AI Diffusion Rule pubblicata il 15 gennaio 2025, con cui l’amministrazione uscente divideva il mondo in livelli di accesso alle GPU – le unità di elaborazione grafica ad alte prestazioni che costituiscono l’hardware fondamentale per addestrare e far funzionare i modelli di intelligenza artificiale – riservando la piena libertà di acquisto a un ristretto gruppo di paesi alleati e limitando o vietando l’accesso agli altri. Quella regola, tuttavia, non è mai entrata in vigore. L’amministrazione Trump l’ha revocata il 13 maggio 2025, due giorni prima della data fissata per la sua efficacia, giudicandola troppo rigida per l’innovazione americana e per i rapporti con gli alleati, e ha promesso una regola sostitutiva costruita su negoziati bilaterali anziché su fasce predefinite di paesi. Il dettaglio non è marginale. Mostra che la logica di governo per fasce geopolitiche è stata scartata proprio perché troppo trasparente e vincolante, in favore di un metodo negoziato caso per caso, meno esposto al sindacato di legittimità e più simile, nella sostanza, a quanto sarebbe accaduto con Anthropic un anno dopo.
Ho citato episodi distinti e attori diversi, ma con un unico meccanismo strutturale per cui chi controlla l’infrastruttura tecnologica esercita un nuovo potere geopolitico. Una sorta di nuova modalità bellica. Non è più necessario occupare fisicamente e con la forza militare un territorio per limitare la sovranità di un paese. È sufficiente che quel paese dipenda dagli strumenti digitali di un altro e dalle politiche di governo ivi applicate.
La Cina gioca la medesima partita dal lato opposto. Attraverso la Digital Silk Road, componente tecnologica della Belt and Road Initiative, Pechino finanzia infrastrutture digitali in decine di paesi partner -reti 5G, cavi sottomarini, centri di calcolo – in cambio di legami economici e politici progressivamente più stretti. Può sembrare una politica di cooperazione ma in realtà è una costruzione deliberata di dipendenze. Nel dicembre 2024, quando le restrizioni americane sui chip si sono intensificate, Pechino ha risposto con controlli sull’esportazione di gallio e germanio, materiali senza i quali una parte significativa dell’elettronica mondiale non potrebbe funzionare. Due potenze, metodi speculari, stesso principio: chi controlla l’infrastruttura tecnologica condiziona la sovranità degli altri.
Dietro questa geografia di dipendenze incrociate c’è un’intuizione più vecchia. Evgeny Morozov aveva intuito qualcosa nel 2013, quando in ‘To Save Everything, Click Here’ metteva in guardia contro il solutismo tecnologico, cioè la tendenza a ricondurre ogni problema politico e morale a una soluzione tecnica, svuotando così la deliberazione democratica. Non poteva vedere, allora, l’esito geopolitico di quel processo. Che la delega a sistemi e infrastrutture controllati da altri si sarebbe tradotta in dipendenza strutturale e che quest’ultima si sarebbe rivelata, al momento opportuno, una leva di potere.
La posizione dominante epistemica cui accennavo prima è esattamente questa leva. Non descrive il vantaggio competitivo di chi dispone dei modelli migliori o delle infrastrutture più potenti, ma il potere di stabilire chi possa accedere alle condizioni materiali e tecnologiche necessarie per produrre conoscenza e innovazione. Quando quel potere si concentra in pochi soggetti operanti sotto un’unica giurisdizione, l’asimmetria tra Stati cessa di essere esclusivamente economica e diventa una vera asimmetria di sovranità, non solo digitale ma anche politica. Non vi sono eserciti, non vi sono trattati imposti con la forza. Ma la struttura logica è quella di una forma originale di dipendenza coloniale subdola e silenziosa che si instaura come convenienza, matura come abitudine, si rivela come vulnerabilità nel momento in cui qualcuno decide di esercitarla.
In questo scenario l’Europa resta spettatrice. Il Digital Compass 2030 pone la sovranità tecnologica tra gli obiettivi strategici dell’Unione. La Dichiarazione europea sui diritti e i principi digitali, concordata dalle tre istituzioni a novembre e firmata il 15 dicembre 2022 dai Presidenti di Parlamento, Consiglio e Commissione, afferma tra l’altro il diritto di ogni persona ad accedere a tecnologie sicure e affidabili e a non essere soggetta a controllo o condizionamento attraverso sistemi digitali. Il quarto rapporto sullo Stato del Decennio Digitale, pubblicato nel 2026, riconosce progressi ma ammette che gli obiettivi restano lontani. Le dichiarazioni di principio come sempre ci sono. La leva no. Che pure esisterebbe. Asml, azienda olandese, detiene una posizione di quasi monopolio mondiale nella produzione di macchine per litografia a ultravioletti estremi (EUV), la tecnologia senza la quale nessun chip avanzato può essere fabbricato. Tsmc, Samsung, Intel dipendono da Asml. La Cina insegue da anni, e fino al 2025 gli esperti stimavano un distacco di dieci-quindici anni. Un prototipo sviluppato in un laboratorio di Shenzhen, rivelato nel dicembre 2025 e costruito anche grazie a ex ingegneri Asml, ha compresso quella stima a pochi anni per una capacità produttiva ancora sperimentale, restando comunque lontano da una produzione commerciale su scala. Una posizione di forza rara, ma non più data per acquisita a tempo indefinito. Eppure, è Washington che ha convinto L’Aia a limitare le esportazioni verso Pechino, non L’Aia che ha deciso in autonomia di usarla come leva propria.
Accanto ad Asml, l’Europa presidia posizioni di eccellenza nella fotonica – seconda al mondo per quota di mercato, oggi sostanzialmente alla pari con gli Stati Uniti e dietro la sola Cina – e l’Italia vanta competenze specifiche nella comunicazione quantistica e nella fotonica integrata. Il Chips Act europeo ha cominciato a finanziare questa filiera. Startup come Ephos a Milano, selezionata nel programma europeo per la produzione di chip fotonici, indicano che l’ecosistema esiste ed è solido.
Il problema in Europa, insomma, non è l’assenza di tecnologica ma il vuoto assoluto di strategia per l’innovazione tecnologica e la relativa filiera produttiva. L’Unione continua a concepire la competitività come un obiettivo prevalentemente industriale, mentre la competizione internazionale si gioca sempre più sulla creazione di presidi autonomi delle infrastrutture che rendono possibile la produzione della conoscenza e dell’innovazione. L’Europa eccelle, sperimenta e investe, ma troppo spesso rinuncia a trasformare le proprie eccellenze in leva geopolitica.
Chi governa l’hardware dell’intelligenza artificiale governa l’accesso allo sviluppo economico, alla produzione della conoscenza e, in ultima analisi, alla capacità degli Stati di determinare autonomamente il proprio futuro. Spegnere un modello in centoventi Paesi mediante una lettera riservata e priva di motivazione pubblica non rappresenta un semplice atto amministrativo. Riaccenderlo in modo differenziato, distinguendo chi può tornare ad accedervi da chi resta escluso o vincolato a una lista ristretta di soggetti autorizzati, non è un atto meno significativo – è la prova che la leva non si esaurisce nell’interruzione, ma prosegue nella modulazione selettiva di chi può rientrare e a quali condizioni. È l’esercizio di una forma di sovranità tecnologica che nessun trattato internazionale ha mai formalmente attribuito né disciplinato.
La sicurezza nazionale, per sé una categoria legittima, diventa qualcosa di più grave e inaccettabile quando veicola il pretesto e l’ambizione di una nuova egemonia da parte di certi Stati, capace di varcare i confini di una Nazione solo attraverso una distribuzione a comando delle tecnologie disponibili e delle materie prime necessarie a produrle. Qualcosa che rappresenta una forma di potere inedito sugli scenari internazionali e che ridisegna le gerarchie tra Stati con la stessa efficacia della forza militare ma senza lasciare macerie (immediatamente) visibili.
La forza militare conquista territori. Il controllo delle infrastrutture tecnologiche conquista dipendenze. È una forma di dominio più sofisticata, perché le sue conseguenze non si manifestano nell’immediatezza della distruzione, ma nella progressiva riduzione della libertà di scelta degli Stati che da quelle infrastrutture dipendono. Le macerie, in questo caso, non sono edifici distrutti ma le sovranità statali progressivamente erose.
È proprio in questa trasformazione che la posizione dominante epistemica rivela la sua natura più profonda: non il potere di controllare la conoscenza esistente, ma quello di determinare chi potrà produrre la conoscenza di domani e a quali condizioni vi potrà accedere.

