Alessia Lautone, direttrice di LaPresse, si racconta. “Oggi, nel mondo del giornalismo, sembra si debba avere un’idea incrollabile su tutto, ma io faccio questo mestiere per continuare a dubitare e chiedermi perché.”
Quando parla, Alessia Lautone va dritta al punto. La direttrice dell’agenzia di stampa LaPresse racconta se stessa e il mondo con lo stile diretto di chi, per mestiere, è abituato a usare solo le parole necessarie.
Dopo una carriera iniziata in televisione, proseguita in radio e culminata nella direzione prima di AdnKronos e poi dell’attuale agenzia, Lautone continua a sperare che la sua vita – professionale e non solo – la stupisca: “Lo scoop migliore sarà quello che farò domani”.
Quando ha realizzato che il giornalismo sarebbe stato il suo mestiere?
Non l’ho ancora realizzato e non so se sarà definitivamente il mio mestiere. Io spero sempre che mi succeda qualcosa di nuovo, che la vita mi stupisca. Quando ho iniziato comunque ero molto giovane ed è successo quasi per caso, in una televisione privata a Roma. Lì ho veramente imparato tutto. È stato bello, mi sono accorta che mi piaceva tantissimo cercare le notizie, andare in giro, sentire le storie delle persone. Soprattutto che mi interessava raccontarle: ci mettevo proprio il cuore e l’anima. E continuo ancora così. Per me questo lavoro è passione.
È partita dalla Tv e ha fatto anche esperienze in radio, per poi approdare nelle agenzie di stampa. In quale veste si è sentita più a suo agio?
In realtà mi piacciono tutte. La televisione forse mi agita di più, perché penso sempre di non essere all’altezza: chiaramente soffro della sindrome dell’impostore, come quasi tutte le donne. E tra l’altro il video ti mette alla prova anche rispetto all’aspetto fisico.
La radio è straordinaria, perché è il mezzo dell’immediatezza. Con la voce puoi veramente raccontare, far capire e far sentire quello che stai vivendo e per questo mi piacerebbe molto fare un programma radiofonico. E poi c’è l’agenzia: è divertente. Per me che vivo perennemente con l’adrenalina addosso, è quello che mi permette di averla continuamente.
Ecco, a proposito di questa adrenalina da agenzia, cosa si prova ad arrivare per primi?
Intanto, chiaramente, la gioia di esserci riusciti. Ma anche la meraviglia della condivisione. Io dico sempre ai miei colleghi che siamo una squadra: di certo sono i fuoriclasse a fare gol, però alla fine si vince tutti insieme. Per me è fondamentale che il mio successo sia il successo di tutti i giornalisti dell’agenzia. E poi, non lo nego, si prova anche una grande soddisfazione nel dare i buchi agli altri (ride, ndr).
E quando capita a lei come reagisce?
Li incasso con classe. Non ho problemi a dire che ho preso un sacco di buchi e probabilmente continuerò a prenderli. E sono contenta che in giro ci siano colleghi così validi con cui misurarsi.
Se dovesse scegliere il suo scoop migliore?
A LaPresse sicuramente quello di Donatella Di Nitto sui rapporti di Berlusconi con Putin, che è stato ripreso da tutte le altre testate. Gli altri non me li ricordo, vivo nel presente e nel futuro. Lo scoop migliore forse sarà quello che farò domani.
L’elezione del nuovo pontefice è stata la principale notizia degli ultimi tempi. Che periodo pensa si stia aprendo con Leone XIV?
Faccio una premessa: noi giornalisti ci parliamo spesso addosso, quindi vorrei evitare di fare lo stesso errore. Non so come sarà il nuovo Papa, però credo che la scelta di un americano come lui, che è stato anche un missionario e che ha già detto quello che pensa, in questo particolare periodo storico sia importante affinché il mondo abbia un’alternativa. Mi sembra infatti che Leone XIV ci stia chiedendo un nostro pensiero morale sul concetto pace.
L’arrivo di Trump alla Casa Bianca ha stravolto i già precari equilibri mondiali. Cosa si prova a raccontare questa nuova era in cui decisioni importantissime vengono prese così rapidamente?
Si prova una grande tristezza, a tutti i livelli. E metto in mezzo anche me e il mondo del giornalismo. Sembra che non esista più un pensiero critico, se non in pochissimi casi. Ci sono tifoserie e slogan urlati per ottenere consenso, che però riescono solo a confondere l’opinione pubblica, dal punto di vista politico ma anche economico. È un periodo storico molto difficile da raccontare e molto difficile da vivere.
C’è qualcosa che rimpiange del modo di fare giornalismo di quando ha iniziato?
Tutto. Ormai sembra che si debba avere sempre un’idea incrollabile su qualsiasi cosa, mentre io sono attanagliata dai dubbi. Anzi, faccio questo mestiere proprio perché voglio continuare a dubitare e chiedermi ‘perché’. I giornalisti dovrebbero chiedere il perché delle cose come fanno i bambini. E raccontare le notizie, non diventare notizie essi stessi.
E ai colleghi del futuro che consiglio darebbe?
C’è una frase che ripeto sempre ai giornalisti più giovani: la vita è altrove. Nonostante io viva per questo mestiere, e lavori praticamente sette giorni su sette, so che è così. E poi consiglierei di non prendersi mai troppo sul serio, pur facendo le cose seriamente.
In Italia non sono tante le donne che dirigono una testata giornalistica. Per lei è stato difficile, in quanto donna appunto, raggiungere questa posizione?
È stato difficile, sì. Viviamo in una società patriarcale: i pregiudizi sulle donne sono ancora tanti e si ripropongono continuamente. Per questo, se posso aiutare una donna la aiuto: amo lavorare con le donne. Non solo sono curiose e intelligenti, ma hanno anche fatto il doppio della fatica.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia del giugno 2025 (numero 5, anno 8)

