Per l’Europa i dazi comuni al 10 percento sembrano ormai il male minore. “È una percentuale accettabile”, ha chiosato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Prevale dunque il realismo e la consapevolezza che dopo il “Liberation Day” celebrato da Donald Trump nulla sarà come prima, e che agli Stati Uniti che minacciano guerre commerciali durissime bisogna porgere un ramoscello d’ulivo, un segno di distensione.
Non come il Canada che, per ingraziarsi il vicino e riprendere i colloqui per un accordo commerciale, ha revocato la “digital services tax”, vale a dire la tassa sui servizi digitali che avrebbe colpito le big tech americane.
L’Europa non si spinge a tanto, almeno per il momento. Le trattative sono complicate, secondo Reuters nell’ultima proposta negoziale presentata da Trump si chiedono dazi e riduzione delle “barriere non tariffarie”, tra cui la regolamentazione digitale (linea rossa per l’Ue). Ma proprio sulle norme da abrogare o modificare, l’Europa non ci sente: non intende rinunciare al reticolo normativo che considera la vera specificità del sistema europeo, altamente protettivo nei confronti del consumatore e attento agli standard ambientali e alimentari più intransigenti.
Intanto, nell’assenza di un accordo effettivo nel merito, potrebbe prevalere una soluzione di mezzo che consentirebbe di aggirare la tagliola del 9 luglio con una alternativa non risolutiva ma meno dannosa: i dazi al 10 percento. Un approccio da “riduzione del danno”, diciamo così, che lascia però aperte una serie di questioni inevase anzitutto dalla politica europea.
La montagna di norme che penalizzano la competitività delle aziende europee non è un capriccio di Trump ma una realtà. Sono le imprese europee a chiedere di sfrondare regolamenti e burocrazia per consentire loro di competere con le aziende estere su un piano di parità.
Poi c’è l’allarme di Confindustria che, per bocca del presidente Andrea Orsini, calcola in 20 miliardi di export e in 118mila posti di lavoro la perdita provocata dalla più “mite” opzione del 10 percento.
Orsini fa anche notare che con la svalutazione del dollaro, pari al 13,5 percento rispetto all’insediamento di Trump, sarebbe più corretto rappresentare la realtà di dazi al 23,5 percento (se un’azienda italiana vendeva un prodotto a 100 un anno fa, adesso lo vende a 123).
Pensate alla chimica: gli Usa sono il quarto mercato di esportazione, con quasi 3 miliardi di export nel 2024. Tra i segmenti più esposti ci sono la cosmetica, i principi attivi e la farmaceutica. Secondo Federchimica, dazi del 10 percento sarebbero comunque più elevati che in passato e aggravati dall’indebolimento del dollaro. A ciò si aggiunge il rischio di un mercato europeo inondato dalla sovracapacità produttiva cinese.
Il punto di partenza è che nelle guerre di dazi e controdazi tutti escono perdenti. L’impatto sul Pil, in caso di contromisure europee, sarebbe financo maggiore, serve lungimiranza politica per calibrare la risposta nel quadro di una collaborazione volta a dare fiato alle imprese europee e americane.
L’esenzione, decisa in ambito G7, dalla “global minimum tax” al 15 percento per le imprese Usa è una scelta saggia, che dovrebbe essere ulteriormente estesa affinché non diventi un fardello per le sole aziende europee (calcolando che Usa, Cina e India non la adottano).
Il superamento delle follie turbo-ambientaliste, che hanno minato alle fondamenta l’industria automobilistica europea, è un’urgenza non rinviabile: lo scorso anno sono state prodotte nel nostro Paese solo 310mila auto, meno 43 percento.
Non serve l’America per farci aprire gli occhi sui dazi che l’Europa, e l’Italia, si sono autoimposte, con le conseguenze che sappiamo. Perciò la prospettiva del 10 percento può pure apparire come il male minore ma rischia di essere un pannicello caldo se non sarà accompagnato da una vera “deregulation” in grado di aprire i mercati e di rendere più facile fare impresa e investire in innovazione. Questa è una partita decisiva per il futuro dell’Europa, con o senza Trump.

